immigrati-conceria-1Firenze, 18 nov – “In Toscana se non ci fossero gli arabi nelle fabbriche di Santa Croce, nella nostra agricoltura, se non ci fossero le aziende e le società dei musulmani, o i loro figli a scuola con i nostri figli, beh la nostra regione sarebbe senz’altro molto molto più povera e ci sarebbero molti più problemi di quanti ne abbiamo ora. Questi sono i nostri fratelli e nostri amici. Gli altri, i nemici, vanno annientati anche con la guerra”. Queste alcune delle sconcertanti dichiarazioni del presidente toscano Enrico Rossi, rilasciate nel corso della trasmissione Agorà su Rai 3 la mattina del 16 novembre.

Santa Croce sull’Arno, la località menzionata da Rossi, è il centro del distretto del cuoio e delle calzature che si estende su alcuni Comuni del Valdarno inferiore, tra le province di Pisa e Firenze. Un distretto che, nonostante i disastri edilizi e i dissesti finanziari prodotti dal sistema dominante del Pd e delle cooperative, ha saputo reggere alla crisi e reagire, perfino aumentando l’export dal 2008 al 2014. Grazie alla storia più che secolare che ha consentito l’accumulazione di know-how trasmesso di generazione in generazione, di piccoli importanti segreti professionali scritti nelle procedure di tutti i giorni più che sulla carta, dello stile tutto italiano, e anche della fortuna portata da un settore che nonostante tutto “tira” ancora.

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Uno dei tanti disastri edilizi e finanziari nel distretto pisano del cuoio e delle calzature: un centro direzionale e di servizi lasciato a metà da una grande cooperativa fallita

A beneficiarne, tuttavia, sono stati praticamente soltanto i titolari delle concerie e delle altre industrie collegate che, dagli immigrati provenienti negli anni ’90 del secolo scorso quasi solo da Marocco, Nigeria e Senegal, e successivamente da molti altri paesi, Albania in testa e seguita da numerose nazioni africane, hanno saputo trarre l’immenso beneficio di impieghi ricattabili e per lo più non sindacalizzati, sostituendo gli Italiani nella maggior parte delle posizioni di bassa e bassissima qualificazione. Esattamente la tipologia di immigrazione che, come abbiamo documentato recentemente e rigorosamente su queste colonne, è destinata a pesare in modo marcatamente negativo sulla ricchezza locale e complessivamente della Nazione. Scrivemmo infatti, tra l’altro, sulla base di autorevoli e ponderosi studi internazionali, validati dalla comunità scientifica: “Immigrati da paesi più poveri, e meno qualificati, portano un forte impatto negativo, causato soprattutto dalla loro collocazione alla base inferiore del mercato del lavoro – quando non dalla disoccupazione – e dall’anticipo dell’età della pensione (lavori manuali, usuranti, ecc), il tutto favorito dalla generosità dello stato sociale”.

È del tutto ovvio: a meno che si ammetta che i giovani toscani meno qualificati non vogliano fare mestieri relativamente pesanti come quello dell’operaio conciario e delle calzature, quale vantaggio può portare un’immigrazione semi-analfabeta come quella caratteristica non solo del distretto conciario ma praticamente dell’intero paese?

E se pure si ammettesse l’indolenza dei giovani toscani (e Italiani, per estensione) rispetto ai mestieri meno qualificati, non dovremmo forse chiederci quale perverso meccanismo di sopravvalutazione sia intervenuto a partire da una scuola erede del ’68 che ha abbandonato la selezione meritocratica e l’indirizzamento efficiente dei giovani, in favore di una illusoria eguaglianza a prescindere?

Intanto, nonostante i dati siano tenuti ben nascosti, chi vive nell’area sa perfettamente quanto i redditi medi delle famiglie normali siano diminuiti, di quanto siano crollate le opportunità di lavoro professionale, e come siano invece aumentati gli episodi di microcriminalità, a partire dai furti in abitazione, spesso nemmeno denunciati per palese inutilità.

Il tutto, mentre gli unici beneficiari dell’immigrazione dequalificata sono letteralmente fuggiti dai centri storici dei paesi del distretto del cuoio e delle calzature – la percentuale di stranieri a Santa Croce si aggira sul 23% del totale, ma molto più alta nel centro del paese – per ritirarsi nelle ville di campagna e di collina, e i relativi figli ovviamente si guardano bene dal frequentare le stesse scuole di quelli degli immigrati, dagli asili nido ormai strapieni di stranieri favoriti dalle graduatorie, alle scuole superiori dove gli Italiani devono muoversi in gruppo per evitare la costante minaccia delle gang etniche. Eccetto i Licei dove, guarda caso, di stranieri non c’è quasi traccia, a ulteriore dimostrazione della persistenza inter-generazionale della bassa qualificazione già rintracciabile nei citati studi internazionali.

Queste sciocchezze di Enrico Rossi, sparate nel vuoto per addurre giustificazioni non richieste a fronte dei recenti massacri (cioè quelli di Parigi, potendosi escludere che il governatore toscano consideri il sacrificio numericamente più consistente delle famiglie russe altrettanto vittime dei medesimi tagliagole, per non parlare delle decine di migliaia di Siriani sterminati dal Califfato) fanno perfino rimpiangere i tempi in cui candidamente invitava i Toscani a cedere le loro case agli immigrati. Allora, almeno, quelle sparate – del tutto consistenti con la sua logica perversa – non erano così facilmente smontabili per mezzo dell’evidenza scientifica.

Francesco Meneguzzo

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