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Roma, 19 apr – Mentre venti di guerra sconvolgono la Siria e l’Italia, che non è più dentro il salotto buono della Storia ma accovacciata in portineria, blatera le consuete paroline codarde, ricordiamoci che cento anni fa siamo usciti acciaccati ma vincitori da una guerra che fu Grande perché coinvolse mezzo mondo, lo fu anche perché provocò un’immensa macelleria di soldati che non erano guerrieri e lo fu anche perché, grazie al sacrificio di quei soldati che non erano guerrieri, lo scenario politico mutò. La guerra “cambia” la storia e la geografia nel bene e nel male, al di là del bene e del male, e non è male parlarne un po’ per “capirla”. Al pari di tante umane cose, la guerra è un fenomeno complesso. Alle sue radici, nelle profondità del suo sottosuolo, c’è la natura ferina dell’uomo. Il che significa istinto aggressivo, difesa del proprio “spazio vitale”, volontà di potenza e di conquista, di sopraffazione e di dominio. Credo che tutto questo sia un contrassegno nativo, direi “ancestrale”, dell’essere umano.
Il che non esclude altre pulsioni, o altre “passioni”, tutt’altro che secondarie e per nulla distruttive: i vincoli affettivi, amicali, comunitari; la realizzazione di sé nel lavoro manuale o intellettuale; la disponibilità all’aiuto del prossimo; la tensione verso il Sacro, costellata da infiniti interrogativi. Ultimo, ma non ultimo, il desiderio della pace. Da sempre, gli uomini desiderano la pace, parlano di pace, progettano e realizzano opere di pace. Ma da sempre fanno la guerra, impugnano le armi e tendono a riempire, insieme ai granai, gli arsenali militari. Non so se questa sia una maledizione divina, una sorta di “male oscuro”, di venefica fatalità stillante da un “Demiurgo cattivo” e che grava su di noi, segnando opere e giorni della storia: so, “vedo” che è così. E so che da sempre la letteratura- a partire dai poemi epici- ha cercato di sublimare la ferocia della guerra attraverso le immagini dell’eroe la cui virtù spesso si intreccia alla pietà: non si infierisce sul nemico vinto, gli si rende onore. Da sempre c’è stata la consapevolezza- amara ma nitida- che “la guerra è”: ai poeti e agli artisti l’impegno di trasfigurarla perché l’urto dell’orrore vada di pari passo con l’ammirazione delle gesta eroiche e di tutti i “bei gesti”, compreso il rispetto per il nemico. Combatterlo e vincerlo è un dovere, annichilirlo è una forma di barbarie e di empietà. E’ così o dovrebbe esserlo? Perché, è vero, i codici cavallereschi ci ammaestrano in tal senso, e anche nella guerra moderna vigono- dovrebbero vigere- codici di diritto internazionale che, di volta in volta, legittimano, disciplinano, condannano. Se, infatti, esistono “criminali di guerra”, vuol dire che ci sono “modi” in cui la guerra non va fatta, non dovrebbe essere fatta. Il tragico è che i codici valgono sempre per i vinti e si applicano nei loro confronti; i vincitori, invece, sono al di sopra di tutte le leggi. Comprese quelle di guerra.
Ma chi è che vuole la guerra? E chi è che la fa? “Dietro” la guerra- è banale ribadirlo ma è terribilmente vero- ci sono aspirazioni, ambizioni, interessi. Ci sono le nazioni, le patrie, gli stati, i governi, la politica, gli ideali, le ideologie. E le banche, le industrie, la finanza. C’è la voglia di primeggiare o, quanto meno, di essere tra i primi e di non essere sottomessi. C’è la fascinazione dell’arricchimento: lecito o illecito. Ci sono l’idea della “missione” e l’immagine forte di un “destino”, capaci di saldare i popoli in una “unione sacra”. C’è la presunzione che qualcuno ci abbia “offeso” e dunque una sorta di obbligo morale alla “difesa”. C’è il mito dell’” impero”, variamente declinato, dall’antica Roma all’espansionismo coloniale fino alle guerre dei nostri giorni, dove gli “stati canaglia” sono quelli che non si conformano alla logica di potere dei super-stati imperiali o di quelli che mirano a questo alto profilo geopolitico.
“Dentro” la guerra (ma cosa saranno le guerre future, tecnologicamente avanzatissime con i loro sempre più complessi macchinari di distruzione?) ci sono i popoli e i soldati. I popoli amano la retorica: all’annuncio della guerra li percorre un brivido. Sorpresa e sgomento, insieme all’emozione, all’entusiasmo che sventola bandiere e si commuove dinnanzi agli appelli alla patria. I popoli si entusiasmano, poi tremano e maledicono, coinvolti e travolti nell’orrore delle distruzioni che devastano le loro case, i loro beni e le loro carni: maledicono, vogliono la pace, sono costretti a subire fin tanto che governi, alta finanza ed alti comandi lo pretendano. Anche i soldati- quelli che hanno risposto alle leva e i volontari- “sentono” allo stesso modo. Ma il loro orrore- ed eccoci a uno scenario tipico della Grande Guerra- è infinitamente moltiplicato dalle attese snervanti in trincea, dalla promiscuità sudaticcia, dalla fame, dalla febbre, dal fango, dai pidocchi. Ci sono le attese e ci sono gli assalti: devi correre, colpire, ma puoi crepare perché sei “carne da cannone”, la tua individualità sparisce, ti mescoli con la massa, non conti niente, e devi obbedire, solo obbedire, mentre lo spasimo ti contrae le budella, e vorresti tornare a casa, dalla mamma o dalla fidanzata, e riprendere il lavoro interrotto, e rivedere il tuo paese e gli amici e tutto quello che ti è stato portato via. Com’è disumana la guerra! Oppure, per dirla con Nietzsche, “umana, troppo umana”? Perché l’assalto, con tutta la sua terribilità, può essere il momento più alto della tua vita: se superi la paura, puoi tirar fuori tutto il tuo coraggio e combattere per il re, la patria, la gloria, l’idea, la memoria dei compagni morti ammazzati, un imprevisto “te stesso” che nemmeno sospettavi. Perché la trincea, nei suoi umori appiccicaticci- cattivi odori compresi, e strazio per il compagno che hai accanto e che all’improvviso non ce la fa più, impazzisce, urla che vuole la mamma-; perché la trincea ti dà l’occasione per scambiare un mozzicone di sigaretta, per parlare di chi hai lasciato a casa, per condividere una fotografia, per farti scrivere una lettera d’amore al tuo amore, perché tu magari sei un povero analfabeta ma i sentimenti li provi tutti. E forti, ed hai bisogno di dimostrarlo. E poi…E poi parli con gli altri e c’è qualcuno, magari un bravo studente friulano, che sa mettere per iscritto le emozioni e gli affetti di un povero guaglione del Sud. Il tuo dialetto si mescola ai mille dialetti che non riesci a decifrare, tu e gli altri cercate una parola di italiano che vi accomuni, costruite, lì, in mezzo al fango, una patria polverosa e stracciona, che è fatta di confidenza e di fraternità. Diventate fratelli.
La guerra- umana, troppo umana, disumana, più che umana- è mostruosa ma affratella. Se poi ci sei andato da volontario, se ti arruoli in un corpo scelto, capisci davvero tutto, cioè che in quelle tenebre ci sono tanti bagliori di luce. E capisci che dietro la retorica patriottarda che gonfia le gote e suona le trombe, c’è l’immenso, grandioso “momento della verità”. Quello che ti rivela agli altri, ti svela a te stesso per ciò che sei. Un vigliacco, che è un brutto modo di essere uomini, e, oh no, non un eroe, ma un uomo al suo meglio, quello che fa il suo dovere- o, se vogliamo, il dovere per sé-, che sa di dover combattere un nemico- perché “la guerra è”- ma non lo odia, che è perfettamente consapevole che non avrà mai amici così simpatici e generosi, così “belli”, come quelli che ha avuto accanto, in trincea e in un assalto. Insomma nella guerra, c’è di tutto e di più. E più che mai in quella “grande” e spesso “piccola piccola”, raccontata nel romanzo che ha vinto l’Acqui Storia dello scorso anno (“L’Ardito” di Roberto Roseano, Itinera Progetti Editore) con le Fiamme Nere, vogliose di vincere e/o morire, anche “contro” gli stati maggiori, e la loro protervia, i loro errori, la loro spietatezza nei confronti della “carne da cannone. Roseano racconta tutto questo: l’epica (a questo proposito si legga un libro di Simonetta Bartolini uscito in questi giorni: “L’epica della Grande Guerra”, Ed. Luni) e, verrebbe da dire, il “basso Inferno”. In ogni caso, quella che è stata definita “la nazionalizzazione delle masse”. C’è- mi si perdoni l’enfasi- la carne sanguinante che diventa spirito, di corpo e di patria, grazie alla fraternità d’armi. E’ brutto, e non vorremmo che fosse così, ma dall’odio per il nemico nasce, o si potenzia, l’amore per il prossimo. Il caso di una promiscuità obbligata santifica la causa. Orrore, ferocia, consapevolezza della precarietà generano amore. Pazza idea dell’amore- dell’amore per gli altri e per la patria: quella che magari “non c’era” prima della chiamata alle armi- partorita tra tenebre e sangue… Tutto questo lo racconta bene nella sua raccolta di poesie “Il porto sepolto- poi diventata “L’allegria” – il poeta toscano Giuseppe Ungaretti, volontario nella Grande Guerra, e uomo di pace, senza contraddizioni. Si prendano poesie come “Soldati”, “Fratelli”, “Veglia”: dentro c’è tutta la guerra. C’è tutto l’uomo com’è. C’è l’uomo che- chiamato a compiere il proprio dovere? o quello che gli altri gli impongono come dovere? – ogni cosa svela di sé. Furore, amore, trepida e gloriosa fragilità.
La guerra è questo “assurdo”, assolutamente naturale. E la pace? Come non amarla e non auspicarla? Ma sarebbe davvero una menzogna (sporca) dire che dopo la seconda guerra mondiale e dopo la fine dei totalitarismi neri, e, in seguito, di quelli rossi, il mondo ha vissuto e vive in pace. Guerre dappertutto: non tra le grandi potenze, ma da parte delle grandi potenze, disunite negli scopi ma unite nella lotta, al fine di sopraffare le piccole, in nome di ogni possibile logica imperiale. Chi vuole la pace? Chi potrebbe garantirla? Chi vuole la distruzione degli arsenali nucleari? Chi decide se si può o non si può avere la bomba atomica? Se non si risponde a queste domande cruciali, dopo aver raccontato i complessi scenari delle guerre, almeno delle guerre “fino ad ieri”, ogni arcobaleno pacifista si rivela un’utopistica dichiarazione di intenti, dileggiatrice della verità. E allora consideriamoli per quel che sono, uomini e governi, idee e fatti, dichiarazioni di principio e inconfessati fini. La verità fa male solo a chi non la vuol conoscere.
Mario Bernardi Guardi

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1 commento

  1. Bell’articolo, che da schmittiano in buona parte condivido. Non dimentichiamo però che per quanto non cambi la natura umana, cambia il mondo esterno nel quale l’uomo vive. Da quando molte nazioni hanno la bomba atomica, le guerre sono quasi scomparse. Inoltre c’è nell’uomo una consapevolezza: che la sua tendenza naturale è al benessere. Tendere al benessere allontana dalla guerra. Si è giunti a questa consapevolezza perché si è passati da una situazione immatura di “io sono guardato” a una situazione matura di “io guardo”. Il mondo interno delle persone oggi prevale sul mondo esterno (l’etica dell’onore era invece fondata sul giudizio degli altri: il mondo esterno, sacralizzato, prevaleva su quello del singolo). Permarrà sempre la ferinità, ma ormai è acquisito che lo scopo generalizzato è la felicità, la suddetta ferinità sarà sempre più contenuta e “messa in forma”. L’uomo ha imparato a combattere istinti e pulsioni.

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