Tutti parlano a sproposito dei Maneskin che apriranno un concerto dei Rolling Stones: vi vogliamo dire perché la musica non c’entra niente. E’ notizia di queste ore, la band romana ieri è stata ospite negli Usa del celebre Tonight Show di Jimmy Fallon, il quale ha annunciato che i vincitori dell’Eurovision faranno da opener per gli Stones. Nel dettaglio, apriranno il concerto del 6 novembre all’Allegiant Stadium di Las Vegas. Ennesimo colpaccio dunque per la band che ha vinto l’ultima edizione del Festival di Sanremo. Lanciatissimi a livello mondiale, i Maneskin sono campioni di ascolti sulle piattaforme streaming e fanno il tutto esaurito ai (pochi) concerti. Esprimono a pieno il mainstream pop-rock del momento, pura emanazione di uno showbiz che da tempo ha inglobato anche la musica.



Jimmy Fallon esulta per i Maneskin: “Apriranno un concerto dei Rolling Stones”

“Hanno vinto l’Eurovision, che è come America’s Got Talent ma con la differenza che dopo la vittoria poi succede davvero qualcosa. Sono un fenomeno internazionale incredibile”, esulta Fallon, che ha dato fondo a tutto il suo repertorio di valido intrattenitore. I Maneskin hanno suonato la cover di Beggin’ e il nuovo singolo Mammamia. Un colpo alla botte (angloamericana) e uno alla tradizione “pizza, spaghetti e mandolino”. Certo, sono una band romana, motivo di vanto per tutti gli italiani, ci mancherebbe. Ma di fondo c’è un qualcosa che stona, nonostante sappiano anche suonare bene e il cantante sia notevole. Qualcosa che non convince. L’operazione Maneskin in effetti ha poco a che fare con la musica. Vediamo perché.

I Maneskin sono un Achille Lauro che ce l’ha fatta

Vincitori qua e là, “a billion streaming”, un miliardo di ascolti su Spotify – come sottolinea con enfasi Fallon – onnipresenti sulle copertine dei vari periodici patinati, i Maneskin incarnano alla perfezione quello che è diventato oggi l’intrattenimento musicale, che è una cosa diversa dal fare musica. E’ un business perfettamente integrato con la moda, e quindi le griffe e i vari prodotti da vendere, con i social e con la tv. Obiettivo? Più che vendere dischi (che un tempo, insieme a vendere tanti biglietti per i concerti, era lo scopo di chi voleva campare di musica) fare soldi in ogni modo possibile. In tal senso i Maneskin sono un Achille Lauro che ce l’ha fatta. Sono i Ferragnez del pop-rock casualmente italiano. Diciamo casualmente perché gli ingredienti di questo fenomeno sono globalizzati: il mix che funziona è accidentalmente proveniente dall’Italia. Ma è un meccanismo più che oleato: è il sistema che produce boyband su ampia scala, a prescindere dal genere musicale. E dalla nazione di provenienza.

Un fenomeno globalizzato, solo casualmente italiano

Chi ha scommesso sui Maneskin ha visto in loro questi ingredienti e li ha monetizzati. Certo, dietro il loro successo ci sono tutti i requisiti necessari e i passaggi obbligati, fin dalla partecipazione ad X Factor. Un format globalizzato che di per sé è già come la laurea alla Luiss: una corsia preferenziale per trovare lavoro. Su scala globale, però. Questi quattro giovani romani che suonano insieme dal 2016 hanno fatto una carriera rapida e stellare. Perché? Perché incarnano la finta trasgressione, simulacro di ciò che è stato il rock’n’roll dei tempi d’oro. Sono la caricatura di quegli Stones che un tempo hanno infuocato i palchi e i salotti modaioli di tutto il mondo. Ambiguità sessuale, moda bondage, nudità. Look curatissimi, dai capelli fino all’eyeliner dei maschietti. Il tutto senza disturbare troppo, senza droga (almeno non sbandierata come nella classica tradizione rock). Senza messaggi pericolosi, che mettano in discussione il pensiero unico dominante.

Ciò che rimane degli Stones si merita i Maneskin

I Maneskin sono perfetti come un discorso della vincitrice di Miss Italia: dicono tutto quello che va detto nello showbiz per essere sulla cresta dell’onda. Ma sono vuoti, plastificati, copia dell’originale (che non solo gli Stones si siano rincoglioniti ne è prova provata il duetto con Iggy Pop). Ciò che rimane degli Stones (che hanno tolto pure Brown sugar dalla scaletta: parla di droga e di schiavitù) poi – dopo la morte del grandissimo batterista Charlie Watts – è a metà tra la coverband spompata e la parodia da terza età. Questi Stones si meritano a pieno titolo i Maneskin opener al loro concerto. Il loro rock’n’roll è morto. Quello della band romana non è mai nato.

Adolfo Spezzaferro

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