Home » Londra non dimentica il Duce, a Charing Cross in mostra la Casa del Fascio

Londra non dimentica il Duce, a Charing Cross in mostra la Casa del Fascio

by La Redazione
3 comments
Casa del Fascio Londra

La Casa del Fascio a Londra

Londra – È stata inaugurata lo scorso 17 novembre e proseguirà fino al prossimo 15 dicembre la mostra fotografica dal titolo “Mussolini’s folly: farce and tragedy in Little Italy” ospitata dall’ex Casa del Fascio di Londra – ora una libreria – in Charing Cross Road, a due passi dalla centralissima Trafalgar Square. Ad organizzarla la sezione londinese dell’Anpi (ebbene si, esiste anche una sua rappresentanza d’oltremanica), alla presenza di Alfio Bernabei – autore di un documentario “Dangerous characters” per Channel 4, di un testo sugli emigrati italiani tra il 1920 ed il 1940 e promotore dell’iniziativa –, di Simone Rossi, presidente della sezione londinese dell’Anpi, e di Giulia Romani, console presso il Consolato generale d’Italia a Londra.

Come ci si potrà immaginare, il tono è quello solito della “memoria” da tramandare per non far ripetere più la “tragedia” della fascistizzazione degli italiani in patria e all’estero. Ma chiunque si approcci all’evento con sguardo critico non potrà chiudere gli occhi di fronte ad un fenomeno dai risvolti, per diverse ragioni, positivi. Tanto che persino Bernabei, intervistato dal sottoscritto, anziché tirar fuori “la follia” del regime in questo suo impegno per gli italiani emigrati, è costretto ad accontentarsi di giudicare “strumentale” ed “ambiziosamente aggressivo” il forte sostegno del Duce agli italiani in Gran Bretagna, che portò nel 1936 all’acquisto di una sede del genere grazie ad una raccolta fondi effettuata nella comunità italiana residente in Inghilterra.

Casa del Fascio Londra

L’atto costitutivo della Casa del Fascio di Londra

Negli oltre mille metri quadrati di Charing Cross, nel quale – dopo Great Russel Street e dopo Greek Street – si trasferì la sede del Fascio di Londra, vi era la redazione del giornale pubblicato in italiano in Gran Bretagna “L’Italia Nostra”, la base operativa del Fascio femminile, l’associazione dei Giovani Italiani all’estero e poi due ristoranti, una sorta di sala comune ed un grande spazio per gli eventi. La stessa in cui si tenne il 5 giugno 1939, davanti ad una statua di Giulio Cesare scomparsa dopo il sequestro dell’edificio e sotto la grade scritta che campeggiava con il motto “Credere Obbedire Combattere”, il concerto dei tenori di fama internazionale Beniamino Gigli e Maria Caniglia, a Londra per l’incisione di un disco.

L’attività del Fascio di Londra, il fascio primogenito all’estero, fondato nel 1921 – un anno prima della Marcia su Roma con cui il Fascismo prende il potere – da sei persone, tra le quali i professori universitari Camillo Pellizzi, sociologo che collaborava anche con “Il Popolo d’Italia”, e Antonio Cippico, senatore del Regno d’Italia negli anni Venti, dice molto sul regime. A cominciare dal fatto che anche il mondo della cultura, a suo tempo, non era affatto lontano dal Fascismo, che è stato dunque a pieno titolo rappresentante del popolo italiano durante il ventennio di governo, con il sostanziale appoggio sia della piazza che dal mondo intellettuale. Anche Guglielmo Marconi, inventore del telegrafo, presiedette per un periodo il fascio londinese ed è infatti possibile vederlo accanto all’ambasciatore Dino Grandi ed alla figlia di Benito Mussolini, Edda Ciano, in una fotografia scattata presso l’Egware Stadium, a nord di Londra, nel giugno 1934.

Nell’esposizione è possibile anche toccare con mano il forte attaccamento alla madrepatria suscitato finalmente da un governo che non considerava più gli italiani all’estero “misere greggi abbandonate, ma robusti nuclei di italianità saldamente uniti alla madrepatria, assertori dignitosi di civiltà fascista”, così come recita una pubblicazione sulle cifre degli italiani nel mondo. Lo stesso Bernabei, del resto, ammette: “gli italiani a Londra si sentivano più rispettati dagli inglesi, ora che il regime li invitava a non genuflettersi più, rappresentando il nuovo senso di dignità italiana, anche per chi era un semplice cameriere”.

Ma non si tratta soltanto di sterili chiacchiere. Ciò che fecero le case del fascio diffuse in tutto il Regno Unito fu sostenere concretamente gli italiani lontani dalla propria terra, aprendo scuole per i figli degli emigrati nati in Gran Bretagna, promuovendo gite e vacanze, dando vita ad attività ludiche e culturali, organizzando numerosi eventi sportivi, come conferma proprio Bernabei a margine del suo intervento inaugurale.

Ed il ritorno in fatto di vicinanza al fascismo da parte degli italiani trapiantati nel Regno Unito ebbe una conferma in occasione delle sanzioni contro l’Italia volute dalla comunità internazionale su pressione inglese in seguito all’attacco in Etiopia: ben 18.480 sterline in sostegno della madrepatria furono raccolte dalle comunità italiane sparse su tutto il territorio inglese, come dimostra la prima pagina dell’ “Organo ufficiale dei Fasci italiani nelle Isole britanniche” nel numero del 17 gennaio del ’36, che elenca dettagliatamente i contributi delle varie città, in oro, sterline e lire italiane.

Casa del Fascio LondraC’è una foto, invece, che racconta il dolore e la vera tragedia, e con essa anche forse una storia un po’ diversa da quella comunemente raccontata. È la foto dell’Arandora Star, nave inglese utilizzata per deportare oltre un migliaio di civili di nazionalità nemiche (italiani, tedeschi, austriaci, ecc) e appena qualche decina di prigionieri di guerra. Come era pratica comune allo scoppio della guerra, tutte le nazioni coinvolte, comprese le “democrazie” inglesi e americane, privarono dei diritti civili e politici i cittadini stranieri, internandoli e spesso deportandoli. Nelle ex colonie d’oltreoceano nel caso britanico. In questo caso la nave, salpata da Liverpool con a bordo un “carico umano” eccessivo ed un numero di scialuppe insufficienti, tanto che si dormiva sui pavimenti uno accanto all’altro, scambiata per un carico di armi, venne colpita da un siluro tedesco: morirono ben 446 italiani, circa la metà del numero delle vittime totali.

Nessuna scusa e mai nessun risarcimento, esattamente come per la sede di Charing Cross, sequestrata alla dichiarazione di guerra italiana nel 1940 e costata i sacrifici di tanti italiani.

Tra gli articoli di giornale esposti a Charing Cross, uno appare particolarmente significativo da un punto di vista sia storico che “rivoluzionario”: “L’ora del fascismo”, pubblicato il 12 marzo del 1921 in prima pagina su “La Cronaca”, “Settimanale della Colonia Italiana”.

Al suo interno, quella che era l’effervescente situazione italiana in seguito al cosiddetto “biennio rosso” e l’approccio fascista al tentativo di rivoluzione sul modello sovietico.

“I rapporti tra i due eserciti sono ormai tali che lo stato di guerra non è più solo un modo di dire, ma un realtà in pieno svolgimento”, racconta nel suo esordio l’editoriale. Il fascismo “è una conseguenza logica della situazione”, considerato il carattere “violento, antinazionale e disfattista, dell’estremismo rosso”.

Non un’aggressione fascista alla placida democrazia liberale, ma uno stato sotto aggressione marxista, a rischio regime di stampo sovietico, di cui i fascisti si posero a difesa.
E ancora: A vittoria conseguita si iniziò la demolizione delle ragioni d’intervento, la svalorizzazione dei frutti ottenuti e dei sacrifici fatti. Il governo non seppe resistere alle pressioni degli elementi disfattisti e giunse persino ad aprire le carceri ai disertori, compiendo il più alto vituperio ai combattenti. In queste condizioni il bolscevismo aumentò di potenza e di audacia, tanto che parve prossimo il suo trionfo completo e a Lenin parve a un certo momento guardare all’Italia come a una alleata.

L’elemento antinazionale prendeva il sopravvento, i nonni di quelli che oggi dimenticano di onorare la vittoria nella prima guerra mondiale e i sacrifici degli eroi italiani che completarono il Risorgimento, sputavano come oggi i loro nipoti su tutto questo.

In quegli anni l’autorità dello Stato andò in frantumi, a Roma non si dirigeva più: i governi avevano lasciato il campo libero alla “guerra di classe”. Gli estremisti possedevano la forza numerica, mancava la capacità direttiva. Restavano falce e martello, ma il cervello era da un’altra parte, sonnolente, se volete, e inerte a qualunque decisione. Ai combattenti spetta il vanto del risveglio. Essi hanno formato il primo nucleo dei fasci, essi opposero le prime resistenze sollevando il tricolore contro la bandiera rossa.

E’ qui risulta evidente come i fascisti siano spiritualmente gli unici eredi dell’arditismo, dell’unità nazionale, gli unici difensori della sovranità italiana e la loro rivoluzione una rivoluzione per lo “Stato” e non contro lo “Stato”.

Infine, qualche passaggio sul metodo, altrettanto interessante:I fascisti furono aggrediti e dalle aggressioni risorsero più forti, più numerosi, più decisi”: “La tattica fascista è indubbiamente audace e impostata su un criterio guerresco. All’estero se ne dà forse una concezione tumultuosa, ma invece i quadri fascisi sono retti da una rigida disciplina militare. Essi sono raggruppati a squadre coi nomi più eroici della nostra guerra e coi motti più coloriti dell’arditismo”. “Nelle azioni sono fulminei e di poche parole. Al grido degli Arditi ‘ NOI!’ si precipitano, con grande sprezzo dell’incolumità personale, nella mischia. Una violenza compiuta ai loro danni è immediatamente vendicata”.

Poche chiacchiere, disciplina, azione, coraggio: questa la ricetta rivoluzionaria tramandata, l’unica che mette la “terra dei padri” al primo posto, con buona pace dell’Anpi italiana e d’oltremanica, da sempre dalla parte dei nemici dell’Italia.

Emmanuel Bane

You may also like

3 comments

Massimo 3 Dicembre 2015 - 2:48

Grazie non sapevo come in tanti che sono schiavi della storia scritta dagli Antitaliani

Reply
Massimo 3 Dicembre 2015 - 2:51

Menomale che abbiamo Rai storia…….e paghiamo pure il canone

Reply
roberto 3 Dicembre 2015 - 11:42

presso l’archivio storico di asti ho trovato un documento nel
quale un astigiano chiede risarcimento forfait al governo italiano
poiche’ il governo inglese gli aveva espropriato il suo ristorante e
tutti i suoi beni ed espulso perche’ italianno.data novembre 1943.
andando avanti si arriva al 1952 e al 1955 in cui il sopracitato
astigiano chiede notizie dei suoi ex beni alle autorita’ democratiche.
potete immaginare le risposte delle nostre autorita’ cattocomunisteampiane…

Reply

Commenta

Redazione

Chi Siamo

Il Primato Nazionale plurisettimanale online indipendente;

Newsletter

Iscriviti alla newsletter



© Copyright 2023 Il Primato Nazionale – Tutti i diritti riservati