Roma, 8 mag – Vogue Italia, dopo l’intervista ad Elly Schlein, decide di rendere ancora più ridicola la sua posizione. Questo grazie alla “incredibile” intervista della sua direttrice Francesca Ragazzi, rilasciata alla trasmisione Mezz’ora in più, dove la rampante giornalista tenta disperatamente di dare sostanza a qualcosa che di sostanza non ne ha alcuna. Lo scopo? Giustificare l’immagine dell’attuale segretaria del Pd, ufficialmente alla guida di un partito che pensa ai poveri, nella pratica molto più interessato a questioni mondialiste e liberiste di tendenza. Quanto meno, non ne vediamo un altro, specialmente dopo le polemiche scatenate successivamente all’intervista.

Vogue Italia e i poveri

Vogue Italia ha grande considerazine per i poveri, non ci si azzardi a pensare il contrario. Tra un orologio e una borsetta firmata da esibire sui social, sono proprio i like dei poveri ad essere di grandissimo interesse.  La Ragazzi, di fronte a Lucia Annunziata, fa sfoggio di tale messaggio, addirittura inquadrato come pseudosociale e valoriale, in un delirio di banalità, luoghi comuni e situazioni decisamente impossibili che per concentrazione ha avuto pochi rivali nella storia della pubbliche relazioni, soprattutto mediatiche. La difficoltà sta tutta nel cercare ad ogni costo di dare una sostanza “sociale di massa” all’eleganza costosa di cui la rivista è portatrice per chiunque non viva su Marte. Non si potrebbe fare diversamente, per cercare di conciliare la presenza sulle sue copertine del segretario di un partito che continua a prendere in giro tutti definendosi “dei lavoratori”. “Dobbiamo parlare a tutti al di là del ceto sociale, la moda non è elitaria nel suo messaggio”, dice. E si giunge così al passaggio più comico, nel finale, quando la Annunziata chiede: “Non è nemmeno così costosa nel suo messaggio?”. La Ragazzi replica: “Questo è diverso. C’è chi va a comprare un oggetto di moda perché se lo può permettere, ma chi vuole avvicinarsi a un brand di moda perché si riconosce nei suoi valori, oggi è possibile, grazie alle nuove piattaforme, al potersi esprimere liberamente“. Insomma, cari poveri, se non potete comprarvi una borsetta firmata, siete inclusi comunque grazie ai vostri like su Instagram. Certo, per la borsetta vi attaccate. Ma siete “inclusi”.

L’ipocrisia di un mondo snob che fa finta di essere umile

Non c’è niente di peggio dello snobismo spacciato per umiltà. Il “parlare a tutti”, quando al massimo i “tutti” sono le solite minoranze Lgbt arcobalenate rappresentanti l’unovirgola della popolazione, con relativi deliri su fluidità di genere, infischiandosene altamente di chi si trova in condizioni economiche disagiate, ancora peggio se ha la sfortuna di essere italiano. È il trionfo di chi, non pago di far parte di un mondo a tutti gli effetti aristocratico, ha pure la faccia tosta di spacciarsi per popolare. Grazie, Vogue Italia, avevamo bisogno di una manifestazione esplicita di ipocrisia come questa, che resterà negli annali come è giusto che sia.

Stelio Fergola

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3 Commenti

  1. Sono un ragazzo di ventiquattro anni. Ho sempre preferito dare una seconda vita ai vestiti in buone condizioni invece di procedere ad acquisti non necessari o addirittura compulsivi. Non per forza per questioni economiche, perché essendo abbastanza minimalista non avrei avuto problemi a comprare i pochi vestiti di cui ho realmente bisogno. Preferisco non comprarli per tutto ciò che ci gira intorno. Specie quelli con prezzi inutilmente fuori scala. Detesto interviste o dibattiti di questo genere in quanto le argomentazioni a volte sono così spicciole che farebbero indignare anche uno che se ne infischia (tipo me). Desidero così tanto una delucidazione riguardo il messaggio popolare che la moda odierna vorrebbe trasmettere, perché non lo colgo, mio limite. Non mi riferisco a Vogue nello specifico. Ma anche in questo caso, non so a cosa lei si riferisca. A mio parere vestirsi con un brand non trasmette per forza e in automatico un messaggio o un significato caratteristico. Spesso non si sa quanto siano superflue certe attenzioni fin quando non si hanno altri pensieri più importanti su cui soffermarci. Basta che siano comodi, che siano puliti e che non abbiamo un aspetto atto a inorridire chi mi guarda per sbaglio. In un solo termine: dignitosi.
    Che poi la società ci spinga a indossare alcuni tipi di indumenti in precise circostanze è un altro conto. Ma qui siamo sulla luna. Messaggio? Quale messaggio? Una maglia grigia con la scritta Vogue 140 euro.
    Non si parla di prototipi, di estetica, di sfilate nelle quali si dà libero sfogo alla creatività.
    Escludendo coloro che hanno il cheat soldi infiniti, restano le persone comuni.
    Indossare un brand può anche soltanto significare un cafone pavoneggiamento. (Anche se non penso sia il caso di Vogue) E non diciamo sciocchezze, il messaggio sarà sempre qualcosa che ha interesse economico. È il vostro mestiere. E dirmi che in sé il messaggio non ha ceto, o che non è elitario, equivale a dire che i soldi possono piacere a tutti… Grazie, proprio non lo sapevo.
    In quale modo mi avvicinerei al messaggio o ai valori del brand lasciando un like sul social? Mi identifica? Mi rispecchia? Ho bisogno di identificarmi in un messaggio condiviso da un brand di indumenti o accessori di lusso? Davvero? Non sapevo di averne bisogno. Chiedo scusa.
    Gli altri vedono che ho lasciato un apprezzamento, bene, quindi? “Oh guarda, piace anche a lui…”
    È questo l’obiettivo ultimo di Vogue e degli altri brand di qualunque altra cosa? La ricondivisione, lo share della gente “povera”? Siamo cavie da laboratorio?
    Indossare un vostro indumento non mi porterebbe alcun bene superiore, non dimenticatelo.
    Non vi utilizzo materialmente al raggiungimento di uno scopo, come sarebbe per un trapano, un’auto che consuma e inquina poco, o un pannello solare che riduce i consumi. Posso vestirmi con il vostro brand come con qualsiasi altro, sta a voi fare in modo che io possa indossarvi oppure no. Dire che noi “persone comuni che chiamate poveri” siamo destinate a guardarvi sui social e lasciarvi like non vi rende interessanti, ma fastidiosi. Sareste più sinceri ammettendo che non vi interessa farci indossare i vostri indumenti, non serve che ci confermiate che siete elitari, è evidente. Non ho nulla contro il vostro listino prezzi, se la gente compra i vostri indumenti o accessori significa che avete fatto centro. Però siate consapevoli che queste non sono affermazioni carine da fare. In ogni caso, con 140 euro posso permettermi almeno 75 litri di gasolio e mi faccio un sacco di viaggi in montagna o al mare con cane e amici. Buona vita a tutti.

  2. Se pago per un brand deve essere quello della comunità con la quale mi identifico, o almeno del sottoscritto (no c.f./p.iva alias numero detenuto), altrimenti il capo devono quasi donarmelo visto che mi riducono ad uomo sandwich. Ecco perché ha sempre ragione chi stacca certe etichette o gradisce qualità ragionevole non firmata.
    Ricordo ancora p.es. quando, da ragazzini, tagliavamo via la scritta “Levis” dai jeans, ma intanto i ns. soldini erano andati da loro. Il vero problema è qui, buoni materiali, duraturi, ben tagliati, se li sono tutti accaparrati loro, o quasi (e non ci sono più i sarti bravi, eco-nostrani, vicini di casa).

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