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Roma, 22 mar – Un viaggio nelle storture liberal degli ultimi decenni, che si muove lungo la direttrice metafisica della Storia. Le forze che la animano non si iscrivono in un ordine puramente fisico: il bene e il male sono affrontati alla luce della Tradizione. L’autore del libro La malvagità del bene. Il progressismo e la parodia della Tradizione (Irfan edizioni), il poeta e saggista Flavio Ferraro, offre una lettura precisa e puntuale del declino della civiltà occidentale, reso evidente nei principali temi − e nei modi in cui se ne discute − del dibattito pubblico.

La malvagità del bene e la metafisica rovesciata

Una metafisica rovesciata, sovvertita, anima una concezione del progresso che, mirando alla dissoluzione dello Spirito, non procede in senso verticale ma promette un infinito orizzontale, il cui culmine è rappresentato dall’annientamento dell’umano. L’uomo nuovo, che tetri corifei cantano senza sosta attraverso l’annuncio di un neoumanesimo, è un essere che fagocita sé stesso in un nichilista cupio dissolvi. Il libro di Ferraro compie una disamina approfondita di tutti gli argomenti volti a propagandare queste magnifiche sorti e progressive, sottraendosi alla militarizzazione del dibattito pubblico, che trivializza la complessità del reale bollandola tout court come “complotto”, una delle paroline magiche con cui non solo si disinnesca qualsiasi obiezione, ma anche e soprattutto si delegittima chi la muove.

Un dibattito militarizzato

Infatti non per niente si definisce militarizzato il dibattito: è dominato da una costante mistificazione del reale per mezzo della violenta manipolazione − politicamente corretta − della parola. La Tradizione, nel libro di Ferraro, ci consente di muoverci con disinvoltura in questi temi: globalismo, immigrazione di massa, teoria gender, fino al capitalismo finanziario e ai sogni distopici dell’ingegneria genetica, che dovrebbe restituirci un uomo che, liberato dei suoi limiti costitutivi, finisce con l’annullare la sua umanità. Il protagonista assoluto del transumanesimo, di un mondo a una dimensione, in cui sono finalmente abolite le diversità in nome di un’uguaglianza formale che, tuttavia, si traduce in un radicale rifiuto dell’altro. Non solo: la vittoria piena del capitalismo è resa possibile da coloro che, introiettando le istanze liberal, hanno smesso di lottare contro “i padroni” e sono passati dal loro lato, senza averne il minimo sospetto.

«(…) Il peccato originale della sinistra si è compiuto nel Sessantotto, a partire dal quale il capitalismo si è emancipato da tutte le remore presenti nella civiltà borghese ­ − e di conseguenza dall’hegeliana sostanza etica che ne costituiva il fondamento­ − inglobando le istanze della cosidetta cultura libertaria e dei vari movimenti di protesta: gli slogan del Maggio francese, da «vietato vietare» a «corri compagno, il vecchio è dietro di te», potrebbero essere stati coniati dai Rothschild e prefigurano il modello ideale di società per lo sviluppo del capitalismo assoluto, quella forma di capitalismo che non si limita al dominio dei corpi, ma deve impossessarsi anche delle anime e colonizzare ogni ambito dell’esistente. La società attuale è il risultato della perfetta fusione tra liberalismo economico e liberalismo dei costumi, al punto che l’uno non può sussistere senza l’altro: ai nostri giorni l’anticapitalismo è diventato una sorta di crimine contro l’umanità».

L’autore sfata il mito della novità dei temi caldi sopra elencati: considerandoli nell’alveo della Tradizione, li restituisce ad una dimensione originaria che va necessariamente oltre le categorie dello spazio e del tempo contingenti, e che nel corso della Storia ci si presentano morfologicamente diversi, ma uguali nella sostanza: ciò che li genera è la sempiterna pretesa dell’uomo di farsi Dio di sé e degli altri. Per poi condannarsi «alla sorte di quell’asino il quale − come si racconta − girando legato attorno a una mola percorse migliaia di chilometri, rimanendo però sempre allo stesso posto».

Livia Di Vona

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