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Roma, 2 giu – Nell’epoca in cui i giornalisti di sinistra aprivano ancora qualche libro, il nome di Derek Chauvin, l’agente incriminato per la morte di George Floyd, non avrebbe scampato così facilmente al facile accostamento colto con il quasi omonimo Nicolas Chauvin, il soldato immaginario francese da cui deriva lo «sciovinismo». Una chiave di lettura servita su un piatto d’argento da un’amara ironia della storia. Ma, per l’appunto, questo passa il convento e ieri, con il bilancio delle rivolte Usa ancora fermo a sei morti, ci siamo invece dovuti sorbire l’ardita sentenza del neodirettore di Repubblica, Maurizio Molinari, che ha dichiarato: «Il fenomeno cui stiamo assistendo in America non ha precedenti dalla morte di Martin Luther King, per l’estensione delle violenze e per la gravità con cui si manifestano» (il riferimento è ai 46 morti causati dai riot successivi all’assassinio del celebre predicatore nero, avvenuto nel 1968). Sarà.

Da Liberty City a Los Angeles: le rivolte più recenti

In termini di gravità, è tuttavia da stabilire che i fatti di Minneapolis siano più eclatanti, per esempio, della rivolta di Liberty City, a Miami, dove nel 1980 una sommossa nera provocò 18 morti e centinaia di feriti in seguito all’assoluzione di poliziotti bianchi accusati dell’uccisione di un giovane nero. Chi all’epoca non era nato potrà però forse ricordarsi della più recente rivolta di Los Angeles, avvenuta tra il 29 aprile e il 4 maggio 1992, sulla scia del caso Rodney King. All’epoca, nei disordini rimasero uccise 54 persone, vi furono 2.383 feriti e più di 12.000 arresti. Ci furono oltre 3.600 incendi, circa 1.100 edifici vennero gravemente danneggiati e si parlò di danni per un miliardo di dollari. Il quadro razziale che faceva da sfondo a quella rivolta era peraltro più complesso del mero scontro «neri contro bianchi»: tra i principali protagonisti delle violenze ci furono infatti gli ispanici, che nulla avevano a che vedere con il caso di cronaca in questione, mentre tra i principali obbiettivi delle scorribande dei teppisti ci furono i negozianti coreani. I coreani: questa nota etnia privilegiata, questi padroni dell’establishment, questi secolari nemici delle minoranze vessate…

Una repubblica fondata sul conflitto etnico

Prima della già citata rivolta per Martin Luther King c’erano stati i moti di Watts 1965 (34 morti), Newark 1967 (26 morti), Detroit 1967 (43 morti). Infiniti altri, magari con pochi o nessun morto ma con intere città sotto assedio, ce ne sono stati anche dopo. Si direbbe che gli Usa siano una repubblica fondata sui riot. E sul conflitto etnico: di tutti contro tutti. Certo colpisce l’estensione della rivolta in corso, con oltre 40 città sotto coprifuoco, ma l’impressione è che non si sia di fronte a un livello di conflittualità inedito per la storia americana. Tutt’altro. E, anche senza voler cedere al frusto sofisma intellettuale per cui due fenomeni opposti vengono inquadrati come «due facce della stessa medaglia», ci si può chiedere se la radicalità della rivolta, che è giunta a dar fuoco a dei commissariati di polizia, e la violenza degli agenti non siano entrambi il frutto di una società che, a tutti i livelli e da parte di tutte le parti in causa, mostra da sempre un livello di efferatezza sconosciuto nelle placide lande dell’Europa occidentale.

E’ l’intero sistema sociale e culturale Usa che va processato

Ci si potrebbe chiedere, in altre parole, se non sia un sistema sociale e culturale nella sua globalità che vada processato, anziché Trump, l’Alt right, lo stesso eterno fantasma del razzismo o chissà quale altro feticcio mediatico. Le categorie interpretative che vanno per la maggiore, tuttavia, sono più terra terra: poiché Trump è un suprematista, i germi razzisti da sempre presenti nella società americana si sono riattivati e gente come Chauvin si sente ora legittimata a perseguire pratiche di concreto dominio razziale. È, a suo modo, una contestualizzazione.

Minnesota paradiso liberal

Un altro modo di contestualizzare avrebbe potuto far notare che il Minnesota è una sorta di paradiso liberal: gli abitanti dello Stato hanno votato per i candidati democratici alla presidenza dal 1976, più di qualsiasi altro Stato. Il governatore del Minnesota, Tim Walz, è un democratico. Il sindaco di Minneapolis Jacob Frey, è un democratico, come del resto accade dal 1961. Il consiglio comunale di Minneapolis comprende due membri transgender, entrambi neri. Medaria Arradondo, il capo della polizia di Minneapolis, è un afroamericano. Lo stesso Chauvin, già derubricato a incarnazione del Ku Klux Klan in divisa, sembra interpretare in modo particolarmente elastico la sua presunta affiliazione alla scena white power, se è vero che aveva sposato una donna del Laos e che, nei 18 casi in cui gli è stato contestato un comportamento inadeguato e violento, alcune delle vittime erano bianche. Insomma, una normale storia americana.

Adriano Scianca

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5 Commenti

  1. in realta’ del morto di colore non frega un cazzo a nessuno ma e’ l’occasione per saccheggiare negozi da buoni sinistroidi anni 68

  2. Tante ragioni in questo articolo, un evidenza della violenza connaturata ad un paese che ha fatto della sopraffazione il modus vivendi.
    I cow boy cercano di edulcorare la loro realtà con le balle, trovano e cercano nemici continuamente, come in Italia c’è una burocrazia fine a se stessa, negli USA c’è uno stato fondato sulle aggressioni senza criterio se non quello di foraggiare il loro sistema industriale ed auto alimentarsi.
    Peccato i popoli -tutti- si meritano ben altro.

  3. Perché dite che è una storia “americana”? Vorreste includere altri stati come Canada, Argentina?
    (Si diceva statunitense, quando i giornalisti aprivano i libri di geografia…)

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