Home » Gli Déi degli altri: una lezione romana per l’Isis (e per noi)

Gli Déi degli altri: una lezione romana per l’Isis (e per noi)

by Adriano Scianca
3 comments

9788843077762Roma, 18 nov – Che cosa succede quando un Dio incontra un altro Dio? Meglio: quale dispositivo culturale si mette in moto quando un’umanità che si è affidata a una divinità incontra un’umanità diversa che porta nel cuore una differente divinità?

Una delle risposte possibili – la più comune oggi giorno, a ogni latitudine, anche se non sempre con questa virulenza – l’abbiamo vista quando l’Isis è arrivata a Palmira, dove di Dèi ne sono transitati parecchi, in effetti. In quel caso, il Dio vero scaccia il Dio falso, anche quando di questo non sopravvive che l’ombra sulle antiche colonne. Cadono così templi pagani, chiese cristiane, ma anche moschee.

La risposta è quella dettata dall’eresia wahabita e che anche nella stessa Arabia Saudita, in due secoli, ha portato alla distruzione di centinaia di cimiteri, sepolcri, moschee, oratori e siti religiosi. Già ai suoi tempi, del resto, Libanio, il maestro di retorica devoto a Giuliano Augusto, lanciava strali contro gli “uomini vestiti di nero, che mangiano più degli elefanti” e che “si scagliano contro i templi portando legna, pietre e ferro. E quelli che non ne hanno usano mani e piedi. Poi i tetti vengono buttati giù, i muri sfondati, le statue abbattute, gli altari rovesciati, i sacerdoti indotti al silenzio o costretti a morire”. Sembra la descrizione dell’ingresso degli sgherri del Califfato in qualche museo della Mezzaluna divinitafertile, ma siamo in un’altra epoca, in un altro luogo e abbiamo a che fare con altri fanatismi.

C’è però un altro modo di rapportarsi alla pluralità delle teofanie. I Romani, per esempio, si davano all’interpretatio. Ce lo ricorda Maurizio Bettini, classicista e docente di Filologia classica all’Università di Siena, fondatore del Centro di antropologia del mondo antico. Guardare a Roma con gli occhi dell’antropologo: osservare ciò che siamo stati, ciò che forse è ancora in una parte di noi, con gli occhi degli studiosi che per definizione studiano l’altro: anche questo è significativo, a suo modo. Di Bettini è appena uscito Dèi e uomini nella Città (Carocci, pp. 213, € 19,00), che presenta sei saggi su alcuni dei più intriganti misteri della società romana.

L’antropologo, spiega l’autore, comincia sempre col chiedersi perché gli altri facciano qualcosa che ai nostri occhi appare bizzarro e inquietante. Poi passa a chiedersi: “E perché noi non lo facciamo?”. Il che, nel caso dei Romani, equivale a chiedersi: “Perché noi non lo facciamo più?”. È proprio il caso dell’interpretatio e di ciò che, all’inverso, accade oggi quando incontriamo l’altro e crediamo di doverlo esorcizzare annullando noi o sterminando lui.

Tacito racconta di due divinità appartenenti al popolo dei Naharvali, gli Alci. L’autore della Germania spiega che, essendo le due divinità due giovani fratelli, nell’interpretatio romana gli Alci vengono chiamati Castore e Polluce. Su questa riga, la critica moderna ha costruito un dibattito infinito, facendo dell’interpretatio la categoria generale con cui i Romani “traducevano” le divinità altrui nel proprio linguaggio, proprio come se esistesse un Google Translate dei numi.

Bettini dimostra invece quanto congetturale e sperimentale sia sempre, per i Romani, l’individuazione di un Dio e la spiegazione della sua funzione in un linguaggio comprensibile agli abitanti dell’Urbe. Quanto sforzo di comprensione vi sia, quanta attenzione alla vis, alla “forza”, alla “funzione” in atto quando si incontra un Dio sconosciuto.

Ma se è possibile identificare un Dio “nostro” con uno “straniero”, allora gli Dei sono ovunque gli stessi? Ai Romani, posta in questi termini, la questione sarebbe interessata poco: il “relativismo” romano è sempre etnocentrico, se ne frega di questioni poste a partire da “nessun luogo”. Né, per conquistare altri popoli, avevano bisogno della legittimazione morale derivante dall’essere portatori di quei valori che sarebbero “comuni a tutti”.

“Chi dice umanità cerca di ingannarti”, ammoniva Pierre-Joseph Proudhon. I Romani, infatti, non parlavano di umanità, ma di humanitas, che è “un merito piuttosto che un tratto universale”, come scrive Paul Veyne.

Ciò non toglie che il loro modo di rapportarsi all’altro da sé debba fare ancora oggi scuola: sia per la plasticità, la dinamicità, lo sforzo di comprensione della diversità che è oggi sapienza dimenticata e calpestata nel Vicino Oriente, sia per l’inderogabile centratura in se stessi che l’accompagnava e che non si tramutò mai, a Roma, in pensiero debole, tanto meno in quell’odio di sé che è oggi religione civile in Occidente.

Adriano Scianca

You may also like

3 comments

Paolo 18 Novembre 2015 - 1:09

Gli dèi politeisti in quanto tali sono dotati di sincretismo incorporato, mentre il dio monoteista è destinato a combattere sempre contro un altro dio monoteista. Il vero cancro dell’umanità è il monoteismo. Finché non ci liberiamo dalla zavorra del Dio ebraico-cristiano, siamo destinati ad avere anche quella di Allah.

Reply
Diego 18 Novembre 2015 - 3:11

Basterebbe leggere Sallustio per comprendere come nella romanità non esisteva alcun “etnocentrismo”, se non come dato autocelebrativo ed utilizzato in funzione storico-politica. L’autore, nel descrivere i gloriosi tempi “aviti”, ricorda, in più di un’occasione (specie nella “Congiura di Catilina”) come l’era più feconda dell’Urbe fosse quella dell’ “accoglienza”, quando da genti così diverse (alcune autoctone, altre provenienti dalle coste dell’Asia Minore) nacque una città feconda e virtuosa, segnalando nel contempo l’ancestrale ed onnipresente (in ogni civiltà antica) “dovere” di ospitalità, la cui infrazione corrispondeva ad un vero e proprio “peccato mortale” (per dirla in termini cristiani). I Romani hanno dominato il mediterraneo e mezza Europa, non certo in nome della “razza”, bensì della reciproca convivenza, al di là naturalmente del calcolo di natura materialista che spingeva all’espansionismo una comunità (sulla carta aristocratica, ma di fatto “democratica” in quanto indomabile nella reiterazione delle rivendicazioni) ricca di conflitti di natura sociale.

Reply
nota1488 18 Novembre 2015 - 5:29

I Romani hanno unificato i popoli celto-italici in nome della comune stirpe, per poi cadere in nome della follia universalista derivata dal tradimento del Mos Maiorum a favore di una moda del pensiero unico di quei tempi, ellenistico-levantino, che li ha letteralmente distrutti dall’interno. Sallustio, come la maggior parte degli intellettuali di quei tempi, non ne era affatto esente. Per fortuna arrivarono i barbari del nord che avevano ancora la salute razziale dei “Maiorum”, che i Romani avevano persa del tutto (i romani che contavano, politici e intellettuali, i legionari erano impegnati a combattere mentre i patrizi si affogavano nel sogno antirazzista della “umanità”).

Reply

Commenta

Redazione

Chi Siamo

Il Primato Nazionale plurisettimanale online indipendente;

Newsletter

Iscriviti alla newsletter



© Copyright 2023 Il Primato Nazionale – Tutti i diritti riservati