Il Primato Nazionale mensile in edicola

Roma, 18 apr – La lotta degli ierofanti del mondialismo contro l’identità stabile e radicata è la stessa che essi conducono contro il confine come argine che disegna uno spazio circoscritto e limitato, in grado di autogovernarsi secondo norme proprie, sottratte al principio cardine dell’eteronomia post-democratica fondativa del globalcapitalismo. D’altro canto, il confine stesso è imprescindibile per la costruzione dell’identità, la quale si forma sempre per differentiam rispetto all’alterità: riprendendo il titolo del noto saggio di Heidegger, Identität und Differenz formano una coppia concettuale in cui ciascun termine figura come indispensabile per l’esistenza e per la definizione dell’altro. Non può esservi identità, se non per differenza rispetto ad altre; né può esservi differenza, se non ove vi siano identità plurali.

Se, mediante l’abbattimento del confine, si estingue l’alterità e sopravvive unicamente il medesimo indistinto, allora si eclissa, per ciò stesso, ogni possibile identità. Di più, si annichilisce la coppia di identità e differenza, come in effetti sta sempre più visibilmente avvenendo nell’ordine del pianeta omologato, ove prevalgono i principi reciprocamente innervati della indifferenziazione e della disidentificazione.
A rigore, il dialogo può darsi solo ove vi siano identità forti, che abbiano valori e radicamenti sul cui fondamento confrontarsi: è l’opposto del dialogo fintamente multiculturale promosso e promesso dagli apostoli del globalismo. Esso, per sua essenza, è un dialogo muto, in cui le parti, omologate sotto il segno della forma merce e svuotate della loro identità specifica, non hanno più letteralmente nulla da dirsi.

Sotto questo profilo, quella che così spesso si ammanta del titolo nobilitante di “multiculturalità” non è se non l’alibi per l’abbandono della propria identità culturale e per la sua neutralizzazione sull’altare del nichilismo della forma merce. Seguendo alcuni spunti del Taylor di “Multiculturalism and the Politics of Recognition” (1992), si potrebbe asserire che il tratto saliente del falso multiculturalismo proprio della civiltà dei consumi deve, allora, essere ravvisato non tanto nell’interesse verso le altre culture, quanto semmai nell’“autofobia”, nella paura nemmeno troppo larvata verso di sé e verso la propria identità non affine al nichilismo del consumo .

In ciò risiede l’essenza del “multiculturalisme comme religion politique” coerente con l’ordine globocratico e con la sua passione per l’ibrido, per il promiscuo e, in generale, per tutto ciò che – senza essere in sé valorizzato – sia funzionale alla decostruzione delle identità pregresse . In quest’ottica, la stessa “inclusione dell’altro” (Einbeziehung des Anderen), come l’ha battezzata Juergen Habermas, appare funzionale unicamente all’esclusione del proprio.

A tal riguardo, Roger Scruton ha coniato il fortunato lemma di oikofobia, che letteralmente allude all’odio verso l’οἶκος e, più in generale, verso ogni legame con la propria identità storica e culturale. Espressione quintessenziale del nuovo spirito del mondialismo, l’oikofobia opera secondo la duplice e sinergica direzione della delegittimazione del proprio (svalutato aprioricamente come intollerante e repressivo) e della magnificazione dell’altro (identificato, di fatto, con ogni istanza connessa con l’apertura cosmopolitica).

Diego Fusaro

La tua mail per essere sempre aggiornato

3 Commenti

Commenta