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progressismoVarese, 9 mar – «Diritti “universali” vengono dati da sempre a coloro i quali non avevano affatto pensato di esigerli. […] I “pari diritti” sono contro natura, sono il segno della degenerazione delle società fattesi vecchie, sono l’inizio del loro inarrestabile tracollo.» Con queste parole Oswald Spengler ammoniva già nel lontano 1933, in Anni della decisione, sul  procedere di quel fenomeno politico, sociale e culturale che allora appariva come l’avvisaglia di uno spaventoso epilogo della stanchezza d’animo europea e che oggigiorno si manifesta in tutto il mondo occidentale con la sua dirompente fatalità, definito “progressismo”.



La principale intuizione di Spengler fu quella di mettere al centro dell’attenzione della riflessione del destino dei popoli europei l’edificio costruito dalla sovversione nichilista contro ogni genere di ordine tradizionale, individuale e collettivo. Una sovversione che procede(va) ammantata da un alone di “giustizia” ma che cela(va) la volontà di distruggere ogni senso di responsabilità, verso se stessi, verso la propria comunità: «Le idee etiche, religiose, nazionali, il matrimonio per amore dei figli, la famiglia, la sovranità dello stato, sono fuori moda e reazionari». Questa rivoluzione nichilista ha degli attori, una tattica ed una strategia. I suoi attori sono i “rivoluzionari di professione”, categoria che si autoproclama “rappresentante del popolo” nonostante sovente si tenga lontano da esso, composta dalla «feccia accademica» e dal «prete decaduto», carichi di odio sociale e consumati dalla bramosia di potere. Complice di questi attori è, del resto, la classe borghese: questa infatti, riconoscendo di fatto le “battaglie sociali” dei primi (seppur spiegate anche contro di essa, quale classe attualmente dominante e da sostituire), ne accetta l’apparente alterità e la sostanziale complementarietà, innestando sulla contrapposta quanto convergente dialettica «il nucleo centrale del pensiero politico universale».

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La tattica di questi rivoluzionari è la mobilitazione delle masse mediante l’«agitazione professionale». Lo strumento di questa agitazione è la rieducazione impostata sulla retorica dei “diritti umani”, sviluppata nel corso del XVIII secolo nei salotti intellettuali e resa pop nel XIX secolo. Una retorica che, come è intuibile, ha l’obiettivo, da un lato, di affermare la centralità dell’individuo e dei suoi bisogni e, dall’altro, quello di sviluppare un’insofferenza verso i doveri, ossia la sostanziazione dei legami tra un soggetto e l’altro, tra una comunità e il proprio destino. Il risultato intermedio di una siffatta rieducazione è la mitizzazione di una certa categoria sociale, di un certo tipo umano, prima inserito nell’ordine del tutto e poi elevato a modello di un’umanità più pura, più giusta, a prescindere da ogni effettivo merito rispetto ad ogni altra categoria umana e a prescindere dal fatto che questo “modello d’uomo” odia, perché il suo stato di iniziale differenza (più o meno artificiale, più o meno percepita) è avvertito come contrasto, che il rivoluzionario alimenta con l’invidia, con la “lotta di classe”, perché «Non si vuole costruire né migliorare, ma distruggere». Una distruzione che prende la forma finale del livellamento; un livellamento deteriore, volto a rendere fruibile a tutti il soddisfacimento dei piaceri più superficiali, a promuovere il disprezzo per il sacrificio, la diffidenza per il successo, l’insofferenza narcisistica verso una naturale gerarchia tra uomini: «E questa è la tendenza del nichilismo: non si pensa ad educare la massa all’altezza dell’autentica civiltà; ciò è faticoso e scomodo, e forse mancano anche certi presupposti. Al contrario: l’edificio della società deve essere uniformato, fino al livello della plebe».

Ma la dissoluzione non procede soltanto sul piano sociale, ma passa necessariamente anche su quello individuale: la seduzione del benessere (secondo la nota formula panem et circenses), l’ebbrezza dei “diritti”, fanno smarrire all’uomo la percezione di sé nel senso del tutto: l’individualismo è nemico del sovra-individualismo che si sublima nell’istituto familiare, fondamento di ogni stirpe («Va perduto il senso di maschio e femmina, la volontà di durare. Si continua a vivere soltanto per se stessi, non per l’avvenire delle generazioni»). Ecco quindi che il “tipo umano ideale”, che ha creduto nella propria “emancipazione” per mezzo dei propri “rappresentanti”, è pienamente inserito nel meccanismo di produzione e consumo, servo dei propri paladini prima così come dei propri aguzzini dopo. Ed è proprio questo il momento in cui il “tipo umano eletto” non è più funzionale al processo dissolutivo, che tuttavia non può arrestarsi: perché le rendite di posizione vanno sempre difese; perché ci saranno sempre nuovi “diritti” con cui scardinare l’ordine presente (e poco importa che si tratti di diritti sociali o di diritti civili, non è il paradigma, o l’effettiva utilità, ma è il risultato la cornice entro cui ci si muove); perché ci saranno sempre nuove categorie sociali da elevare a nuovi “tipi umani”. Come infatti aveva commentato Spengler a proposito delle “conquiste operaie” ottocentesche: «Nessuno osa dire alle masse dei lavoratori che la loro vittoria è stata la loro sconfitta più pesante, che i sindacalisti ed i partiti le hanno portate fino a questo punto per placare la loro fame di popolarità, di potenza e di posizioni lucrose, e che non ci penseranno affatto a lasciar da parte le loro vittime e scomparire essi stessi».

Assistiamo oggi alla prosecuzione delle stesse dinamiche, al completamento del disegno di “livellamento”: assume la forma, per esempio, delle cause contro le discriminazioni di genere (ché le battaglie femministe sono già superate, benché non ci si renda conto), delle cause per i diritti omosessuali, delle cause per l’accoglienza dello straniero; nella combinazione dei modelli offerti dagli “agitatori professionali”, il “tipo umano ideale” di oggi è il migrante, o colui che sceglie liberamente il proprio orientamento sessuale. Battaglie vantate come “giuste” in senso morale ancor prima che pratico, per ciò tali da dividere l’opinione pubblica in soggetti invidiati/colpevoli e soggetti invidiosi/vittime, prima che il livellamento si realizzi: un genere umano sempre più in crisi di identità, svirilizzato, sempre più succube del vortice di desiderio e appagamento, in definitiva fuori dalla storia, quest’ultima fondata sulle differenze, sulle sfide e sul sacrificio («Adesso è la massa, piuttosto che la divinità, ciò in cui l’Io pigro, sciocco, malato di ogni genere d’inibizione, “sprofonda”: anche questa è “liberazione”»). La rivoluzione nichilista è, in conclusione, la ribellione contro l’uomo europeo, archetipo dello spirito occidentale: l’uomo faustiano, «l’individuo contro il mondo intero, la coscienza della propria inflessibile volontà, la gioia delle decisioni ultime e l’amore per il destino, proprio nel momento in cui ci si infrange contro di esso». Oggi come nel 1933, quando l’opera spengleriana fu data alle stampe, la questione cruciale che dobbiamo porci in quanto europei davanti alla dissoluzione, ai suoi agenti e ai suoi metodi come sopra descritti, resta invariato: «Qui entrano in lotta le potenze elementari della vita stessa; è questione di tutto o  niente. […] Ecco i dadi di questo gioco immenso. Chi osa gettarli?».

Stefano Beccardi

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