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Roma, 5 lug – Oltre alla “Folgore” e alla “Ariete”, una Divisione Corazzata si distinse nei combattimenti a El Alamein: una Grande Unità i cui caduti e superstiti carristi, artiglieri e fanti furono raramente ricordati dalle autorità militari e dai mass media nel dopoguerra a causa della “damnatio memoriae” incorsa al suo nome: “LITTORIO”. La ricordiamo qui nella narrazione di uno dei suoi ufficiali, il Ten. Col. Dino Campini, già comandante del IV Btg. Carri M. [IPN]



1 LO SCHIERAMENTO

La Divisione «Littorio» era, insieme con elementi tedeschi, costituita in Raume. Tre erano questi raggruppamenti: quello del Nord, quello del centro e quello di sud. […] Davanti a noi, a tre o quattro chilometri, a tenere la linea, tra i campi di mine, la Divisione «Trento» insieme con Granatieri germanici e artiglierie sparse tra i reparti. Il nostro schieramento si poteva definire, considerandone la profondità, offensivo. Tutto proiettato in avanti, compresi gli ospedali da campo!

2 L’ATTACCO NEMICO

littorio stemma divisioneIl giorno 23, alle ore 20 circa, mentre si discorreva delle tante inutili cose lontane col capitano Piccinini, si fermò da noi una di quelle piccole macchine dei tedeschi e un ufficiale ci chiese come poteva ritrovare la «Otto Piste». Da quel punto, la famigerata «Otto Piste» si districava tra infinite piste sabbiose difficilmente identificabili di notte. Alla meglio orientammo il collega su un gruppo di stelle caratteristiche e, mentre lo guardavamo allontanarsi a bordo della sua minuscola vettura, tutto l’orizzonte ad Est si accese di un fuoco rossastro. Il groviglio di artiglierie del Ruweisat parve un fantastico incendio. L’attacco nemico si rivelò con tiri di artiglieria di inusitata violenza sul nostro schieramento e particolarmente su quello del «Raum» del centro. Il IV Battaglione Carri Medi 41, con due compagnie avanzate e una in rincalzo a cavallo di quota 33 di El Alamein, fronte ad Est, subì, ininterrotta, l’offesa dell’artiglieria e dell’aviazione nemica. La linea fiammeggiava, le radio erano impazzite dal disturbo nemico, le stelle verdi dei razzi di allarme si ripetevano da tutte le parti. La nostra artiglieria era un po’ disorientata. Il nemico aveva scelto per l’attacco un’ora psicologica: quando di sera, tutti, chi più chi meno, erano in cerca di nuove. Si aggiunga che è raro che in colonia, a linee ferme, si attacchi dopo l’imbrunire: il nemico era fin troppo al corrente delle nostre abitudini e del nostro schieramento! Le prime notizie, nella notte, si ebbero dal Sottotenente Marchegiani Fazio, che venne a riferire che tra i suoi carri erano giunti dei fanti della «Trento» che asserivano di provenire da oltre le fasce minate. Il loro battaglione era stato accerchiato, dicevano.

3 INCERTEZZA DELLE FANTERIE

Mezzanotte era, e i carri distavano dal campo di mine un quattro chilometri: se quei soldati non raccontavano storie, nel percorrere di buca in buca la distanza in quell’inferno di artiglieria, più di un chilometro per ora non potevano aver fatto. La linea della fanteria allora non aveva resistito già dall’inizio. Poteva darsi però, conclusi, che quei soldati esagerassero, sorpresi in corvè dall’attacco: e le cose non erano così gravi. Gravissime erano. E’ indubbio che la linea della fanteria dimostrò una capacità reattiva minima. Le cause erano molteplici, assolute e contingenti. Tra le assolute è da considerare l’avvento dei meccanizzati che ha fiaccato lo spirito delle fanterie: il fante pensa al carro come a un mezzo invulnerabile, ignorando quante siano le preoccupazioni del carrista che ha il nemico più insidioso proprio nel cannone di fanteria. Causa contingente, che concorreva a indebolire il morale dei reparti al fronte egiziano era, tra le altre, una circolare dello Stato Maggiore che prescriveva, per il rimpatrio, una permanenza nei reparti operanti, cioè in linea, perché non si parlò mai di riposo, di trentasei mesi. Trentasei mesi di linea in quel tipo di Africa, senza un permesso. Chi ha ideato questo delitto non ha mai visto neppure un ingenuo cammello! Notizie successive confermarono la gravità della situazione; il nemico allungava il tiro. […]

4 MI SCRISSE LA MADRE…

Spuntò l’alba del 24 ottobre – si ritrovarono i collegamenti. Chiaro ormai che le fanterie poste a difesa dei varchi dei campi di mine non avevan sostenuto l’urto, ci spostammo a Sud per proteggere le nostre artiglierie rimaste scoperte. L’avversario tentò di impedire il movimento. Una granata da 88 cadde pochi metri innanzi al mio carro, non esplose, rimbalzò, come un sasso piatto sull’acqua, fischiando paurosamente per la perdita della spoletta e ricadde indietro, dopo di aver compiuto una curva perfetta. Il Tenente Chiodi Garibaldi, aiutante maggiore del Battaglione che era già con me in Spagna al 1° Reggimento d’Assalto «Littorio», rimase gravemente ferito a una spalla da una scheggia. Una scheggia stroncò le gambe al mio portaordini Ferro. Lo rivedo, questo soldato siciliano, taciturno, con gli occhi vivaci, sempre a lustrarsi la moto e a rappezzarla. Mi scrisse la madre: non credeva alla morte del figlio. Una povera lettera dolorosa a cui non risposi: mi era così difficile! Un’altra scheggia alla testa uccise il Sottotenente Mantovani. Era tra noi da due giorni, giunto dall’Italia, entusiasta. Ad ovest delle sacche minate davanti alla quota 33, intanto, s’andavano ammassando confusamente mezzi blindati nemici. Parve però in quel giorno che la situazione si ristabilisse: pur sotto il martellare dell’artiglieria e dell’aviazione i tedeschi riuscirono a costituire una linea e noi tornammo sulle nostre posizioni dove si rimase fin nel pomeriggio quando, riapparsa una minaccia di mezzi blindati e corazzati dalla direzione Est-Sud-Est, ci riportammo davanti ai cannoni del Gruppo Giorgiolè.

5 L’ANIMA DEI CARRISTI NON LASCIA IL MOTORE

A mezzodì del 25 ottobre, dopo un breve rapporto del Colonnello Casamassima, fissata una direttrice di attacco, a formazioni aperte, in quarta velocità, ci si scontrò con l’avversario. Combattimento rapido e sanguinoso: il nemico, fermo, aveva la scelta dei bersagli. L’effetto dei perforanti sulle nostre corazze si rivelò una sorpresa: proiettili al fosforo usati per la prima volta e che incendiavano l’ambiente dove esplodevano. Una triste esperienza. Si consideri anche la minor velocità dei carri tedeschi della 21a Divisione, partiti con noi all’attacco e che erano rimasti indietro. Il fuoco che doveva distribuirsi su quattro chilometri di fronte si concentrava sui mille metri del nostro schieramento. Non potevan certo aver buon gioco i nostri carri di quattordici tonnellate con un cannone da 47 contro quelli nemici del tipo Sherman, di ventotto, con un cannone da 75. Neppure a numero pari potevano aver buon gioco. Figuriamoci nella proporzione in cui erano di uno a quattro! Nonostante questi svantaggi, mentre qualcuno dei nostri carri colpiti, prima che l’incendio raggiungesse i serbatoi, con a bordo solo morti o moribondi, correva ancora verso l’avversario, come un immenso rogo semovente, il nemico venne respinto. Oltre che dal fuoco dei pezzi da 47, non sempre efficace sulle corazze americane, venne respinto dal nostro coraggio: e ancor più da quello dei morti che procedevano sulla sabbia nei loro carri in fiamme. Molti carristi, per abitudine, tenevano l’acceleratore abbassato con un artificio! Giova pensare al significato di questa processione di mostri fiammeggianti, scossi dai bagliori variopinti delle granate contenute nel ventre, irreali come in una paurosa leggenda fantasma. L’anima dei carristi morti non lascia il motore! Come potrebbe altrimenti un carro incendiato e squarciato seguitar a dirigersi verso il nemico? Così ci sgombrarono il campo pur se i nostri colpi non erano micidiali e si era andati all’attacco senza un aiuto d’artiglieria. Contro uomini vivi, si può combatterli non contro morti! Il campo rimase inutilmente a noi. Lo scontro, durato non più di dieci minuti, costò a noi diciotto carri, quindici agli angloamericani.

6 MOLTI MANCAVANO ALL’APPELLO

Fu proprio all’inizio di questo attacco che venne ferito il Colonnello Casamassima. Un carro tedesco lo raccolse e portò via e fu per noi un vero dolore perché gli volevamo bene. […] L’allontanamento di Casamassima mi poneva di fronte a problemi che richiedevano un’immediata soluzione. E’ facile, quando si è tranquilli, riordinare un reparto; ma è difficile quando imperversa intorno una tempesta di ferro. Io ero l’unico rimasto tra i comandanti di compagnia. Considerai che sarebbe stato peggio restare ancora isolati e raggruppai i carri spostandoli a destra, sul fianco del reggimento corazzato della 21a Divisione. Mi fu così possibile eseguire un primo controllo della forza. Il capitano Piccinini della 3a compagnia, un caro amico, era morto. Presso il suo carro, agonizzante, ormai senza un braccio e con una larga ferita dal collo alla spalla, a un suo soldato che gli faceva animo aveva risposto che di coraggio ne aveva anche troppo. Al tenente Ronga, comandante della 2a Compagnia, era stata asportata un’anca da un colpo ed era stato messo al riparo in una piccola buca, con il Tenente Marchioni, fortemente ustionato. I Sottotenenti Ficaia, della 2a e Cuzzoni della 1a, la mia, erano bruciati nei loro carri. Considerate le perdite subite, non rimaneva che ridurre le compagnie su due plotoni di cinque carri. E questo era il massimo che si poteva ottenere perché nei corazzati, come una volta nella cavalleria, reparto impiegato è reparto perduto: è necessaria molta abilità per riportare, dopo uno scontro violento, i mezzi in condizioni, sia pur minime, di efficienza.

7 E I FERITI?

All’imbrunire giunse l’ordine di tornare davanti alle batterie da 88 della «Littorio». Nella notte si pensò al ricupero dei feriti. Mentre per tutti gli altri Corpi è previsto che i feriti siano raccolti e trasportati a un posto di medicazione, questo per i carristi non si verifica. Si deve pensare che il concetto del posto di medicazione fisso è legato all’idea tradizionale della linea statica e non è valido per reparti che hanno la loro ragione di esistenza nel movimento. Il problema del posto di medicazione i tedeschi l’han risolto con speciali mezzi blindali che seguono immediatamente il reparto. In Italia, con quella mancanza di senso pratico e incompetenza che distinguevano gli organi preposti ai problemi della mobilitazione dei corazzati, si era assegnato ai battaglioni carri, per il disimpegno del servizio sanitario, un autocarro leggero che, come si può ben comprendere, era assolutamente inadatto al compito. Perché questo autocarro servisse, il nemico avrebbe dovuto essere tanto gentile da risparmiarlo. Se pur riusciva a distinguerlo dagli altri infiniti mezzi che intervengono in un combattimento di corazzati. L’unica difesa per il camion del medico poteva essere, al più, una speciale preghiera da far recitare all’alba o al tramonto. Preghiera che poteva anche contenere un certo numero di maledizioni indirizzate a quei distinti signori che, all’Ispettorato o al Centro Studi per la Motorizzazione, manipolavano la quintessenza della nostra regolamentazione. Capitava così che, per le prime cure ai nostri feriti, ci si appoggiava in genere sul servizio sanitario tedesco, a cui molti di noi debbono la vita.

8 HO TROVATO UN CAMERATA

Mi è caro, oggi ancora, ricordare il dottor Schmidt, medico del 1° battaglione del 115° Reggimento germanico di Fanteria. Apparve tra noi all’improvviso, con la sua carretta corazzata e i suoi infermieri, tra gli scoppi delle granate, calmo come in piazza d’armi, ed è per lui, se i miei ragazzi che andavo man mano raccogliendo, trovarono un primo sollievo alle ferite e alle ustioni. Purtroppo le ferite dei carristi son sempre brutte e molti morirono durante il trasporto verso gli ospedali, tra cui i Tenenti Ronga e Marchioni. Il dottor Schmidt io, quella sera, lo abbracciai e gli diedi la sola cosa che avevo con me: una bottiglia di anice. È solo un sentimento di riconoscenza che mi costringe a ricordare un onesto soldato. […] A quel medico di battaglione tedesco ho desiderato tanto, in seguito, far giungere un segno tangibile di ringraziamento e di ammirazione e l’ho segnalato al nostro Comando: inutilmente credo, poiché, ignorando io molti dei suoi dati personali, mi fecero sapere che non era possibile inoltrare alcuna proposta al suo nome. Ed anche se una proposta avessi inoltrato, non se ne sarebbe fatto nulla perché, per quel che mi risulta, neppure le proposte che si inoltrarono per i nostri morti ebbero corso. Il Colonnello Rimini del Comando del XX Corpo d’Armata seppe tenerle ferme tanto quanto bastò perché il Generale De Stefanis non le firmasse. Se pur le voleva firmare! E del resto, perché avrebbe dovuto, il Generale De Stefanis, firmare quelle proposte? Che ne sapeva lui dei rabbiosi concentramenti d’artiglieria e dei violenti bombardamenti aerei cui eravamo ininterrottamente sottoposti?

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