Roma, 18 mag – Una riflessione sulla globalizzazione gastronomica – derivata anche dalla iperglobalizzazione degli ultimi trent’anni – è necessaria. E lo spunto è lo stop della catena del McDonald’s in Russia, annunciato devinitivamente l’altro ieri, come riportato da SkyTg24 . Avvenuto – sostanzialmente – per decisioni verticistiche e politiche. Ma utile per focalizzarsi sul tema.

Globalizzazione gastronomica, perché è un male

Uno dei principali elementi identitari dei popoli e delle culture è il cibo. Certamente, non allo stesso modo ovunque, ed è chiaro e palese che non tutte le Nazioni abbiano una cultura gastronomica paragonabile a quelle italiane, francesi, cinesi o giapponesi. Ma certamente, anche nelle realtà più “povere” in termini di tradizioni culinarie, c’è sempre qualche elemento caratterizzante. Il cibo è anche uno dei principali motori del turismo internazionale. Una delle cose che si apprezzano immediatamente della visita ai Paesi stranieri è il confronto con le abitudini alimentari locali. Si viaggia, sostanzialmente, anche per gustare i prodotti locali.

La iperglobalizzazione ha generato un processo distruttivo di tutto ciò. Una vera e propria globalizzazione gastronomica. Da un lato la crescente colonizzazione americana, dall’altro – per onor del vero – l’invasione di prodotti e ristorazioni asiatiche. Parlando solo dell’Italia, perché è evidente come anche la ristorazione italiana all’estero faccia il suo bell’effetto. Ma il punto focale della questione non verte sul concetto di “ristorante straniero”. Un ristorante straniero in casa propria, di per sé, non è dannoso. Anzi, è utile e ha un valore positivo. Perché è una “finestra” sulle tradizioni dei Paesi di origine, è uno spunto per allargare gli orizzonti, ed è anche una bella pubblicità per il turismo nazionale. Se gli italiani aprono ristoranti all’estero ed – esempio – i giapponesi lo fanno da noi, di per sé, non c’è nulla di sbagliato.

Il problema è un altro, e si chiama “invasione”. Cosa distinta dal concetto di ristorazione straniera ed occasionale sul territorio. Vedere interi quartieri di Milano, Roma (ma anche di Parigi, Londra, Berlino) invasi da ristorazione di ispirazione giapponese o da fast food ‘alla americana’ rappresenta un bello snaturamento delle identità che tali città dovrebbero rappresentare. Si rischia – e si sta viaggiando rapidamente – di andare verso un mondo in cui ovunque si vada ci siano sempre le stesse cose, a prescindere dalla cultura nazionale di riferimento. Non è molto gradevole l’idea di andare in Germania e trovarsi invasi da sushi bar. Se si va in terra tedesca, è auspicabile e sano trovarvi l’identità tedesca. Anche nel cibo. Come in qualsiasi altra terra di questo povero mondo.

Reagire, ma non con boicottaggi inutili

I boicottaggi in questi casi, difficilmente servono a qualcosa. Se così non fosse, in qualche modo avremmo osservato sovente lo stop alle catene statunitensi da molti territori in cui, di fatto, imperano da decenni. Così non avviene. E la stessa fine dei McDonald’s in Russia risponde sostanzialmente a logiche geopolitiche dettate dall’esplosione della guerra in Ucraina. Da decisioni politiche e, soprattutto, elitarie. Nessuno in Russia ha mai rifiutato realmente la catena di fast food americana. Anzi, c’è stato pure chi ha protestato.

Senza essere retorici, la realtà è che noi, in quanto consumatori, siamo estremamente “piccini” rispetto alle regole della società che ci sovrasta. Sostanzialmente, accogliamo le novità senza grosse resistenze, specialmente di lungo periodo. Nel breve – soprattutto in un Paese come l’Italia – magari abbiamo quel minimo istinto di conservazione dettato dall’abitudine, dalla ricchezza alimentare della nostra quotidianità. Ma se un prodotto invade un territorio, in linea di massima e a meno di divergenze totali in termini di gusto (si pensi alle più grosse stramberie di provenienza asiatica o araba) viene pian piano accolto.

Ci si può rifiutare? Senza dubbio. Ma il risultato è più una sorta di “esercizio spirituale” e personale, piuttosto che un reale contrasto al fenomeno. Ostacolare le tendenze della iperglobalizzazione è una questione politica, senza retoriche o troppi giri di parole. Ed è solo la politica che li può risolvere. Dimostrandosi, ogni tanto, sovrastante rispetto all’economia. Dunque, ciò che si può e si deve fare è promuovere movimenti di attivismo culturale, di raggruppamento, che agiscano da “gruppi di pressione” verso la politica stessa. E sarebbe un processo lungo, lunghissimo. Ma da qualche parte si deve pur iniziare. Per evitare di diventare “tutti uguali” perfino nell’ambito della più meravigliosa delle differenze: il cibo.

Stelio Fergola

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1 commento

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