Roma, 21 mag – Il presidente Mattarella ha deciso: alle 17.30 incontrerà la delegazione del Movimento 5 Stelle e subito dopo, alle 18, quella della Lega. Il governo giallo-verde sta per nascere. Il “contratto di governo” è stato promosso con risultati plebiscitari dalla base elettorale. Ora si deve passare alla composizione del Consiglio dei ministri. In tal senso, da giorni impazza il totonomi, con rumors che si rincorrono sui candidati in lizza, a partire dall’uomo-chiave, il premier, figura “terza” di alto profilo politico, che sta bene a tutti, che piaccia a Mattarella. Il nome che circola di più è quello del professor Giuseppe Conte, docente di diritto privato ed esperto di pubblica amministrazione. Agli Esteri potrebbe arrivare Giampiero Massolo, il super-ambasciatore super-diplomatico (Cossiga lo chiamava “fascio-comunista), già segretario generale della Farnesina. Nel totonomi poi figura il leghista Giancarlo Giorgetti in lizza tra il Tesoro e il sottosegretariato alla Presidenza del Consiglio. Ma per Palazzo Chigi o o il Mef spunta anche il nome dell’economista Paolo Savona, 82 anni, un passato in Banca d’Italia e ministro dell’Industria nel governo Ciampi e a capo Dipartimento Ue di Palazzo Chigi a metà anni duemila con Berlusconi premier. La Lega vorrebbe Savona al ministero dell’Economia e delle Finanze.
Sempre sul fronte del Carroccio, il capogruppo al Senato Gian Marco Centinaio (direttore commerciale di un tour operator), potrebbe andare al Turismo, eventualmente con delega agli Affari regionali per gestire la trattativa sulle Autonomie regionali post referendum. Nella lista di Salvini anche l’economista Armando Siri e Nicola Molteni, in lizza per la Giustizia, che però chiedono anche i 5 Stelle per Alfonso Bonafede. Stefano Candiani o Lorenzo Fontana sono accreditati all’Agricoltura, mentre l’ex rettore della Statale Gianluca Vago, non leghista, potrebbe andare al dicastero della Sanità. Giulia Bongiorno forse andrà ai Rapporti con il Parlamento, Simona Bordonali – già assessore in Lombardia – è in corsa per il ministero alle Disabilità e alla famiglia.
Per quanto riguarda il M5S, invece, la No-Tav Laura Castelli è in pole position per le Infrastrutture, il generale Sergio Costa per l’Ambiente e uno dei fautori della battaglia per il taglio dei costi alla politica, il questore della Camera Riccardo Fraccaro, alla Semplificazione. In lizza anche Emilio Carelli (Beni Culturali) e Vincenzo Spadafora (Istruzione).
Inutile dire ovviamente che i nomi che girano sono tutti da confermare, nel caso. Anche perché è in ballo ancora un ministero chiave, quello dello Sviluppo economico. Di Maio ieri ha dichiarato: “Abbiamo chiesto che il ministero dello Sviluppo economico con dentro quello del Lavoro sia un super ministero per risolvere i problemi degli italiani e che vada al Movimento”. Accorpamento o meno (la Lega nega tale ipotesi), allo Sviluppo potrebbe andare lo stesso leader pentastellato. Così come da giorni circola l’ipotesi che il capo politico della Lega vada a un ministero altrettanto “pesante”: l’Interno. Salvini dal Viminale potrebbe gestire direttamente due questioni correlate che sono il cuore del programma leghista: sicurezza ed immigrazione.
Un dato curioso – visto che se tutto andrà secondo i piani – a breve vedrà la luce il primo governo sovranista-populista della storia repubblicana: il papabile per la poltrona più importante, il professor Conte, non è esattamente espressione delle istanze giallo-verdi. Anzi. Il giurista in effetti piace a Di Maio ma per niente a Salvini per via dei suoi legami professionali con un personaggio “odiato” dalla base elettorale Lega-5 Stelle, ossia Maria Elena Boschi. Il premier insomma sarebbe un amico personale di quel ministro che con Renzi è stato additato come “amica delle banche, sulla pelle degli italiani”.
Quindi il suo potrebbe essere un nome “bruciato” appositamente per tenere buoni i media. Anche perché nei giorni scorsi Di Maio e Salvini di comune accordo hanno dichiarato che il nome c’era ma che il primo a saperlo sarebbe stato il capo dello Stato.
Staremo a vedere. Tanto, come è noto, l’ultima parola sta a Mattarella.
Adolfo Spezzaferro

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