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Milano, 24 gen – Il piatto tipico di Milano dovrebbe essere la casseula, oppure il risotto, o ancora l’ossobuco. Invece pare sia il Kebab. Già perché in città ci sono almeno 850 kebabbari. Un numero impressionate, anche per una città di poco meno di un milione e mezzo di abitanti. Anche perché i numeri sui kebabbari all’ombra della Madonnina sono quelli forniti da Tripadvisor aggiornati al 2016, e ripresi da Il Giornale. Nel frattempo altri locali hanno aperto e potrebbe anche essere che alcuni non siano stati mai recensito dagli utenti e quindi che i kebab siano molto di più.
Con o senza “scebolla”, come sono soliti dire i kebabbari più esperti che conoscono gli effetti della cipolla sull’alito, il pezzo di carne di scarto avvolto dal pane arabo e condito con un miscuglio di salsine più o meno piccanti e verdura, spopola a Milano. Non c’è angolo di strada, dal centro alla periferia, dove non si trovi questo piccolo pezzo di Turchia, anche se poi a gestire questi localini spesso sono egiziani o pakistani. Così come non c’è pizzeria da asporto (sempre gestita da immigrati) che non proponga tra i gusti della pizza il kebab. Pazienza se poi molti locali vengono chiusi perché violano le norme igieniche.
Al di là delle ripercussioni su locali e ristoranti italiani, che sempre più faticosamente tirano a campare, e al di là della moda di proporre cibo di strada a chilometro zero, in ballo c’è la salute. Perché il pericolo è concreto e reale, a causa degli ingredienti che compongono il kebab. Poco sani e di scarsa qualità. La carne del panino turco, infatti, viene assemblata soprattutto in stabilimenti tedeschi e dell’Est Europa (che vedono così fiorire i loro affari), mischiando vari tagli di carne, anche di più animali, macinati e pressati, e riempita di additivi, fosfati e conservanti, congelata e venduta nei vari Paesi.
Ma non finisce qui. Il rischio è sempre più elevato anche a causa del fatto che il basso costo del panino turco, che anche in pieno centro viene venduto a non più di 5 euro, coca cola inclusa, lo rende uno dei piatti più amati e acquistati dagli studenti fuorisede e dai nottambuli. Si stima che in Europa attorno a questo pezzo di carne che gira ci sia un business di 5 miliardi di euro, dovuto alle 500 tonnellate di kebab consumato al giorno.
Ma l’Unione Europea, invece di tutelare la salute della sua gente, mettendo un freno al dilagare dei kebabbari, che fa? Respinge la proposta di modifica della commissione Salute del Parlamento europeo, diretta a vietare i fosfati contenuti nella carne congelata, che rappresentano un rischio a livello cardiovascolare. Si dice sia perchè non ci sono evidenze scientifiche in materia. Sta di fatto, però, che la strada verso l’invasione dei kebabbari è spianata.
Anna Pedri

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6 Commenti

  1. Se la questione non conviene alle fabbriche della kulona allora non si cambia. E’ talmente evidente; andate a vedere come è finita la questione della tutela dei ns formaggi dop in Cina da parte della commissione eu prona alla kulona.

  2. Riassumendo…….carne di qualità pessima,salse indegne, fosfati e nitrati come se piovessero , conservanti a iosa, conservazione superficiale e vendita in condizioni igieniche raccapriccianti……….fate voi,il nuovo mondo vi aspetta…….cibi esotici e integrazione al contrario……poi leggendo i documenti delle forze dell’ordine , che ovviamente ci vengono nascosti dai pennivendoli servi e comunistelli, si scopre che molti di questi profumatissimi locali non sono altro che centrali di appoggio per spaccio e malaffare……ma questo non bisogna dirlo, potremmo creare delle pericolose fobie e saremmo tacciati di parzialità e diffusione di fake news.

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