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Roma, 30 gen – Alle 4.20 del 30 gennaio 1961, lo scoppio di una bomba distrusse l’imponente statua equestre dedicata al “Genio del Lavoro Italiano“, che troneggiava davanti all’ingresso della centrale idroelettrica della Montecatini a Ponte Gardena. Il monumento, eretto in lega di alluminio e formato da un cavallo montato da un cavaliere che saluta con il braccio sollevato, era alto sette metri e mezzo e poggiava su di un basamento di porfido, rialzato di circa due metri. Questo manufatto non godette mai della simpatia degli indipendentisti “sudtirolesi”. Fu colpito una prima volta nel maggio del 1947 dai cosiddetti “Lupi Mannari”. L’azione provocò una piccola apertura nella fusione. Questa fenditura fu utilizzata poi, l’8 giugno del 1955, da un gruppetto di dinamitardi, che v’inserì una carica di esplosivo. Anche questo attacco provocò danni irrilevanti.

Il “Duce a cavallo”

Gli oltranzisti “sudtirolesi” lo definivano il “Duce a cavallo”, perché secondo loro effigiava Benito Mussolini mentre saluta romanamente. Inoltre, accusavano l’Italia di aver intitolata la statua al “Genio del Fascismo”. Su questo, e sulla presunta somiglianza della fisionomia facciale della statua con quella del Duce, si basava la propaganda contro tale opera. Sicuramente per un certo periodo sul suo basamento era impressa la scritta “Al Genio del Fascismo” che, alla fine del 1945, fu modificata in “Al Genio del Lavoratore Italiano”, come è altrettanto sicuro che, quando fu compiuto l’attentato, di scritte non ce n’erano.

In verità, non fu tanto il grado di fascismo che portava in sé a provocare le ire degli estremisti “sudtirolesi”, ma la vera essenza dello spirito che rifletteva. Era la memoria del lavoro italiano, che doveva essere elisa. Era la reminiscenza delle opere che svelsero l’Alto Adige dal suo antistorico medioevo, che quel tritolo doveva annichilire. Erano le tracce del Genio che riuscì a domare le acque dei torrenti per illuminare le case, le strade e i borghi, che era necessario annientare.

L’origine dell’opera

Per dirimere ogni nebbia sul reale scopo dell’opera e sulla sua denominazione, è bene ripercorrerne le origini e le traversie che la portarono fino in riva all’Isarco. Fu creata nel 1935, in seguito alla partecipazione del suo autore, lo scultore fiorentino Giorgio Gori, a un concorso che vinse. Tale selezione fu indetta dal Comitato italiano per l’“Esposizione universale delle arti e delle tecniche” che si tenne a Parigi nel 1937 e fu finalizzata alla realizzazione di una statua che simbolizzasse il lavoro italiano. La scultura avrebbe dovuto fare mostra di sé dinanzi all’ingresso del nostro padiglione. La denominazione ufficiale del concorso fu “L’Italia in cammino” e questa rimase la significazione perpetua del monumento. Tutte le susseguenti trasformazioni e variazioni, furono solamente indebite interpretazioni.

Giorgio Gori nacque nel 1910 e si trasferì a Parigi nel 1927, dove collocò il proprio studio. Fu proprio nell’atelier parigino che Giorgio elaborò il bozzetto dell’opera e fu lì che si servì del fratello Renato per elaborare il viso del cavaliere. Altro che Duce! Il volto dell’uomo a cavallo non era nient’altro che quello del fratello dell’artista.

In un’intervista pubblicata il 18 febbraio del 1961 dal quotidiano “Alto Adige”, Renato Gori confidò che «era una fissazione di mio fratello maggiore quella di usare come modelli parenti o amici. La rassomiglianza tra il volto del cavaliere e una mia foto dell’epoca è evidente. Posso dire che mio fratello concepì un cavaliere che con la mano indicava la via da seguire. Niente mano protesa col palmo in basso, così da ingenerare il sospetto di un saluto romano o fascista, ma il taglio della mano in avanti a fendere l’aria. Era “L’Italia in cammino».

La statua fu esposta a Parigi

La realizzazione della scultura fu affidata alle Officine Battaglia di Milano che, con il metodo a cera persa, la fusero in una lega di alluminio: l’anticorodal, una novità per l’epoca. La statua partì quindi alla volta di Parigi dove vi rimase negli anni 1936 e 1937. La Francia non serbava certo simpatie per il Fascismo, quindi un’opera che avesse avuto spiccate caratteristiche politiche non sarebbe passata inosservata. Rimase lì per ben due anni senza che nessuno confondesse il viso puerile del cavaliere con la facies tigliosa di Benito Mussolini.

Terminata l’avventura a Paname, “L’Italia in cammino” prese la via di Milano dove, nel 1938, la “Montecatini” la utilizzò per la Fiera campionaria. Fu in quest’occasione che la “Domenica del Corriere” definì l’opera “Il Genio del fascismo”. Terminata l’esposizione meneghina, l’imponente scultura riprese il proprio peregrinare, finché non giunse a Ponte Gardena.

Eriprando della Torre di Valsassina

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