Il Primato Nazionale mensile in edicola

Questo articolo, che tratteggia la figura del grande scrittore norvegese Knut Hamsun, è stato pubblicato sul Primato Nazionale di febbraio 2018.

In Italia lo scrittore norvegese Knut Hamsun (1859-1952) è pubblicato da più di un secolo e le sue opere principali continuano a vedere ristampe e nuove edizioni. È probabile che nei prossimi anni assisteremo a una nuova stagione di successo, quando scadranno i diritti editoriali sui suoi libri, ormai annoverati tra i classici. Forse vedranno allora le stampe i romanzi e i racconti ancora non tradotti, così come le raccolte di saggi letterari e articoli polemici che, a loro tempo, tanto infiammarono il dibattito culturale scandinavo ed europeo.

Tra letteratura e politica

Ma come mai un autore tra i più controversi in assoluto, capace di suscitare amori appassionati e odi implacabili, continua a venir letto e stampato a distanza di così tanto tempo? La ragione è certamente nel particolare stile della sua narrativa – un linguaggio che ha ispirato intere generazioni di scrittori, da Ernest Hemingway a Thomas Mann, da Franz Kafka a John Fante. Tutto ciò è avvenuto nonostante l’alone sulfureo che circondava Hamsun, dovuto alla sua terribile liaison col Terzo Reich. Due episodi, in particolare, sono conosciuti: il dono che egli fece al ministro della propaganda Joseph Goebbels della medaglia del premio Nobel per la letteratura, assegnatogli nel 1920, e il necrologio per la morte di Hitler che pubblicò sull’Aftenposten del 7 maggio 1945. Quel breve epitaffio, forse più di ogni altro scritto o gesto, condusse Hamsun all’arresto, a una lunga detenzione in manicomio e alla privazione dei beni (si racconta che persino il regime sovietico, notoriamente poco tollerante con i propri nemici, si sia adoperato per evitare la condanna a morte del vecchio scrittore).

Uno scrittore controcorrente

È meno noto, invece, che per tutta la vita Hamsun fu autore di provocazioni e scandali, infrangendo luoghi comuni, ridicolizzando vezzi sociali e coprendo di ridicolo personaggi ritenuti intoccabili. Già a vent’anni, alla sua prima esperienza giornalistica per un piccolo giornale di provincia, pensò bene di criticare aspramente i canti delle chiese locali, aizzandole l’una contro l’altra e suscitando un furioso dibattito che durò per mesi. Negli anni successivi nel carniere di Hamsun finirono invece prede ben più grosse, colpite con precisione nei loro punti scoperti: in una serie di articoli del 1889, per esempio, attaccò il pastore protestante Lars Oftedal, parlamentare, editore e agitatore morale, il drammaturgo Henrik Ibsen, che in patria era allora considerato una sorta di divinità, l’esploratore polare Fridtjof Nansen e molti altri. Gli articoli, poi raccolti in un pamphlet, furono considerati «dirompenti come una pietra scagliata sulle vetrate di una chiesa missionaria».

Contro la cultura americana

In quello stesso periodo tenne due conferenze agli studenti universitari di Copenaghen sulla cultura americana contemporanea. Era un tema che conosceva bene, avendo passato complessivamente quasi sei anni negli Stati Uniti, dove per mantenersi aveva svolto i lavori più disparati (tranviere, manovale, commesso, segretario, banditore d’asta, guardiano di maiali). Il quadro dell’America tracciato da Hamsun era decisamente diverso dall’ottimistica glorificazione del Nuovo Mondo propagandata dagli scrittori della precedente generazione, come Bjørnson e Ibsen. A differenza loro, Hamsun aveva conosciuto l’America come lavoratore manuale; non era sbarcato accolto da bande musicali, nessuna folla era accorsa per sentirlo parlare; aveva vissuto lo sradicamento, l’insicurezza e l’anonimato comuni a tutti gli emigrati. Non provava alcun entusiasmo per quella «società del futuro», la sua superficialità culturale, la sua democrazia.

Nel clima culturale di Copenaghen, già elettrizzato dai recenti seminari di Georg Brandes su Nietzsche, le conferenze di Hamsun suscitarono un effetto enorme. Immediatamente dopo la prima relazione l’editore Philipsen gli commissionò un testo sull’argomento, che uscì dopo pochi mesi col titolo La vita culturale dell’America moderna. Il libro passa in rassegna la letteratura, il teatro, la poesia, le arti figurative; tutto è filtrato attraverso uno humour sferzante.

L’Hamsun polemista

Un altro degli innumerevoli scandali di Hamsun fu suscitato dall’Editore Lynge (Redaktør Lynge), romanzo politico incentrato su un editore di giornale in cui era fin troppo facile identificare il giornalista Olaf Thommessen, col quale Hamsun aveva un conto in sospeso. Lynge si professa animato da elevati ideali, ma si rivela un opportunista cinico e intrallazzone; è sempre pronto a cambiare ideale e linea politica a seconda della convenienza del momento. La vicenda si dipana nel quinquennio tra il 1888, anno di scissione dal Partito liberale dell’ala indipendentista (Moderate Venstre, capeggiata da Lars Oftedal) e la primavera del 1893, epoca di uscita del libro. Come Thommessen, Lynge ha il cuore a sinistra e il portafoglio a destra: come Thommessen, è infido e privo di scrupoli, quasi un ritratto dei tanti opinionisti politicamente corretti che oggi sono purtroppo assai più diffusi che sul finire del XIX secolo. «L’Editore Lynge creò uno scalpore pari a un ordigno incendiario gettato in un’assemblea pubblica»: dopo meno di una settimana dalla pubblicazione Philipsen ne annunciava già la prima ristampa, mentre la critica si lanciava in nuove roventi polemiche.

Anche Ny Jord (La nuova terra) è, almeno in parte, un libro polemico e politico. Qui si trova infatti un quadro impietoso della casta boriosa e vacua degli intellettuali, contrapposta alla silenziosa operosità dei capitani d’industria e dei commercianti norvegesi. Il libro, che riuscì a suscitare una disapprovazione ancora maggiore di quella che aveva accolto Redaktør Lynge, è ambientato nel milieu artistico di Kristiania negli anni immediatamente precedenti l’indipendenza della Norvegia dalla Svezia. I dodici personaggi principali sono per la maggior parte artisti, o sedicenti tali, che trascorrono le giornate e le notti esaltando boriosamente la propria opera; la maggior parte di loro non è in grado di permettersi lo stile di vita lascivo che conduce e fa leva sulla generosità di due facoltosi imprenditori commerciali, nei cui confronti, peraltro, nutre un sentimento di sprezzante superiorità. Sullo sfondo della contrapposizione tra pseudo-artisti e lavoratori vi è quello tra città e campagna: Coldevin è la voce della campagna e del radicamento, come Irgens lo è della città e del cosmopolitismo. Questo dualismo diverrà nel tempo ancor più essenziale per Hamsun, sino a costituire il tema fondamentale nei suoi romanzi più famosi, come I frutti della terra, o le trilogie del vagabondo e di Augusto.

Malgrado i riconoscimenti
per la critica benpensante
resta però intollerabile
l’ammirazione convinta
di Hamsun per il fascismo

Negli anni, Hamsun riuscì a scandalizzare un po’ tutti: le femministe, i pacifisti, gli spiriti umanitari, la scuola naturalista; a lanciare i suoi strali contro gli inglesi, gli svizzeri, gli americani; a finire accusato di plagio, di megalomania, di razzismo. Certo, al giorno d’oggi non appaiono più così scandalose le bordate sparate su Victor Hugo o sul primo ministro inglese Gladstone, ma ciò che resta assolutamente intollerabile per la critica benpensante è l’ammirazione convinta, spontanea ed entusiastica di Hamsun per il fascismo. Così, quanti ritengono inconcepibile che dal grembo del fascismo sia potuta nascere una letteratura eccellente, cercano di spiegare Hamsun separando spregiudicatamente l’opera dal pensiero del suo autore: queste interpretazioni moralistiche, che ricordano i «mutandoni» dei cristiani sulle statue dell’arte classica, non convincono fino in fondo neppure i loro stessi sostenitori, e infatti già emerge una nuova corrente demonizzante. Ultimo di questa serie è Knut Hamsun: The Dark Side of Literary Brilliance di Monika Zagar.

Alberto Lombardo

La tua mail per essere sempre aggiornato

1 commento

Commenta