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Roma, 11 apr – I 5 Stelle continuano a “predicare bene e razzolare male”. Entrati in massa in Parlamento grazie ai voti di chi li vede la novità della politica, li osanna come cittadini onesti che vogliono rivoluzionare il Palazzo, si sono ormai da tempo adeguati all’andazzo generale. Come nel caso del neopresidente della Camera Roberto Fico, che ha “opzionato” l’appoggio di LeU a un eventuale (e sempre più probabile) governo M5S-Pd (renziani compresi).
In che modo? Autorizzando la costituzione del gruppo alla Camera anche se i numeri non lo permetterebbero. Sì, perché il regolamento di Montecitorio prevede che per formare un gruppo (il che significa anche prendere bei soldi) servano un minimo di venti deputati. La lista della Boldrini, di Bersani e D’Alema, che il 4 marzo ha debuttato con scarso successo alle elezioni, ne ha solo 14, ma ha chiesto la deroga per poterlo formare ugualmente. Fico ha dato l’ok e ieri l’ufficio di presidenza della Camera ha votato all’unanimità per concedere la deroga.
Ma come? Fico era stato messo a Montecitorio per tagliare i vitalizi, eliminare sprechi di denaro pubblico, abbattere la casta e i suoi privilegi… Adesso, in nome degli inciuci, per il pentastellato i “centinaia di migliaia di euro pubblici buttati nel cesso” non contano più. Anche se proprio lui, lo ricordiamo, nel 2013 attaccò duramente la costituzione in deroga del gruppo di Fratelli d’Italia: “Una spesa inutile e assurda, degna della casta: lo abbiamo detto in tutti i modi in ufficio di presidenza, ma niente. Questi sono i nostri cari partiti responsabili”, chiosò Fico.
I 5 Stelle volevano cambiare tutto, e lo sbandieravano fino allo sfinimento. Oggi invece si sono rivelati per dei politicanti alla stregua di tutti gli altri. Con la differenza che la “vecchia scuola” conosce più trucchetti. Tanto che persino il Pd oggi può metterli alla gogna (e alzare la posta per andare a Palazzo Chigi).
Adolfo Spezzaferro



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