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La mostra coloniale di Torino: ennesima propaganda anti-italiana di bassa lega

by Carlomanno Adinolfi
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Roma, 12 nov – È stata appena inaugurata a Torino, nelle sale Chiablese dei Musei Reali, “Africa: le collezioni dimenticate”, una mostra coloniale che presenta oltre a 160 opere e manufatti provenienti dalle collezioni sabaude e dal MAET di Torino, anche delle sezioni che documentano le relazioni sabaude con il Congo, l’Eritrea, la Somalia, l’Etiopia e l’attuale Libia, visite e rapporti diplomatici tra Italia e Africa, fino ad arrivare al periodo del colonialismo. Possibile che possa essere una mostra dove finalmente venga fornita un’analisi storica scientifica, onesta e priva di obnubilazioni ideologiche? Ovviamente no.

Una mostra coloniale piena di errori e di malafede

Come fa notare Alberto Alpozzi, che da anni si occupa di storia coloniale italiana, la mostra tra omissioni ed errori grossolani risulta essere un mix di ignoranza e propaganda non certo in buona fede. Fin dalla prima sezione si parte con il cliché della colpevolizzazione a tutti i costi, con la presentazione del colonialismo belga in Congo (con tanto di errore di data, in quanto viene scritto che fu colonia belga dal 1906 anziché dal 1908) e delle sue violenze sulla popolazione, e in cui viene a forza tirata in mezzo l’Italia come corresponsabile in quanto dall’amministrazione belga vennero usati tecnici e ingegneri italiani per la costruzione delle infrastrutture coloniali. Non va certo meglio proseguendo nelle sezioni successive, in cui scopriamo che esploratori e pionieri, molti dei quali tra cui Vincenzo Filonardi avevano anche combattuto la schiavitù locale, erano soltanto degli “aggressori colonialisti” che penetravano a forza nel territorio africano, dimenticando che in quel periodo l’Italia aveva stretto accordi di protettorato con il governo somalo con tanto di canone di affitto per l’utilizzo dei porti. La schiavitù, dicevamo. Ovviamente nessuna menzione della Società Antischiavista Italiana che fu tra le prime a combattere lo schiavismo africano, vietatissimo ovviamente parlare dell’abolizione della schiavitù da parte del governo fascista.

La retorica e la realtà

Ma quasi ci si dimentica di dire che la tratta degli schiavi era un’abitudine molto in voga tra i governi africani. Si arriva poi al limite del delirio fanatico quando si critica l’impresa del 1906 del Duca degli Abruzzi che guidò la spedizione che per prima raggiunse la vetta del Rwenzori, impresa definita un’offesa alle tradizioni locali che impedivano l’accesso alla cima.

 

A far cadere ogni dubbio sulla buona fede degli allestitori della mostra ci pensa la proiezione del documentario realizzato in Somalia da Carlo Pedrini sul Villaggio Duca degli Abruzzi in Somalia. Il filmato viene presentato come una prova della dominazione coloniale sugli indigeni sfruttati, ma casualmente viene del tutto omessa, anzi viene scientificamente tagliata dal montaggio, la parte in cui lo stesso Duca paga i lavoratori somali dipendenti dell’azienda agricola. Il resto è un continuo di omissioni e descrizioni superficiali, dal madamato presentato come una consuetudine colonialista fascista anziché come una norma etiope, all’esaltazione della Chiesa Etiope che si oppose al colonialismo tanto da subire una dura repressione, il tutto sorvolando sul fatto che aveva protetto gli attentatori dinamitardi che avevano attentato alla vita del Viceré Graziani ferendo centinaia di persone e uccidendone 8, di cui 3 civili e due militari locali. Insomma, per usare le parole di Alpozzi, una mostra in cui “la verità non è gradita. La pluralità osteggiata. Il confronto negato. I fatti superflui”. Insomma un ottimo modo per allestire una mostra storica…

Carlomanno Adinolfi

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