Roma, 19 gen – Presidenzialismo, una parola che il governo non molla, intenzionato ad avviare il percorso per una riforma cercata ma mai concretizzata da quarant’anni, e sostenuta anche dalla storica destra sociale italiana in passato, in più occasioni. Una riforma che è necessaria per molteplici ragioni, ma su cui è importante sottolineare un aspetto che la differenzia rispetto a qualsiasi cambiamento in senso “federalista” o similare: l’impossibilità che essa peggiori il disastroso e pasticciato quadro istituzionale che l’Italia si porta dietro dal 1948.

Presidenzialismo: sì a qualsiasi riforma diretta, ma sì anche a qualsiasi “avvicinamento”

Il presidenzialismo ed ogni tipo di “avvicinamento” ad esso vanno sostenuti, come chi scrive afferma da tempo immemore, da oltre 15 anni. Il realismo, infatti, impone di non pretendere per forza la riforma “cotta e mangiata” nella sua espressione per forza più concreta, considerata anche la stupidissima pressione culturale – dominata tanto per cambiare dagli esponenti del pensiero unico di sinistra – in grado di far identificare il sistema presidenziale con una sorta di “dittatura autocratica” fuori da qualsiasi logica, magari urlando alla solita “difesa della Costituzione” e dei diritti da essa sanciti che, tra l’altro, nessuna delle proposte del passato ha mai discusso. Se non arriva il presidenzialismo, va bene anche il semipresidenzialismo. E, guardando al passato, va bene anche semplificare i rapporti assurdi e impantanati tra Parlamento e Governo: dunque le camere paritarie, l’ormai ben noto “ping pong”, in generale tutti gli ostacoli che impediscono una verticalità del potere, una minima gerarchia e che, di conseguenza, non solo rendono difficilissimo dirigere il Paese, ma ostacolano anche il “tirocinio” politico. Va bene qualsiasi cosa che permetta a chi deve governare di farlo, bene o male che sia, nella piena responsabilità delle sue azioni, non potendo così avanzare la “scusa” dell’impossibilità di poter agire (che peraltro, viene aggirata agilmente solo quando è diretta a realizzare agende promosse da poteri esterni al Paese, come avvenuto nel caso dell’esecutivo di Mario Draghi).

Va bene perché aiuta la responsabilizzazione, ma anche alla formazione futura di classi dirigenti migliori: sulla crisi qualitativa della nostra minoranza politica negli ultimi cinquant’anni c’è ben poco da obiettare. Ma sarebbe il caso di ricordare quanto essa sia dovuta a molteplici fattori: sicuramente scolastici e pedagogici (con le strutture di formazione – anche universitarie – entrate in una crisi mortale da decenni), ma anche relativi alla “palestra” istituzionale che i politici esordienti si trovano ad utilzzare. Una “palestra” che insegna solo il ricatto e l’emendamento ma mai la responsabilità decisionista, impantanata dalla già citata “assenza di verticalità” molto maggiore che in altri Paesi occidentali. Per usare parole semplici: se non sei messo di fronte alla possibilità concreta di decidere, hai anche meno possibilità di imparare a farlo. Ciò dovrebbe interessare molto di più un pensiero dissidente del sistema che viviamo oggi, rispetto a un approccio “connivente”: il secondo, come spiegato, non ha bisogno di potere, perché è già deciso a prescindere. A differenza del primo.

La differenza con le proposte di riforma federaliste e le autonomie

Mentre le proposte di cambiamento di rapporti tra Parlamento e Governo non possono peggiorare il disastro che ci portiamo dietro da 75 anni (a meno che qualche folle, per assurdo, non proponga più camere, nuovamente più parlamentari o, chessò, più presidenti del Consiglio: ovviamente stiamo “giocando”, ma è per far capire il concetto), quelle federaliste si prestano a infinite più variabili, dalla grandezza degli Stati facenti parti della federazione, alla differenza dei poteri con lo Stato centrale, alla necessità di non accavallarli e di non ostacolare provvedimenti necessari a livello nazionale. Di conseguenza, possono eccome produrre danni, se non adeguatamente equilibrate e strutturate. L’esempio cardine lo abbiamo con la cosiddetta “riforma” del 2001, con la quale, proprio a causa di un pasticcio simile, si è messo – per fare un esempio, ma ce ne sono vari – lo Stato centrale nella difficile posizione di dover mettere d’accordo tutte le regioni interessate al passaggio di una infrastruttura come può essere una ferrovia (le “legislazioni concorrenti”). Un cambiamento, quello “federale” approvato ormai più di vent’anni fa, che ha complicato il quadro del potere politico. Cosa che potrebbe avvenire eccome in futuro, anche con le tanto agognate autonomie leghiste.

Stelio Fergola

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