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Madrid, 20 apr – Ci aveva già “provato” una volta, quando undici anni fa l’osannato (dalle sinistre) Zapatero doppiava l’Italia nel computo del reddito pro-capite. Correva l’anno 2007 e la ricchezza dei cittadini di Spagna superava quella degli italiani. Una corsa effimera, trainata in buona parte anche dal boom edilizio che trascinerà poi il Paese ad un tracollo a seguito della crisi dei mutui subprime e delle misure di austerità imposte dall’Unione Europea.
Si arriva così, fra alti e bassi, ai giorni nostri. Quando, di nuovo, l’economia iberica sembra voler provare a mettere a segno il colpaccio. Almeno questo ci dicono le statistiche del Fondo monetario internazionale, che raccontano di come Madrid nei prossimi cinque anni sarà più ricca rispetto a Roma del 7%. “Merito”, se così si può dire, dell’Italia, che centrerà ritmi di crescita sensibilmente inferiori a quelli spagnoli.
Cos’è successo allora? È successo che il governo ha applicato alla lettera le disposizioni previste dai piani di risanamento delle economie dell’eurozona in crisi. Stritolata da una moneta troppo forte e il cui valore non può calare, la Spagna ha incarnato perfettamente il modello della “svalutazione interna”: salari più bassi, maggiore flessibilità del lavoro, apertura agli investimenti esteri. Così è tornata – almeno per il momento, fino alla prossima necessità di dover riequilibrare i divari strutturali bloccati dalla valuta comune – a crescere in maniera sostenuta. Ma a che prezzo, ce lo testimoniano i numeri.
In termini strettamente tecnici non ci sono dubbi: la Spagna probabilmente supererà l’Italia. Sul “come”, però, è lecito porsi qualche domanda. Perché sì, lo sviluppo c’è – il Pil cresce dal 2015 di oltre il 3% annuo – ma è uno sviluppo che a fatica si traduce in effetti reali. Pensiamo ad esempio alla disoccupazione, che timidamente si riduce ma resta sempre drammaticamente vicina al 20%, quasi il doppio rispetto alla nostra. Può sembrare un controsenso, ma è un toccasana per recuperare produttività. E fra Bruxelles e Berlino lo sanno benissimo. Analogo discorso per quanto riguarda la disoccupazione giovanile, che in certe zone tocca il 70% facendo sembrare quasi un paradiso il nostro mezzogiorno. Meglio non va per la distribuzione della ricchezza, che presenta disparità in continuo aumento (e sensibilmente superiori rispetto alle italiane) e una povertà che nonostante tutto non accenna a calare. E questa la chiamano ripresa?
Filippo Burla

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