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Roma, 11 ago – È stata necessaria la morte di Paola Clemente, la bracciante agricola stroncata dalla fatica nei campi di Andria nel 2015, perché l’opinione pubblica si focalizzasse sul problema del caporalato e, più in generale, dello sfruttamento dei lavoratori agricoli. Pochi giorni fa, un altro tragico evento, la morte di quattro braccianti agricoli in un incidente stradale, nel foggiano, ha riportato il problema dello sfruttamento in prima pagina.
Lo sfruttamento dei braccianti è una realtà tragica. Una realtà di cui è conscio chiunque abiti in una zona rurale: quante volte, guidando per le strade di campagna, abbiamo visto braccianti agricoli caricati sul retro di furgoni aperti, quasi come se fossero delle bestie? Ad oggi si stima che siano circa 430.000 i lavoratori irregolari nell’agricoltura, e che almeno 100.000 di essi siano sotto regime di caporalato.
Il fenomeno del caporalato è spesso gestito da vere e proprie organizzazioni criminali, tantoché nel caso dello sfruttamento agricolo si è arrivati a parlare di “agromafia”, un fenomeno, è da ricordare, che interessa diversi Paesi europei, ma che è particolarmente diffuso in Italia e in alcuni Paesi balcanici.
Lo sfruttamento dei lavoratori – dove con “sfruttamento” si intende non soltanto il caporalato, ma anche l’impiego di braccianti (spesso immigrati irregolari) in nero – è un fenomeno pericoloso, che ha conseguenze gravi non soltanto sulla qualità di vita degli esseri umani sfruttati (spesso trattati come veri e propri schiavi), ma anche sull’intero sistema economico italiano.
Non si può restare indifferenti, quale che sia la propria opinione politica, di fronte alla consapevolezza che, nel 2018, in Italia, ci sono persone che muoiono letteralmente di fatica sotto il sole, che vivono in container collocati in mezzo alla campagna, che non godono di alcun diritto, che sono alla mercé dei padroni (tantoché un’inchiesta recente parla addirittura di prestazioni sessuali forzate). Questi fatti rappresentano un’onta per l’onore italiano.
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Per quanto riguarda le conseguenze economico-sociali, si deve considerare, come primo punto, un fatto molto semplice: i lavoratori irregolari non pagano le tasse, e, quindi, non contribuiscono al finanziamento della spesa pubblica. Se teniamo a mente le stime appena citate (430.000 lavoratori irregolari in agricoltura), ci rendiamo subito conto del danno arrecato alle casse dello Stato. Questa constatazione elementare – che non richiede una Laurea in Economia – risponde all’acuta osservazione di Tito Boeri, Presidente dell’INPS, che ha dichiarato in più occasioni che i migranti “ci pagano la pensione” (constatazione da imputare non soltanto a Boeri, è bene dirlo, ma più o meno a qualsiasi personaggi che si muova nel panorama del Pd).
E un’ulteriore riflessione, anch’essa elementare, sullo sfruttamento dei lavoratori immigrati ci permette di rispondere ad un’altra geniale asserzione di Boeri, quella secondo cui i migranti svolgono i lavori che gli italiani non vogliono più svolgere. Che nel campo dell’agricoltura, dell’edilizia e dell’assistenza domestica il personale impiegato sia soprattutto immigrato è un dato di fatto; ma questa situazione non si è creata per indisponibilità degli italiani, bensì per due motivi: primo, che spesso la distribuzione del lavoro in questi settori  è gestita da associazioni criminali; e, secondo, che mentre gli immigrati (tanto più se immigrati irregolari, che quindi non possono accedere agli aiuti statali) sono disposti ad essere sfruttati pur di sopravvivere una volta arrivati in Italia, così non è per gli italiani, con la conseguenza che gli italiani o non vengono assunti oppure, se assunti, vengono licenziati per lasciare spazio a manodopera che costa meno. Il mercato del lavoro è una speculazione al ribasso: a parità di competenze (in questo caso, competenze basilari che richiedono una grande resistenza fisica), viene scelto il lavoratore che costa meno. Ecco perché il lavoro a nero e lo sfruttamento sono dannosi per tutti i lavoratori; ed ecco perché compie un atto criminale nei confronti della collettività sia chi sfrutta che chi si lascia sfruttare. Anche di questo Boeri non ha tenuto conto (eppure, pare che abbia studiato molto).
Queste due considerazioni portano ad una conclusione: che è vero che, nel caso dello sfruttamento nel settore agricolo, per esempio, gli immigrati “tolgono il lavoro agli italiani”. È vero semplicemente perché, spinti dalla disperazione, sono disposti a lavorare con salari miseri rispetto a quelli richiesti dagli italiani.
È a dir poco paradossale che in risposta a questo argomento si sentano frasi che accusano gli italiani di indolenza o di poco spirito di sacrificio (si noti che argomenti di questo tipo vengono da esponenti politici anche della sinistra). Una risposta di questo tipo presuppone poca lungimiranza. Infatti, che gli italiani non vogliano abbassarsi allo sfruttamento è un simbolo di dignità, una dimostrazione del fatto che i valori su cui si fonda la nostra società (e che la distingue, appunto, da molte altre, da cui spesso partono i disperati che accogliamo) sono ancora vivi: il riconoscimento a determinati diritti lavorativi (già a cominciare dalle riforme attuate durante il Fascismo) è una conquista della nostra società, cui non è giusto che si rinunci perché un esercito di disperati è pronto ad abbassarsi allo sfruttamento.
Enrico Cipriani

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3 Commenti

  1. Ottimo articolo. Non capisco perché non si possa nazionalizzare questo compato così da evitare il protrarsi di questa vergogna. Senza contare che questo sistema marcio vive grazie all’immigrazione clandestina che ne alimenta le fila di schiavi

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