Milano, 23 lug – Di professione reclutava jihadisti. Lo avevano messo in carcere, per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina ma da due giorni è tornato in libertà. Mullah Fouad, il 47 enne iracheno che al secolo si chiama Muhamad Majid, era uno dei punti di riferimento della comunità islamica di viale Jenner a Milano.
Nel 2006 venne condannato per terrorismo internazionale, con una sentenza che nel 2008 divenne irrevocabile. Ora, dopo aver scontato 2 anni e sei mesi di carcere Majid è tornato libero, e in teoria deve lasciare l’Italia entro sette giorni. Ma se la sua richiesta di protezione internazionale dovesse essere accolta, addio foglio di via.
Il Mullah Fouad è nato a Baghdad ed è uno dei fedelissimi dell’imam Abu Omar. La Digos ritiene che sia uno dei referenti europei di spicco di Ansar Al Islam, organizzazione salafita che comandava una porzione del Nord-Est iracheno e combatteva sia i curdi del Pkk di Abdullah Ocalan che il regime di Saddam Hussein. Un’organizzazione che negli anni ha stretto rapporti di collaborazione prima con Al Qaeda e poi con l’Isis. Lui si occupava di cercare nuove reclute da mandare nei campi di addestramento per far nascere nuovi giovani combattenti che dovevano opporsi agli americani presenti in Iraq dal 2003. Majid, prima di essere fermato nel corso maxi-operazione condotta dalla Procura di Milano Ansar Al Islam, riuscì a inviare centinaia di jihadisti in Medio Oriente procurando loro documenti falsi. Un’impresa che gli valse l’accusa di terrorismo internazionale.
Resta in carcere fino al 2014, girando molti penitenziari italiani. L’anno seguente, però, viene fermato a Bari con il sospetto che fosse tornato alle sue vecchie abitudini. Torna così in carcere, e dopo 2 anni e sei mesi, esce per essere parcheggiato al Cie di Brindisi, dal quale l’altro ieri è uscito. Per non fargli lasciare l’Italia i suoi avvocati, oltre alla richiesta di asilo, fanno appello al fatto che Majid deve scontare un’altra condanna a 5 mesi di reclusione per minacce aggravate a poliziotti fatte mentre era detenuto in Sardegna. E poi, dicono i suoi difensori, è implicato in un’altra inchiesta per terrorismo, a Catanzaro: di qui la necessità che resti in Italia per essere sentito dalla Dda.
Anna Pedri

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