Roma, 21 mag – Nel ripercorrere il centenario della sua nascita riproponiamo un’altra recensione e riflessione di un film di Ingmar Bergman particolarmente famoso e particolarmente ricco di interessanti riferimenti etici e filosofici. Stiamo parlando de “Il posto delle fragole”, un altro immenso capolavoro del regista svedese che qui ci propone altri sviluppi del suo pensiero razionale e lungimirante pieno di richiami spirituali.
Uscito nel 1957 e vincitore di vari premi internazionali il film narra la storia di un vecchio e illustre professore Isak Borg in lotta con il proprio passato e con i propri sbagli commessi durante tutta la sua vita. Mentre va a ritirare il premio accademico per la sua carriera da medico nella città di Lund rivive tutta una serie di ricordi e di sogni nitidi e illuminanti che lo fanno riflettere profondamente sui suoi trascorsi da uomo e da professionista. Gli incubi inerenti la morte presumibilmente vicina, che lo tormentano nei suoi sonni, lo spingono a dover fare i conti col proprio passato e con l’attuale situazione personale frutto delle scelte fatte. Nel viaggio verso la città che lo premierà per la sua onorata e gloriosa carriera di medico, lo accompagna la nuora Marianne la quale esternerà chiaramente al suocero le sue mancanze affettive, il suo egoismo centrato tutto sulla carriera professionale e la sua trascuratezza nei confronti delle cose importanti della vita. Un egoismo pregno di formalismo e di falso moralismo che la stessa Marianne riscontra anche nel figlio di Isak terribilmente simile al padre.
Tale accusa fatta con delicatezza e schiettezza sarà una breccia che aprirà il cuore di Isak soprattutto quando si troverà a visitare, durante il viaggio, i luoghi della sua giovinezza. Passando nella casa di vacanza dove ha trascorso per anni i mesi estivi, gli appaiono nitidi i ricordi della sua dolce cugina che ha amato ma a cui non ha saputo offrire quelle giuste attenzioni da uomo di cui una donna ha bisogno. Un approccio distratto e superficiale che hanno fatto allontanare la cugina Sara dalle sue braccia per finire poi sposata con il fratello meno impostato e più ribelle di lui. In quella sosta Isak rivede il posto delle fragole, quel pezzettino di bosco nel quale si dilettava insieme alla cugina a raccogliere quei frutti nella spensieratezza della gioventù. In Svezia le fragole vengono considerate il simbolo della purezza e del disincanto giovanile. Una parentesi gioiosa e serena che però è stata soppiantata dall’avvento prepotente degli obiettivi professionali e dalla sua rigorosa impostazione umana che evidenziano solamente un profondo egoismo che lo distrae dalle cose importanti della vita. In questo viaggio sia i dialoghi con la nuora sia i ricordi lampanti mettono a nudo queste sue gravi mancanze e queste occasioni perdute.
Ma il viaggio continua e nel tragitto Isak e Marianne offrono un passaggio a una giovane ragazza accompagnata da due amici da cui lei è simpaticamente attratta. Mentre la ragazza si diverte a giocare e a sedurre entrambi, i due uomini nel loro viaggio non fanno altro che discutere di vari profondi argomenti tra cui il sempiterno dilemma sull’esistenza di Dio. Da una parte c’è lo studente teologo che rappresenta il lato fideistico e romantico dell’umanità e dall’altra c’è l’aspirante scienziato, razionalista e calcolatore. E’ un palese quadro della realtà umana molte volte impelagata nelle domande esistenziali che lo stesso Bergman approfondisce e rappresenta in ogni sua opera. Isak assiste divertito alla discussione dei due giovani ma si rifiuta di esprimere una posizione in quanto troppo appiattito dal suo piccolo mondo ristretto che gli ha chiuso ogni veduta. Ma questo viaggio gli aprirà di netto gli occhi e gli metterà in luce l’essenza delle sue scelte e gli farà ridimensionare i suoi punti di riferimento. L’incontro con una coppia di coniugi maturi e in continuo litigio mostra ad Isak lo squallore di una vita vissuta egoisticamente e finita in solitudine senza nessun briciolo di amorevole compassione e intimità.
E’ il quadro esatto del suo rapporto con la moglie ormai defunta con cui ha mantenuto un rapporto sempre formale, freddo e altezzoso. Un matrimonio triste e monotono scandito dai ritmi di lavoro di Isak sempre ripiegato in sé stesso e senza nessun sussulto sentimentale. E’ lo stesso quadro che fa disperare anche la povera Marianne la quale riconosce il medesimo egocentrismo nel figlio di Isak, a cui un mese prima ha pure confessato di aspettare un figlio di cui il marito però non vuole sapere. Le appare quindi lo spettro di una vita coniugale piatta e grigia identica a quella del suocero. Ma per Isak il viaggio dei ricordi continua portandolo inevitabilmente a ritirare fuori l’episodio del tradimento della cara moglie vissuto anch’esso con freddo cinismo e altezzoso contenimento. Ma stavolta verso il finire della propria vita non c’è più un lavoro e una carriera dietro cui ripararsi e dentro cui crogiolarsi, e la sua reazione adesso è di profonda amarezza e disperazione. L’ultimo incubo che gli viene nel sonno riguarda proprio la sua brillante carriera professionale. Si ritrova di fronte ad una commissione d’esame che lo boccia e lo rende ridicolo davanti agli altri alunni. E’ la vita che gli bussa alla porta e ricordandogli che tutta la sapienza del mondo non è nulla di fronte al mistero e all’immensità dell’infinito che ci si prospetta davanti. Anche la gloria umana è caduca e destinata a svanire o quantomeno a ridimensionarsi notevolmente.
Un viaggio quindi pieno di riflessioni amare che drammaticamente svelano la realtà egoistica della sua vita e la sua apparente stabilità i cui frutti sono stati solamente una tranquillità formale e un adagiamento borghese lontani dalla vera felicità e dal vero amore. Un film drammatico che lascia tanta tristezza se non si colgono gli ultimi passaggi cui Bergman dedica delle brevi e significative scene. Se  da una parte il viaggio di Isak è fonte di cocente disperazione dall’altra è anche possibilità di redenzione. Risvegliato da uno dei suoi incubi afferma davanti a Marianne la frase “Sono morto pur essendo vivo” come spontanea confessione ed ammissione delle proprie colpe. Decide pertanto di parlare col figlio e si prodiga affinché si riconcili con la moglie e accetti il bambino che sta per nascere; inizia a trattare con gentilezza e cortesia la governante ma soprattutto cerca di trovare dentro di sé il senso sostanziale della vita. Stavolta è ancora un sogno ad occhi aperti ad aiutarlo. Dopo tutte le scene amare vissute nella memoria, spunta finalmente un dolce ricordo; il ritrovare i propri genitori che sorridenti si godono il loro riposo sulle rive del lago. Mentre il padre è dedito alla pesca la madre legge un libro seduta su un prato ed entrambi lo salutano allegramente. E’ il prorompente ritorno dell’uomo verso il padre e la madre ossia verso le proprie origini, il proprio ethos. E’ la risposta ad una fondamentale domanda esistenziale sul “chi siamo e da dove veniamo”. Diventa la consapevolezza di appartenere ad un anello di una lunga catena che ci lega a qualcosa di vero nato e vissuto grazie e  attraverso l’amore. Isak tutto ad un tratto scopre che, a prescindere dalle gioie e dai dolori della vita, dalle scelte sbagliate e dalle proprie miserie, esiste sempre un cordone ombelicale il cui legame ci unisce ad una storia e ad un patrimonio ideale insito nell’uomo fatto di amore filiale, di paternità, di identità sacra che nessuno potrà mai cancellare. Questa è la chiave di volta del film a cui il regista dedica l’ultima scena. Bergman, da ateo teorico, ma da intenso ricercatore dei tanti perché della vita, coglie ugualmente il senso dell’ethos per l’uomo e di conseguenza la consapevolezza dell’essere venuto al mondo e quindi il segreto della felicità. In un’epoca dove si fa di tutto per strappare questo filo ideale che lega l’uomo alla sua origine, in cui si cerca di annullare l’idea profonda di paternità e maternità riscoprire l’ethos e il patrimonio etico iniziale da cui proveniamo anche attraverso il rafforzamento dello spirito di appartenenza ad una terra, può sicuramente aiutare l’umanità a ristabilire la giusta rotta.
Francesco Amato

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