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De BoerMilano, 27 set – Il 9 agosto scorso l’afosa estate milanese viene resa ancora più calda dall’improvviso cambio d’allenatore dell’Inter. Dopo un precampionato a dir poco deludente, e si usa un sottile eufemismo, Roberto Mancini viene sostituito dall’olandese Frank De Boer, ex giocatore e allenatore dell’Ajax. Considerando che da lì a 12 giorni inizia la Serie A e che, nei piani della dirigenza nerazzurra, la nuova stagione deve essere quella del ritorno nell’Europa che conta, questo avvicendamento lascia decisamente il segno nell’ambiente che circonda lo sport nazionalpopolare italiano.

Gettato nella mischia da un giorno all’altro, il buon Frank si presenta annunciando che la squadra deve giocare all’attacco, aggredendo gli avversari. La prima occasione si presenta il 21 agosto in casa del Chievo Verona e il risultato non è quello che ci si aspetta: sconfitta meritatissima per i nerazzurri, trafitti per ben due volte dall’ex milanista Birsa. Alla sconfitta veronese seguono il pareggio interno con il Palermo e la vittoria, molto sofferta, contro il neopromosso Pescara. Deve ancora arrivare il peggio, però, che ha le sembianze di una sconosciuta squadra israeliana, l’Hapoel di Beer Sheva, che si presenta in un San Siro silenzioso e semi vuoto, nella prima giornata dell’Europa League, dominando e battendo l’Inter, entrata in campo con una delle magliette più imbarazzanti della sua nobile storia e, soprattutto, con quei giocatori che, fino a quel momento, avevano giocato meno.

È in questo clima non certamente positivo, dunque, che l’Inter si trova a dover affrontare, pochi giorni dopo la figuraccia europea, una delle partite più importanti, e affascinanti, del calcio mondiale: sì, si gioca Inter-Juve e i nerazzurri, in rimonta, battono meritatamente i campioni d’Italia in carica. Qui entra in gioco il personaggio De Boer. Alla domanda di un giornalista su cosa fosse cambiato nella squadra, vista la prova incresciosa di pochi giorni prima, il tecnico olandese risponde sibillino:” Forse i giocatori?”. Potrebbe sembrare una risposta banale, ma non lo è. Così come non è banale la sua voglia di imparare e di parlare la nostra lingua con quegli stessi giornalisti che lo massacrano quotidianamente.

Frank De Boer dimostra di essere uno tosto, dicendo chiaramente che un talento come Brozovic, titolarissimo nel centrocampo croato insieme ad un certo Modric, deve avere un comportamento da professionista oppure rimane fuori. Non ha problemi nel proporre un diciannovenne titolare nella gara di domenica contro il Bologna.
E si arriva, così, a poche ore fa, alla conquista, da parte del buon Frank, del non certo facile pubblico del Meazza. Alla mezz’ora del primo tempo della partita contro i felsinei, decide di togliere Kondogbia, pagato svariati milioni, fin li autore di una prova pessima e colpevole di aver perso la palla da cui è poi nato il gol di Destro, con il giovanissimo Gnoukouri, classe ’96, risultato, poi, uno dei migliori in campo. Il commento di De Boer non si fa attendere: “Ho parlato con Kondogbia, ma non mi ascolta. Se non mi ascolti, stai fuori”. Semplice.

Certo, l’Inter non ha raggiunto il livello del Barcellona, non può ancora competere con la Juve in Italia, ma ha trovato un suo sistema di gioco, una sua identità. Ecco il merito di De Boer e della sua volontà.

Giacomo Bianchini

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