Roma, 2 giu – L’operazione militare annunciata qualche settimana fa dalla Turchia in Siria “minerebbe la stabilità regionale”: lo ha detto il segretario di Stato Usa Antony Blinken in una conferenza stampa a Washington con il segretario generale della Nato Jens Stoltenberg.  Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha fatto sapere che l’operazione militare annunciata contro le forze curde nel nord della Siria si concentrerà inizialmente nell’area di Manbij e Tal Rifat. “Ripuliremo Manbij e Tal Rifat dai terroristi”, ha affermato Erdogan durante un discorso al gruppo parlamentare Akp, come riporta Anadolu, aggiungendo che l’azione militare si espanderà poi anche in altre aree.

La Turchia ricatta la Nato

Erdogan però ha giocato bene le sue carte, infatti il sultano ha già deciso e comunicato pochi giorni fa ai vertici della Nato che per ottenere il suo via libera all’adesione di Svezia e Finlandia, gli Stati membri dovranno sacrificare i curdi del Rojava, nel nord-est della Siria. Nelle ore passate ha dichiarato pubblicamente: “Presto faremo nuovi passi riguardo alle porzioni non ancora completate del progetto che abbiamo avviato per la formazione di una zona di sicurezza profonda 30 chilometri sul nostro confine meridionale”, ha detto riferendosi ai territori curdi che di fatto ha inglobato dopo il ritiro delle truppe della coalizione anti-Isis e con il benestare dell’allora presidente americano Donald Trump. Così, dopo aver incassato il riconoscimento delle proprie “preoccupazioni per la sicurezza al confine” da parte del segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, e del portavoce del Dipartimento di Stato americano Ned Price, che si è comunque detto “preoccupato” dalla prospettiva di una nuova operazione militare, oggi il presidente turco ha ricevuto le delegazioni di Svezia e Finlandia per cercare di raggiungere un accordo sulla loro entrata nell’Alleanza.

Le preoccupazioni Usa

Price ha espresso preoccupazione per i piani di Erdogan affermando che qualsiasi nuova offensiva nel nord della Siria minerebbe la stabilità regionale e metterebbe a rischio le truppe statunitensi (circa 900 quelle rimaste dal 2014): “Siamo profondamente preoccupati per i rapporti e le discussioni sul potenziale aumento dell’attività militare nel nord della Siria e, in particolare, per il suo impatto sulla popolazione civile locale”, ha affermato il portavoce poco dopo le dichiarazioni del leader di Ankara. Anche se ha poi precisato che come Stati Uniti “riconosciamo le legittime preoccupazioni per la sicurezza della Turchia al confine meridionale, ma qualsiasi nuova offensiva minerebbe ulteriormente la stabilità regionale e metterebbe a rischio le forze statunitensi e la campagna della coalizione contro l’Isis”.

Tutti terroristi

Nonostante le preoccupazioni statunitensi l’operazione sembra rimanga sul piatto, soprattutto ora che c’è in ballo l’ingresso di Svezia e Finlandia nella Nato in funzione anti-russa. La Turchia di Erdogan si conferma essere una spina nel fianco piantata al centro del Mediterraneo, sempre con un piede di qua ed uno di là. Ovviamente, come l’operazione di “denazificazione” russa, anche quella Turca muove sulle ali della funzione anti-terrorista, anche se in quei territori non opera (almeno ufficialmente) il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (Pkk) considerato un’organizzazione terroristica da Turchia, Usa e anche Unione europea. Nel nord-est della Siria operano le Unità di Protezione Popolare (Ypg/Ypj) curdo-siriane, le stesse che hanno rappresentato la “fanteria” della coalizione e che invece hanno contribuito alla guerra contro lo Stato Islamico soprattutto con l’aviazione, andando a recuperare piano piano tutti i territori in mano al Califfato. Di loro non sembra che importerà a qualcuno.

Sergio Filacchioni

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