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moneta scarsitàRoma, 16 ago – Come nella miglior tradizione autocratica, per tenere buono il popolino Renzi ha candidamente ammesso che per 15 giorni si parlerà esclusivamente di sport, in modo da poter continuare la sua opera di devastazione del tessuto sociale italiano con la copertura dell’inutile baraccone olimpionico carioca. L’ultima pare essere quella di tagli draconiani tanto al Servizio Sanitario Nazionale quanto alla musica classica.

Il principio sarà lo stesso: le fondazioni lirico-sinfoniche, per mantenere tale status e non essere declassate a teatri lirico-sinfonici, con conseguente perdita di diritti al finanziamento pubblico, dovranno essere valutate in base ad alcuni parametri (il termine è fissato per il 31 dicembre 2018). Si parla di “dimostrazione del raggiungimento dell’equilibrio economico-finanziario”, di “capacità di autofinanziamento e di reperimento di risorse private”, di “realizzazione di un numero adeguato di produzioni e coproduzioni”, di “livello di internazionalizzazione” e infine di “la specificità nella storia e nella cultura operistica e sinfonica italiana”. Insomma, i teatri lirici che possono auto-finanziarsi magari con qualche concerto di oscenità anglofone vengono “promossi”, quelli che non trovano sponsor possono andare in malora. Analogo principio è stato annunciato dal commissario alla spending review Yoram Gutgeld e dal ministro della Sanità Beatrice Lorenzin, che parlano di “razionalizzazioni” della spesa per almeno 10 miliardi, dopo che le ASL avevano già pesantemente ridotto l’accesso ai farmaci per i degenti. Quanto alla crisi bancaria, dopo gli stress test Renzi e Padoan hanno rassicurato gli italiani: “I risparmi non sono in pericolo”. Chissà se sarebbero dello stesso parere anche i due pensionati che si sono suicidati per aver perso i risparmi di una vita a causa del bail-in, alias prelievo forzoso. Da notare che il “risanamento” è stato affidato a JP Morgan-Chase, il che equivale ad affidare a Pacciani un collegio femminile.

Siamo oramai da molti anni all’interno di un paradigma irrazionale e genocidario, che potremmo definire anche come “bufala della scarsità monetaria”: la moneta non è un simbolo prodotto a costo zero, ma è un bene il cui valore dipende dalla scarsità come l’oro o il petrolio o il grano. Produrre denaro costa? richiede materie prime? No. Non costa e non richiede materie prime né energia, perché il denaro da tempo si produce contabilmente, e non richiede copertura aurea né altre garanzie. Non incorporando un credito verso l’emittente o altri, né un diritto alla conversione in oro, non comporta un debito per l’emittente. In passato era diverso, il denaro era aureo (ed emetterlo comportava un costo) o convertibile in oro (ed emetterlo comportava un indebitamento in oro), ma oggi non più. Vi sono allora forse vincoli economici, che limitano la possibilità di produrre il denaro di cui si ha bisogno? Si scatenerebbe inflazione monetaria? No, salvo il caso in cui l’offerta non riuscisse ad adeguarsi in modo relativamente veloce alla domanda. Ma si tratta ora come ora di una pura ipotesi accademica, perché le imprese italiane hanno un bacino immenso di disoccupati a cui attingere, e questo è tanto più vero se si spende per creare infrastrutture che aiutino l’efficienza generale dell’economia nazionale, materiali ed immateriali (come la ricerca universitaria).

Con quale giustificazione gli Stati vengono quindi privati della facoltà di creare moneta? Con la giustificazione che, essendo governati dalla politica, che tiene conto (seppur in modo abbastanza distorto) della volontà popolare che chiede molta spesa pubblica e molti investimenti pubblici, si produrrebbe troppa moneta, scatenando l’iperinflazione stile Weimar; mentre i banchieri professionisti, essendo più competenti, più lungimiranti, e soprattutto non condizionati dal popolo perché non eletti, ma seguendo il mercato, che per sua natura è libero e virtuoso, emetterebbero la giusta quantità di moneta, al giusto tasso di interesse, prestando ai soggetti meritevoli e più produttivi, e così spingerebbero tutti, Stato compreso, a migliorarsi, a gestirsi sempre meglio. Ovviamente, le banche agiscono in modo diametralmente opposto. In alcuni periodi “propizi” concedono prestiti a tutti e a bassi tassi, salvo poi tirare i cordoni alzando i tassi e i requisiti di credito. Così creano fame di denaro, svalutazione degli assets, e li rastrellano a loro piacimento, ossia si prendono sottocosto il frutto del lavoro e del risparmio dell’economia produttiva. In gergo finanziario si dice che le banche sono “pro-cicliche”, ovvero se le cose vanno bene le fanno andare meglio, se le cose vanno male le fanno andare peggio. Indebitano analogamente gli Stati, per poi mandarli in crisi finanziaria ed esigere, come contropartita degli aiuti per pagare gli interessi evitando il default, ulteriori cessioni di sovranità e ulteriore indebitamento per colmare i loro buchi e rifinanziare le loro bolle speculative, sotto il ricatto non solo del default pubblico ma di un collasso finanziario generale.

I grandi banchieri impongono agli Stati, inoltre, l’abolizione di ogni restrizione legale alla loro facoltà di giocare d’azzardo coi soldi dei risparmiatori; e, quando, dopo aver fatto disastri, si fanno rifinanziare dallo Stato e delle banche centrali (Quantitative Easing) con decine di migliaia di miliardi, usano quei soldi non per prestare a imprese e consumatori, ma per rilanciare il gioco delle bolle speculative, o per comperare titoli del debito pubblico che rendono multipli del costo del denaro che esse usano per comprarli, denaro procurato loro dagli Stati medesimi. Questo sistema è estremamente irrazionale, almeno dal punto di vista di un produttore. Dal punto di vista di uno speculatore, in effetti, può avere la sua logica. Quello che conta è rendersi conto che se anche solo si pronuncia la parola “inflazione” si sta già facendo il gioco del nemico. I problemi reali sono altri, e li vediamo tutti i giorni a meno che non scriviamo sul Fatto Quotidiano o su Repubblica: non ci sono soldi. E sappiamo anche cosa bisognerebbe fare per uscire da questa situazione disperata. Ne avremo mai il coraggio?

Matteo Rovatti

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