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Sesta puntata della nostra indagine sul liberalismo
Le puntate precedenti:

darwinismo sociale liberalismoRoma, 2 apr – Abbiamo visto come alla base della dottrina liberale vi sia un’idea emancipativa della libertà (libertà negativa) che sul piano strettamente economico si riflette in una esaltazione della concorrenza a tratti morbosa e comunque del tutto ideologica. Che la concorrenza ideologicamente esaltata sia di per se una sciocchezza lo può giudicare chiunque viva in una medio-grande città ed abbia assistito alla liberalizzazione delle licenze commerciali: iniziale esplosione di attività, con vie di 30 metri che magari contenevano 10 bar, seguita dalla super-concentrazione in poche mani delle grandi catene internazionali della distribuzione. Il che è anche ovvio: la concorrenza è uno strumento per valorizzare la retribuzione del capitale, indi è propedeutica alla sua concentrazione. Bastava leggere Smith per capirlo.

Quello che però vogliamo brevemente approfondire ora è il lascito al contempo morale e politico che l’esaltazione liberale della concorrenza ha portato alla cultura occidentale, partendo dalle tesi di un grande filosofo del liberalismo anglosassone: Herbert Spencer, forse il più anti-statalista della sua epoca. Liberale puro, era per i diritti civili, la parità di genere, il divorzio, ecc… Era anche uno strenuo sostenitore di quello che può essere visto come darwinismo sociale, o più propriamente forse spencerismo sociale. Abbiamo visto quale fosse la spiegazione di Ricardo (ed in generale dei liberali) per le differenze di censo fra gli individui: i ricchi sono più virtuosi perché risparmiano accontentandosi di soddisfare solo i propri bisogni fondamentali, mentre i poveri sono viziosi sperperatori. Spencer ha il pregio di portare fino alle estreme conseguenze il “ragionamento” di Ricardo, partendo in questo caso dalla ben nota tesi di Malthus sulla limitatezza delle risorse. Analizziamo questa citazione di Spencer: “Può sembrare inclemente che un lavoratore reso inabile dalla malattia alla competizione con i suoi simili, debba sopportare il peso delle privazioni. Può sembrare inclemente che una vedova o un orfano debbano essere lasciati alla lotta per la sopravvivenza. Ciò nonostante, quando siano viste non separatamente, ma in connessione con gli interessi dell’umanità universale, queste fatalità sono piene della più alta beneficenza – la stessa beneficenza che porta precocemente alla tomba i bambini di genitori malati, che sceglie i poveri di spirito, gli intemperanti e i debilitati come vittime di un’epidemia”. Benissimo, ora analizziamone una seconda, però più recente: “Nell’Europa continentale, un programma completo di riforme strutturali deve oggi spaziare nei campi delle pensioni, della sanità, del mercato del lavoro, della scuola e in altri ancora. Ma dev’ essere guidato da un unico principio: attenuare quel diaframma di protezioni che nel corso del Ventesimo secolo hanno progressivamente allontanato l’individuo dal contatto diretto con la durezza del vivere, con i rovesci della fortuna, con la sanzione o il premio ai suoi difetti o qualità”. Il lettore più accorto avrà già ricordato l’autore di questa seconda perla nel compagno Tommaso Padoa Schioppa, il fustigatore degli italici vizi e l’elogiatore delle europee virtù.

Vorremmo fosse chiaro il punto, che come sempre è squisitamente politico. Il darwinismo sociale abitua le persone a pensarsi come bestie in fregola, come cani che si litigano l’osso spolpato dal padrone (quell’oligarchia finanziaria cosmopolita di cui abbiamo lungamente discusso il retroterra culturale), e questo ha un effetto politicamente dirompente, perché rende accettabile lo smantellamento dello Stato sociale inteso come redistribuzione del reddito nazionale attraverso l’erogazione di servizi finanziata da un sistema tributario progressivo. Quello che Spencer ed i suoi discepoli, in fondo, vogliono dire è che i diritti sociali hanno un difetto enorme, e cioè costano, e costano molto in termini finanziari. Viceversa, i diritti cosmetici liberali non costano assolutamente nulla, ed anzi potrebbero anche risolversi in lucrosi business, come quello delle cliniche abortiste o la maternità surrogata o altre scempiaggini. Se pensate che sia un’esagerazione, evidentemente non siete stati molto attenti alla cronaca. Sono anni che le istituzioni finanziarie lanciano segnali preoccupanti nel senso di un disinnescamento della ritrosia sociale e culturale al massacro degli inermi. Ovviamente, partendo dai vecchi, contro i quali si è già scatenata la ben nota campagna mediatica per attribuirgli la colpa di essere vivi e percepire sudate pensioni. Del resto, molto onestamente, il presidente dell’Inps Boeri l’ha esplicitamente detto: la riduzione delle pensioni serve a ridurre la longevità generale. Il fatto che egli sia ancora al suo posto e che sostanzialmente nessuno abbia avuto alcunché da ridire la dice lunga su quanto l’indottrinamento spenceriano-liberale sia arrivato in profondità. Non siamo nemmeno più in grado di indignarci, tanto noi ovviamente siamo al sicuro.

Mica tanto: oltre ai vecchi, lentamente, si fa strada nell’opinione pubblica l’idea per cui lasciar crepare i ciccioni ed i fumatori non sia poi una cosa deprecabile. Come un carciofo, ci stanno mangiando una foglia alla volta. E intanto continue e martellanti campagne mediatiche in cui, usando il solito caso patetico (l’ultimo dei quali il dj tetraplegico) si sponsorizza l’eutanasia, ovvero un brutale sistema di riduzione dei costi del Servizio sanitario nazionale. Ovviamente, in prospettiva, i costi dovranno tendere a zero, ovvero allo smantellamento totale dell’assistenza sanitaria pubblica. Chi se lo potrà permettere avrà una assistenza privata di alta qualità, con medici competenti ed infermiere che ricordano quelle del Sassaroli, chi non se lo potrà permettere, che crepi ed Iddio riconosca i suoi. Sempre e comunque, ovviamente, tutto sarà spacciato come conquista delle “libertà civili”, come “diritto a liberarsi dalla sofferenza”. Diritti, diritti, sempre e comunque diritti per il proprio ego ipertrofico, mentre il mondo faticosamente costruito da generazioni di italiani ed europei viene sgretolato per il profitto di una manciata di speculatori. Come nel caso delle pensioni, abbiamo sempre qualche mostro intellettualmente onesto che ce lo dice esplicitamente quale è lo scopo: Peter Singer, paladino dell’animalismo e dei diritti civili in senso utilitaristico. Bisogna ridurre i costi. Le persone sono un costo. Bisogna ridurre le persone. Ed il cerchio di morte, da Malthus a Spencer passando per Ricardo, si chiude.

Il darwinismo sociale, coerentemente con l’esaltazione liberale della concorrenza, è una comoda e semplice strategia dialettica per giustificare lo strapotere della casta dominante tramite l’inadeguatezza dei dominati ad accettare, per citare il compianto ex ministro, la “durezza del vivere”. Filippo Taddei, responsabile economico del Pd, ha ammesso molto candidamente che lo scopo delle riforme è innanzitutto culturale: “L’intero mercato è destinato a cambiare e con esso anche la mentalità dei lavoratori italiani. Dobbiamo abituare la gente che l’istruzione sarà molto più lunga e costosa, le assunzioni a tempo indeterminato molte di meno, i tempi di lavoro più lunghi, i pensionamenti verranno posticipati. Le riforme non hanno solo un fine economico, ma anche e soprattutto sociale perché servono a modificare la mentalità lavorativa degli italiani”.

Pedagogia liberale della miseria in salsa moralistica. Sei disoccupato? Incapace. Sei malato? Vizioso. Sei pensionato? Nullafacente. Sei studente? Perdigiorno. Sei lavoratore? Privilegiato. Sei vivo? Abbi pazienza.

Matteo Rovatti

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