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Roma, 31 ott – Tanti anni fa in un paese ormai lontano lontano, l’avvicinarsi del cinquantesimo anniversario della fine della Seconda guerra mondiale accompagnato alla caduta del Muro di Berlino aveva sfondato la diga della storia ideologica di matrice marxista-azionista. Era stato così permesso a una cosa chiamata “revisionismo” di irrompere nelle aule sorde e grigie delle università italiane. De Felice, Nolte, Pavone erano nomi che facevano tremare le vecchie cariatidi che s’erano abbeverate alle mammelle del Partito Comunista e di quello d’Azione e che per decenni erano riusciti a cristallizzare una narrazione storica sui fatti del XX secolo contraria alla realtà documentale e totalmente antiscientifica. Una narrazione che si reggeva su una sospensione dell’incredulità trinariciuta e che con la fine del Comunismo crollò miseramente.



Si aprì allora una stagione di incredibile freschezza durata un decennio. Aria nuova iniziò a circolare nel mondo della ricerca storica. Finalmente si poteva parlare, si poteva studiare. Ma come in tutte le trame che si rispettino, a un certo punto arriva il vilain, proprio dalle spalle dei “buoni”. E il “cattivo”, forse un po’ per convenienza personale, forse un po’ per livore verso i “buoni” (che come tutti gli eroi sono anche più belli dell’antagonista e dunque suscitano la sua invidia), forse un po’ perché qualcuno l’aveva imbeccato, dichiarò che una certa parte del passato era il Male AssolutoTM. Era il 2003. Pochi allora si accorsero di cosa avesse significato quell’improvvisa abiura a reti unificate.

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L’arrivo improvviso nel dibattito storico-politico della categoria del Male AssolutoTM significò la fine della stagione del Revisionismo scientifico. Se una cosa è assoluta, infatti, non può essere storicizzata e contestualizzata. Si può solo narrare come articolo di fede. Nel giro di qualche anno il dibattito si polarizzò in tifoserie (normalmente si era pro-Pansa o anti-Pansa), vecchi professoroni di scuola defeliciana che pure avevano dispensato gioie fra i revisionisti con i loro lavori degli anni Novanta, cercarono di accreditarsi sui media aderendo alla schiera degli implacabili avversari del Male AssolutoTM. Divenne obbligatorio pronunciare un confiteor prima di ogni discorso storico, per “prendere le distanze” e “condannare” il Male AssolutoTM, un po’ come quando ci si scopre il capo prima di entrare in chiesa o roba simile.

Con la fine del Revisionismo, tante altre cose sono scomparse. Come per esempio la capacità di pensare con la propria testa. Il vantaggio delle categorie assolute, come appunto il Male AssolutoTM, è quello che risparmia la fatica di dover ragionare. Se uno è in difficoltà dialettica può tirar fuori legittimamente l’asso nella manica della reductio ad Hitlerum per chiudere il dibattito da vincitore per squalifica dell’avversario. Aver trasformato in un mito un periodo storico di 25 anni in cui è successo tutto e il contrario di tutto lo ha reso bidimensionale quindi più facile da maneggiare per i superficiali e gli inesperti. Cosicché quando i superficiali e gli inesperti sono diventati anche professori, giornalisti e commentatori hanno cominciato a verificarsi situazioni paradossali come quella di chi accusa i tagliagole dell’ISIS di essere i “nuovi fascisti” e contemporaneamente sostiene che nei paesi occidentali occorra fare come l’ISIS fa coi monumenti non islamici, demolendo i retaggi del passato che possono ricadere nella deprecata categoria del Male AssolutoTM secondo la Narrazione Ufficiale: fascismo e franchismo, comunismo in Europa orientale, confederati e Cristoforo Colombo negli USA…

E di paradosso in paradosso si finisce a commentare la “scoperta” di una pellicola amatoriale girata in Italia del nord da un medico tedesco durante la Seconda guerra mondiale. La notizia è data da Repubblica del 31 ottobre e il tono sembra quello degli scimpanzé-scienziati de “Il pianeta delle scimmie” davanti ai reperti archeologici umani pre-guerra atomica. Il reperto, infatti, è “scandalo”: “l’immagine che ne esce non collima con quel che sappiamo di una guerra feroce, quella che devastò l’Italia del Nord tra la fine del 1944 e l’inizio del 1945. Soldati tedeschi, ufficiali della Wehrmacht sorridenti che interagiscono serenamente con civili italiani sorridenti, suore, bambini”. Pensate…

Già, infatti mentre uno si aspetterebbe scene di tedeschi (tutti rigorosamente in divisa da SS, tutti rigorosamente sui loro Tigre, tutti rigorosamente con l’elmetto calcato sugli occhi simbolo di bestialità unna) che massacrano a destra e a manca mentre magari suonano un pianoforte rubato ai civili confondendo Bach con Mozart (cit.), qui abbiamo – orpo! – gente normale. Un medico di un ospedale nelle retrovie che si intrattiene amabilmente con la gente del paese. Relazioni cordiali, come possono esserlo anche in tempo di guerra, quando la vita (incredibile dictu) cerca testardamente di scorrere normalmente. Ed è questo lo scandalo. Il commentatore di Repubblica si sente perduto. Il suo smarrimento umano e morale traspare dalle parole che gli scappano da sotto le dita: più che persone reali, quelli sono “fantasmi”, accanto ai “sorrisi” c’erano i “massacri”, e comunque chi ci dice che quella pellicola non sia stata fatta per “la propaganda militare della Wehrmacht”? La “normalità” fa a botte con il Male AssolutoTM, che deve essere truce, oscuro, in bianco e nero. Il commentatore allora cerca di riprendere in mano la barra della moralità e si inventa acuto psicologo (avrà visto tutte le stagioni di “The mentalist”). Dagli atteggiamenti dei protagonisti del filmato egli capisce tutto, la Narrazione Ufficiale è salva: “uno sguardo non imparziale, non innocente per definizione. Lo sguardo del conquistatore su un paese conquistato. Impossibile non trovare struggenti le espressioni di quei bambini, che forse ridono per gli scherzi dei soldati, presi per mano dai soldati”.

Già, deve per forza essere così. Quel mondo è grigio, quel mondo è brutto: “impossibile non pensare che negli stessi mesi, non molto lontano da questa rilassata familiarità, altri militari dello stesso esercito massacravano civili, donne e bambini come questi. Impossibile non guardare queste immagini come la stridente contraddizione fra la storia e l’umanità”. Perché la storia va bene, signora mia, ma l’umanità, eh, quella sì che conta. Come può esistere un filmato in cui i Malvagi Tedeschi del Male AssolutoTM possano scherzare serenamente con dei civili italiani? Non a caso il commentatore di Repubblica definisce il filmato “misterioso”. Come un po’ le “pile elettriche” scoperte fra le rovine sumere o i bassorilievi mesoamericani che sembrano mostrare “astronauti” dell’età della pietra. Fosse stato un filmato un po’ più antico ce n’era abbastanza per una serie di puntate di “Voyager”.

Nell’epoca del Male AssolutoTM la storia si è ridotta a questo. Un patetico tentativo di ricacciare nella bottiglia tutti i diavoli che sono usciti col Revisionismo, mentre si oscilla autisticamente salmodiando “no, non può essere vero… non può essere andata così…”. Lo scandalo causato dalla realtà dei fatti è grande. Provoca traumi, sconvolge. La storia è contro l’“umanità”, o meglio, contro la propria idea di umanità. Non c’è dubbio che un povero fedele della Narrazione Ufficiale davanti a questi sconvolgenti filmati sarà tormentato da incubi, forse dovrà andare in terapia (“dottore, in uno dei fotogrammi, l’ombra scura dell’operatore copre, per pochi attimi, il sorriso di uno dei bambini e lo oscura”). È chiaro che una nazione civile non può permettere simili violenze, simili “triggering”, come si dice nelle più progressiste università americane. Se la storia è contro l’“umanità”, se il passato non va d’accordo con la narrazione presente, tanto peggio per il passato. Vorrà dire che sarà messo fuori legge.

Emanuele Mastrangelo

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2 Commenti

  1. Se si chiedesse a ciascun abitante dei paesi della Ciociaria un confronto fra l’occupazione tedesca e quella dei goumier marocchini inquadrati nel CEF venuti dopo la battaglia di Montecassino, su quale delle due occupazioni sia stata la più terribile, penso che la risposta la conosciamo. Tra l’altro, vale la pena ricordare anche come i crimini commessi nella zona dalla soldataglia marocchina siano stati nascosti agli italiani per oltre cinquant’anni.

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