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TosettiMonza, 23 gen – Nel pomeriggio di sabato presso la sede monzese dell’Associazione Nazionale Paracadutisti d’Italia, si è tenuta la presentazione del libro “Estate 1982: Libano in fiamme. Ricordi del comandante” scritto dal Gen. Bruno Tosetti, comandante della missione, ed edito da Grafica Elettronica.
Il pluridecorato Generale Tosetti, bersagliere paracadutista nato a Bergamo, ha comandato la missione Italcon “Governolo”  (Libano 1) dal 26 agosto 1982 al 12 settembre dello stesso anno ed in seguito ha partecipato alla missione Italcon 2 (Libano 2), durata dal 26 settembre 1982 al 26 febbraio 1984, sino al 3 marzo 1983 quando i bersaglieri, tutti di leva occorre sottolinearlo, del secondo battaglione “Governolo”, di stanza a Legnano (Mi), rientrano definitivamente in Italia.



Libano
Il Generale Tosetti (al centro col basco) insieme ad alcuni suoi soldati della missione in Libano

Prima di addentrarsi nel vivo della missione italiana in Libano, la prima dal dopoguerra e la prima vera missione di “Peacekeeping” effettuata dalle nostre Forze Armate, il Gen. Tosetti ha fornito un chiaro e sintetico panorama del contesto politico, sociale e religioso del Libano a partire dall’indipendenza ottenuta nel 1943 che vide nascere il “Patto Nazionale” che ancora vige in quel martoriato paese del Medio Oriente.
Patto Nazionale che prevede che il Presidente sia di fede cristiana maronita, che il Primo Ministro sia musulmano sunnita e che il Presidente dell’Assemblea Nazionale sia musulmano sciita. Questo per dare modo alle maggiori confessioni religiose presenti nel Paese di avere il medesimo peso politico all’interno della Nazione. Il Libano infatti è diviso tra 17 gruppi religiosi: 11 cristiani, 5 musulmani, 1 ebraico e la convivenza non è sempre stata pacifica soprattutto nel recente passato come avremo modo di vedere. La situazione in Libano comincia infatti a precipitare a partire dagli anni ’60, con le guerre Arabo-Israeliane e l’enorme afflusso di profughi palestinesi che inondano quelle terre, e soprattutto negli anni ’70, con la presenza attiva di “Settembre Nero”. Questo spacca letteralmente l’Esercito Libanese che perde consistenza e quindi il Governo di Beirut si trova a non avere più la capacità di controllare il territorio: a cavallo tra la fine degli anni ‘70 ed i primi anni ‘80 le milizie presenti in Libano erano composte da 40mila maroniti, 27mila musulmani e 10mila “Fedayn” di Arafat con l’esercito regolare ridotto a solamente 8mila effettivi scarsamente equipaggiati. Queste milizie, in lotta tra loro, sono la causa di circa 60mila morti tra i civili, cosa che porta ad un intervento della Lega Araba, dopo la bocciatura di un intervento Onu, che però è palesemente schierata con le fazioni musulmane. In questa situazione caotica si innesta poi l’intervento di Israele che nel marzo del 1978, a seguito di alcuni attentati a Tel Aviv, lancia l’operazione “Litani”: l’esercito israeliano invade unilateralmente il Libano e occupa una fascia di territorio che va dalla frontiera sino al fiume Litani per garantire una “fascia di sicurezza”. A quel punto l’Onu interviene per ristabilire lo status quo ante ed Israele è costretto a ritirarsi, cosa che però permette ancora la discesa delle milizie arabe che tornano ad impossessarsi di quella parte del territorio e a minacciare lo Stato ebraico. Difatti, il 6 giugno 1982, Israele lancia l’operazione “Pace in Galilea”: in cinque giorni grazie ad operazioni congiunte di forze anfibie, terrestri ed aeree, l’esercito israeliano arriva ad occupare metà del Libano sino a Beirut tagliando fuori 3 brigate dell’Esercito Siriano e 10mila uomini dell’Olp nella parte ovest della città. Israele avrebbe voluto chiudere la questione usando gas soporiferi per prevaricare le forze arabe in città, ma la presenza navale sovietica a Tartus e soprattutto l’andirivieni di “osservatori” di Mosca tra la Siria e la parte del Libano occupata dalle forze arabe, consigliava prudenza per evitare un’escalation del conflitto ed un allargamento alle forze navali della Nato e del Patto di Varsavia presenti nel Mediterraneo.

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Libano
La posizione della truppe italiane (2) all’interno della città di Beirut

In questo contesto internazionale, e dopo il veto posto dall’Urss ad una missione Onu condotta da Italia, Usa e Francia (19/08/82), nasce la missione Italcon “Governolo”, grazie ad accordi bilaterali presi dal nostro Paese, e da americani e francesi, col governo libanese. Italcon farà parte di un dispositivo militare di interposizione tra le forze armate israeliane e l’enclave araba presente a Beirut ovest insieme a reparti francesi e americani. I reparti mobilitati sono 4 compagnie per un totale di 518 uomini così composte: una Bersaglieri, una Carabinieri, una Genio ed una CCS supportate da 30 mezzi da combattimento (principalmente M113), 100 da trasporto/logistica, 3 navi della Marina Militare (le navi da sbarco Grado e Caorle con la fregata Perseo), un traghetto noleggiato dal Ministero della Difesa, e l’appoggio di 6 C-130 “Hercules” della 46esima aerobrigata. Il compito della missione, oltre a quello di tenere separati i contendenti e di smilitarizzare l’area rendendola atta al ritorno dei civili, è di assicurare quello che oggi definiremmo un “corridoio umanitario” diretto a Damasco per le forze siriane ed arabe assediate a Beirut. Il 26 agosto avviene lo schieramento del contingente italiano che occupa la parte considerata più pericolosa di Beirut, quella meridionale; gli americani restano confinati nella zona del porto mentre i francesi si trovano al centro. Il Generale nella sua narrazione ci svela come, durante lo spiegamento in città, le nostre forze fossero seguite da alcuni mezzi del MAU dei Marines presenti, e come avesse predisposto l’evacuazione in caso in cui la situazione fosse degenerata. Il piano in quel frangente prevedeva due possibilità: una via di fuga a nord verso il porto e da lì sui mezzi da sbarco, ed una a sud, diretti ad Haifa. Qualora entrambe le vie di fuga fossero state impraticabili si sarebbe richiesto l’intervento della 6° Flotta Usa che avrebbe aperto un corridoio col fuoco navale sino alla spiaggia dell’aeroporto, e da lì, una volta distrutti i mezzi, il personale sarebbe stato imbarcato sulle navi grazie agli elicotteri dei Marines e della Us Navy. Il compito dei nostri Bersaglieri, dicevamo, era quello di ristabilire la legalità e di permettere all’Esercito Libanese di rientrare a Beirut. Compito più volte messo in difficoltà da entrambe le parti in causa, come racconta il Generale Tosetti, quando, ad esempio, Israele avanzò richiesta formale che venissero fornite le identità del personale militare arabo evacuato, oppure quando il Mossad architettò un tranello per far cadere il muro di imparzialità delle truppe italiane ed avere il pretesto di richiedere il nostro ritiro ufficiale. Nonostante tutti questi piccoli giochi di politica il comportamento delle nostre truppe, e soprattutto dei nostri comandanti fu esemplare, tanto che sui muri di Beirut ovest, quando, il 26 settembre 1982, il contingente italiano ritornò con la missione “Libano 2”, si poteva leggere “Italians only” a testimonianza della capacità, tutta italiana, di “conquistare i cuori e le menti” della popolazione locale nel rispetto degli accordi internazionali. La missione Italcon “Governolo” si chiudeva quindi il 10 settembre 1982 e permise di evacuare 6909 miliziani arabi con 925 mezzi organizzati in 4 colonne scortate dal nostro personale sino al confine con la Siria.

Lo sforzo militare italiano in Libano, con le due missioni, le prime missioni internazionali dell’Italia dal dopoguerra, lo ricordiamo, ebbe però un costo umano: 75 feriti ed un caduto, il Marò Filippo Montesi, morto il 15 marzo del 1983. A lui soprattutto va il nostro pensiero, il primo caduto italiano degli oltre 170 che lo avrebbero seguito nelle varie missioni internazionali, missioni che, come più volte chi scrive ha avuto modo di argomentare, spesso non hanno rappresentato, e non rappresentano, la tutela degli interessi dell’Italia nel panorama geopolitico mondiale.

Paolo Mauri

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