Roma, 26 feb – Nato a Brescia il 26 febbraio 1929, compie oggi 90 anni Emanuele Severino, il più grande filosofo italiano vivente. Una fama, questa, conquistata sul campo, non solo grazie a un costante dialogo serrato con i classici del pensiero occidentale, ma anche alla formulazione di uno delle poche filosofie veramente originali partorite da un autore vivente, in un panorama di glossatori più o meno brillanti.

Laureatosi nel 1950 con una tesi su “Heidegger e la metafisica”, già nel 1964, con il suo Ritornare a Parmenide, uscito nella Rivista di filosofia neoscolastica, Severino marcava la propria differenza dalla Nietzsche Renaissance che prendeva le mosse proprio in quel periodo (il 4 luglio 1964 Gilles Deleuze aveva organizzato nell’Abbazia di Royaumont un famoso e influente convegno su Nietzsche con Pierre Klossowski, Michel Foucault e Gianni Vattimo), per dedicarsi al dimenticato pensatore presocratico. Quattro anni dopo, in seguito a questa opera, l’ex Sant’Uffizio dichiarò la sua filosofia incompatibile con il cristianesimo.

Tutto è eterno e il divenire è follia

Da allora, Severino ha prodotto decine e decine di libri, divisibili sostanzialmente in due categorie: le opere “hard”, quelle in cui esprime in modo compiuto il proprio pensiero, con volumi ponderosi e densi, i testi, insomma, “difficili”, e le opere “soft”, libri divulgativi non particolarmente impressionanti e lievemente monotematici.

Ma qual è il pensiero di Severino? Semplicemente che tutto è eterno e il divenire è follia (il “semplicemente”, come si vede bene, è ironico). Poiché è contraddittorio che l’essere venga dal nulla e finisca nel nulla, come vorrebbe la logica del divenire, occorre postulare che tutto sia eterno. La vita che scorre sotto i nostri occhi, il mutamento, la storia, sarebbe solo il dispiegarsi di una pergamena che già esiste da sempre, l’entrare e l’uscire degli enti nel “cerchio dell’apparire”.

Un pensiero radicale e originale

Al di là di questa tesi, che il filosofo porta avanti da decenni con ammirevole ostinazione, e che tuttavia risulta di fatto “non falsificabile” nella sua radicalità ontologica, sono tuttavia interessanti alcune conquiste teoretiche fatte “strada facendo” da Severino e che possono benissimo essere utilizzate al di fuori del contesto severiniano. Ne indichiamo alcune, in forma brutalmente sintetica.

a) L’idea che esista una sorta di coscienza originaria dell’Occidente, di matrice greca e ancor prima indoeuropea, basata sulla “fede nel divenire”, giunta a piena maturazione solamente con Nietzsche, che ricorda da vicino le tesi sulla temporalità espresse da Giorgio Locchi.

b) L’individuazione di una relazione tra la struttura delle lingue indoeuropee e il destino della relativa civiltà, in particolar modo la valorizzazione del radicale “Ar”, in cui sarebbe racchiuso il segreto della natura faustiana, eroica e conquistatrice dell’Europa.

c) L’idea di una sostanziale e profondissima parentela metafisica tra Nietzsche e Gentile, in special modo per quel che riguarda il rapportarsi alla temporalità e il loro modo di considerare il passato non come dato inerte ma come materia ancora eternamente in divenire, anch’essa di impronta schiettamente locchiana.

d) Il riconoscimento della profondità filosofica del pensiero di Giacomo Leopardi.

Tutti “sentieri interrotti” lasciati alla buona volontà di chi voglia proseguirli ed aprirsi un varco nella radura del pensiero. Se la profondità, l’originalità e la serietà di tali percorsi intellettuali non è in discussione, colpisce tuttavia in Severino, così come in altri giganti del pensiero (il Cacciari furioso che passa dai suoi testi zeppi di heideggerismi col trattino a un’imperscrutabile e includente riformismo para piddino, il Derrida che decostruisce millenni di pensiero occidentale per poi attestare la sua proposta politica in un elogio dell’Onu, giusto un po’ migliorabile), il topolino politico partorito dalla montagna filosofica.

Tragicomica appare, nello specifico, la sbandata del pensatore bresciano per quella bizzarra meteora pariolina nel cielo della politica italiana che risponde al nome di Carlo Calenda. Severino è infatti tra i firmatari del calendiano “Manifesto per la costituzione di una lista unica delle forze politiche e civiche europeiste alle elezioni Europee”.

Qualche settimana fa, al Giornale di Brescia, il filosofo ha spiegato di vedere nel documento “alcuni importanti passi avanti nella consapevolezza” del dominio della tecnica (!). Ma il flirt dura da tempo. Lo scorso ottobre, Severino pubblicava una recensione entusiasta sul Corriere della Sera del saggio calendiano Orizzonti selvaggi, “un libro di alto livello culturale”, “scritto da un autore che può anche vantare, rispecchiandole nelle sue pagine, ampie esperienze manageriali e politiche”. E poi parlano male delle opinioni politiche di Heidegger…

Adriano Scianca

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2 Commenti

  1. Se ricordo bene in una puntata di tanti anni fa della sua trasmissione televisiva, Giuliano Ferrara invitò vari filosofi, suoi ospiti, a far sentire la loro voce nel dibattito politico a quel tempo alquanto travagliato. C’era anche il Severino, il quale sorrideva, ma non rispondeva! Ho letto parecchi suoi libri, ma non ho mai compreso quale fosse il suo orientamento politico fino a questo momento. Avrei preferito non conoscerlo. Peccato, me ne farò una ragione.

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