Roma, 15 mag Le materie prime critiche sono caratterizzati allo stesso tempo da strategica importanza economica e da alto rischio di fornitura. La posizione geologica limitata, la presenza nel territorio di una nazione, la sostituzione e il riciclaggio sono alcuni fattori che determinano la criticità di un minerale.

In pratica abbiamo bisogno di tali materie ma l’approvvigionamento è complesso. Il problema riguarda anche le superpotenze. Ecco perché gli Usa stanno costruendo una “catena di valore” che coinvolge maggiormente le “nazioni amiche”. Vediamo come.

La strategia del Pentagono

Secondo Formiche.net, il Pentagono starebbe sponsorizzando un emendamento finalizzato a includere le imprese britanniche e australiane (quelle canadesi già sono coinvolte) tra le aziende che possono accedere ai fondi del Defense Production Act (DPA). Cerchiamo di capire meglio di cosa si tratta. Il Dpa è uno strumento legislativo (affinato nel periodo della Guerra fredda) largamente usato durante l’emergenza Covid-19 dall’amministrazione Trump e di recente rievocato per rilanciare la produzione domestica di asset strategici, come semiconduttori e batterie.

In pratica, alcune imprese possono accedere a determinati fondi a patto che accettino le condizioni e le priorità dettate dalle agenzie federali competenti. Finora il Dpa era rivolto solo a canadesi e statunitensi ora possono essere incluse le aziende delle succitate nazioni “amiche”. La proposta vorrebbe estendere la definizione di “domestic source” ad Australia e Gran Bretagna, concedendo alle relative imprese private la possibilità di accedere ai finanziamenti federali, allargando così il concetto di “base industriale nazionale” a paesi considerati alleati e su cui poter costruire solide e competitive partnership commerciali.

Ma perché gli Usa hanno bisogno di Londra e di Canberra per smarcarsi da Pechino? Semplice gli alleati anglofoni posseggono o raffinano quelle materie prime rare che servono all’industria militare e alla transizione ecologica. In questo senso il finanziamento delle imprese australiane è già un fatto. Facciamo qualche esempio.

L’alleanza anglofona

L’Australia punto di riferimento globale per la produzione di litio ha riattivato la produzione “domestica” di terre rare sul suolo americano, come dimostra l’impegno della compagnia australiana Lynas Corporation. Quest’ultima costruiràun impianto di separazione di terre rare pesanti (cruciali per i più moderni sistemi militari) in Texas, finanziato dal Pentagono con 30 milioni di dollari. Lo stesso si può dire della MP Materials, che ha ottenuto circa 45 milioni per passare dalle attività estrattive a quelle a maggior valor aggiunto, come la separazione e la fabbricazione di leghe metalliche.

Per quanto riguarda la Gran Bretagna, Londra si propone come capofila della transizione ecologica e dell’economia circolare. Il progetto si chiama Secure Critical Rare Earth Magnets (SCREAM) for the UK, il primo del suo genere nell’ottica di creare una filiera circolare e sostenibile per i magneti di terre rare.

Nasce da una collaborazione tra aziende coinvolte nel settore automotive e compagnie tecnologiche. I magneti permanenti sono infatti asset industriali cruciali per i motori dei veicoli elettrici e i generatori delle turbine eoliche, specialmente per i parchi offshore. In pratica gli inglesi puntano a riciclare le materie prime più “rare” per costruire una catena di valore che riduca la dipendenza del Regno Unito dall’estero e soprattutto dalla Cina.

Agli Usa, dunque, servono gli inglesi e gli australiani per costruire una nuova catena di valore o supply chain autonoma rispetto a Pechino. Siamo in presenza di un nuovo patto Aukus (Australia Regno Unito e Usa) finalizzato alla fabbricazione di preziose leghe metalliche fondamentali sia per la transizione energetica ma anche per gli oggetti che usiamo ogni giorno. E l’Europa? Domanda difficile.

L’Europa resta al palo?

In pratica, l’Ue vuole affrancarsi dal gas russo accelerando sulla transizione verso l’elettrico ma così facendo aumenterà la sua dipendenza dalle materie prime necessarie a questo percorso.  Che fare dunque? Qualche progetto c’è, ma rimane sulla carta. Non avendo materie prime rare bisognerà ridurre la dipendenza dall’estero tramite l’uso circolare delle risorse, i prodotti sostenibili e l’innovazione, anche con il lancio di specifici progetti di ricerca e innovazione (programmi Horizon Europe, FESR e fondi di ricerca e innovazione nazionali). Per fare questo sono necessari grandi investimenti pubblici che l’Europa dell’austerity e del “3%” non vuole fare. Ergo, ogni progetto di autonomia strategica va a farsi benedire.

Salvatore Recupero

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3 Commenti

  1. Materialmente, l’ Eldorado Usa, aveva tutto e di più. Il cancro causato dal sistema capitalistico incontrollato e saccheggiatore l’ ha assunto acriticamente quando ha tradito la occupata terra dalla sua storia, dal cuore, dallo spirito. Non basta la Bibbia per dirsi cattolici oltre che battisti !! Biden, Biden progressimo ai resti…

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