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Roma, 3 mag – Che l’immigrazione sia un’invasione, ormai è un fatto conclamato. A molti piace aggiungere l’aggettivo “islamica”, e se ne capiscono le ragioni: dal terrorismo al conflitto sugli stili di vita, la religione musulmana funge sempre più spesso da evidenziatore delle contraddizioni del fenomeno migratorio. Il rischio di una lettura dell’immigrazione troppo appiattita sulla questione religiosa, tuttavia, è quello di trascurare la vera dimensione cruciale del fenomeno, che è etnodemografica.



Del resto gli studi sull’argomento non sembrano confermare le tesi fallaciane: secondo i dati dal Centro studi sulle nuove religioni, solo il 32% di coloro che sono arrivati nel nostro Paese nel 2016 erano islamici e, rispetto al 2015, erano anche in leggero calo. La maggior parte degli immigrati era invece cristiana: il 53,8%. Nel dettaglio, gli immigrati di fede musulmana sono scesi nel 2016 a 1.609.000 dal 1.613.500 nel 2015. Il fondatore e direttore del Cesnur, il saggista cattolico Massimo Introvigne, ha commentato: “Qualche volta in tono polemico si parla di islamizzazione, ma c’è anche un fenomeno di ri-cristianizzazione: sono state osservate tante parrocchie in cui il numero di praticanti e anche di persone attive in parrocchia è cresciuta grazie ad immigrati che arrivano dal Perù, dalla Filippine; ci sono romeni cattolici, indiani cattolici, singalesi cattolici”. Il che fa ben capire l’atteggiamento della Chiesa sull’immigrazione.

Del resto un rapporto su “Il futuro delle religioni” pubblicato dal Pew Research Center di Washington dipinge l’Africa come futura terra d’elezione del cristianesimo: nel 2050, quattro cristiani su dieci vivranno nell’Africa subsahariana. Gli Stati con il maggior numero di cristiani saranno Usa, Brasile, Nigeria, Filippine, Congo, Messico, Tanzania, Russia, Etiopia e Uganda. Almeno Nigeria ed Etiopia figurano già tra i principali stati di partenza dell’immigrazione attuale (con 37.551 immigrati, i nigeriani sono al primo posto tra le etnie arrivate nel 2016, dato confermato in questi primi quattro mesi del 2017, con 5.229 arrivi).

Certo, oltre a un’analisi quantitativa va fatta anche una qualitativa: l’immigrazione islamica è spesso la più coesa e organizzata, si nutre di una religione e di una ideologia che è anti-occidentale, ma spesso anche anti-europea tout court. Molto spesso, quando l’integrazione non funziona per motivi etnici, la disintegrazione fa leva sull’islam in via strumentale. Insomma, di problematiche specifiche del mondo musulmano ce ne sono e non sarà il caso di negarle in virtù di un’immagine idealizzata della religione di Maometto. Ma è altrettanto certo che tutte queste sono solo conseguenze del problema principale. A meno che non si ritenga che la difesa della nostra identità vada fatta valere in modo muscolare contro i marocchini, i siriani o i kosovari mentre si possa allegramente accettare l’arrivo di filippini, congolesi o ecuadoregni cristiani, è evidente che la frontiera tra ciò che è accettabile e ciò che non lo è non passa per la religione. L’immigrazione è una colonizzazione di popolamento, grave in quanto tale, a prescindere da quanto sia appariscente e traumatica la sua accettazione per il borghese cattolico italiano medio. E se qualcuno con una distorta concezione dell’identità crede di poterla cavalcare mirando a suicidi progetti di “ri-cristianizzazione”, all’insegna del motto “fiat fides et pereat natio”, questo vorrà solo dire che avremo, nelle nostre file, un nemico in più.

Adriano Scianca

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