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Seconda puntata della nostra indagine sul liberalismo
La puntata precedente:

Roma, 5 feb – Per comprendere a fondo la profonda alienazione mentale che sta alla base del liberalismo genericamente inteso bisogna calarsi nel contesto storico da cui esso è stato partorito, ovvero nell’Inghilterra del 17esimo secolo. L’Europa intera era stata appena sconvolta dalla guerra fratricida fra papisti e vetero-testamentari, e la filosofia politica si interrogava su come garantire la convivenza civile pur nella diversità di vedute. Ovviamente, a nessuno sfiorava nemmeno l’idea che il problema fosse l’aggressivo millenarismo protestante e la sua pretesa di creare in Terra la “Gerusalemme celeste”, la questione andava dibattuta nel senso di dare per assodato che non era possibile tronare indietro nel tempo.

La soluzione che trovò John Locke, il padre nobile del liberalismo britannico, a suo modo è geniale: l’emancipazione individuale dalla comunità non porterà alla dissoluzione, ma al contrario favorirà l’armonia sociale sulla base della comune “attitudine all’acquisto” propria delle persone di qualsivoglia razza, religione, nazionalità. È il mercato che può garantire la spontanea armonia degli interessi pur nella diversità di vedute, perché nel mercato non ci sono più cattolici o protestanti, o se è per questo atei, musulmani, ebrei, pagani o scintoisti, ma solo consumatori che vogliono “godere dei frutti del proprio lavoro”. Non suonerà estranea questa idea: è esattamente la propaganda martellante di regime, quella che ci dice che la causa delle guerre e dei mali del mondo sono i nazionalismi, le identità, gli “egoismi nazionali a cui contrapporre il mercato unico globalizzato che viceversa garantisce, per dirla con Kant, la “Pace perpetua”. Il liberalismo quindi propone come soluzione al problema politico della convivenza civile la dissoluzione della società in un atomismo economicistico possibilmente senza alcun tipo di frontiera. In questo senso va letta l’intera opera di Friedrich August von Hayek, il massimo teorico del mondialismo liberale e quindi anche dell’europeismo realizzato. Alla base della filosofia di Hayek vi è l’esplicita teorizzazione del fortunato concetto di “ordine sociale spontaneo”, già comunque presente in embrione in tutta la dottrina liberale classica, e destinato a diventare il minimo comun denominatore di tutte quelle scuole che vanno sotto il nome di neoliberalismo. L’idea è che la società non abbia bisogno di alcun intervento politico diretto, ma si evolva spontaneamente nei secoli, esattamente come la lingua che non è mai stabilita da qualcuno per legge, ma segue un suo proprio sviluppo dipendente dalle infinite circostanze storiche che si trova ad affrontare. Questo è un argomento che viene solitamente presentato come un “antidoto” teorico ai regimi autocratici e dinastici che spadroneggiavano in Europa secoli addietro, ma se la questione viene trasposta nel mondo moderno fatto di democrazie, allora il senso reale della questione viene a galla in tutto il suo significato reale.

Fu Benjamin Constant il primo a mettere in luce, e ben prima che la teoria fosse resa esplicita da Hayek, il significato reale della teoria, distinguendo saggiamente fra la “libertà degli antichi” e la “libertà dei moderni”. Se la libertà degli antichi era di stampo fondativo, ovvero basata sulla partecipazione politica vista come dovere morale per il bene della nazione, la libertà dei moderni è basata sul godimento delle libertà civili, sul dominio della legge, e sulla libertà dall’ingerenza dello Stato. La prima era comunitaria, la seconda individuale. La prima era positiva, nel senso di attiva, la seconda negativa, nel senso di passiva. Da buon liberale di simpatie anglosassoni, Constant difende la libertà emancipativa del bottegaio che non vuole pagare le tasse con il solito argomento: il commercio rende superflua la guerra, che è propria della libertà antica ovvero della volontà di un popolo di “fare da sé”. È molto interessante notare come Constant arrivi a capire esattamente come il pensiero di Rousseau, lungi dall’essere una sorta di cripto-comunismo utopistico come si insegna nelle scuole dell’obbligo italiane, è viceversa né più né meno che la riproposizione in chiave moderna della libertà degli antichi. Le conseguenze pratiche di questa distinzione saranno, molto onestamente, tracciate da Isaiah Berlin, forse il maggior storico delle dottrine politiche del 20esimo secolo, ovviamente liberale. La “libertà positiva” propria della dottrina democratica è intrinsecamente votata al totalitarismo, fin dai tempi del terrore giacobino. Può sembrare paradossale, ma l’idea di Berlin è semplicemente che la democrazia, lasciata a se stessa, ha come esito inevitabile il fascismo, e per questo essa va rigidamente vincolata.

Ora forse si può capire perché, nel lessico giornalistico, ogni volta che il popolo decide autonomamente seguendo il proprio istinto, si parla di “populismo” come della più immonda delle bestemmie: è il terrore liberale per la libertà intesa in senso fondativo, che rimette sempre in discussione lo status quo e pretende di mantenere la storia aperta contro tutte le ubbie ideologiche che pretendono di cristallizzarla nel “mercato unico globale” (o, magari, nella “società senza classi”). La democrazia quindi va bene a patto che non funzioni, e comunque lo Stato va limitato nella sua ingerenza politica, economica e culturale il più possibile. Bisogna che all’immanente eticità dello Stato, retaggio di epoche oscure, si sostituisca l’egolatria come filosofia esistenziale, e quindi la rivendicazione lagnosa di diritti futili come unica forma di attività politica. Tutto, nell’ottica liberale, è perfettamente funzionale allo sgretolamento della società nazionale in contrapposti individualismi, e scongiurare così il pericolo maggiore, agli occhi di un liberale: la politica intesa come autodeterminazione dei popoli. Si può anche rivendicare il diritto di sposare il proprio cagnolino, si può chiamare “libertà morfologica” una malattia mentale che porta a ritenersi di un genere diverso da quello di nascita, si può fare tutto tranne che rivendicare un destino comune. Tutti uguali e tutti soli nel libero mercato che tanto efficacemente alloca le risorse in modo che ognuno ne goda “secondo i propri meriti”. Ma questa, come si dice, è un’altra storia.

Matteo Rovatti

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3 Commenti

  1. Bello parlare tanto di terrore dei liberali nei confronti dell’autodeterminazione dei popoli e dimenticarsi che fu proprio un liberale a formarne il concetto. Qualche ricerchina su Thomas Woodrow Wilson non farebbe male ai nostri grandi esperti di scienze politiche soprastanti.

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