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Roma, 17 ago – Non servono molte parole o presentazioni, basta dire: Giulio Rapetti, in arte Mogol. Oggi compie 85 anni il paroliere (definizione che non gli piace) che ha definito i decenni più importanti e probabilmente più felici della  musica italiana.



Giulio Rapetti, in arte Mogol

Mogol è a sua volta figlio d’arte: suo padre, Mariano, era un importante dirigente della Ricordi. E anche lui (sotto lo pseudonimo Calibi) negli anni 50 era stato un paroliere. Naturale quindi che il giovane Giulio Rapetti entrasse lavorare alla Ricordi già nel 1959. Nel 1960 fa “cantare” Mina con la sua prima canzone: Briciole di baci.

Poeta fuori (e al di sopra) dei tempi

Cosa dire della sua carriera che tutti non stanno già dicendo per augurare il meglio a uno dei poeti della canzone italiana? Tanto per cominciare, dire che uno spirito come quello di Mogol non può che essere tagliente e pieno (giustamente) di sé, tanto da potersene fregare bellamente dei nuovi diktat politicamente corretti.

Sanremo? Che noia, meglio dormire

Lui che Sanremo l’ha visto, ad esempio, rifugge dichiaratamente dalle polemiche lontane dalla musica che riguardano il Festival dei Fiori. “Io ho vinto Sanremo 4 volte” ricordava nel 2020 il paroliere meneghino. “Nel 1961 con Luciano Tavoli e Betty Curtis (Al di là), nel 1963 con Tony Renis (Uno per tutte) nel 1965 con Boby Solo (Se piangi se ridi) e nel 1991 con Riccardo Cocciante (Se stiamo insieme). Vede, la musica di una volta era dedicata a tutti. Adesso è più per i giovani. Non parlo solo del rap. Una volta le canzoni duravano di più, erano più longeve. Oggi forse si bruciano prima”. Il festival di quell’anno (e forse non solo quello) nemmeno lo aveva considerato: “Non l’ho visto, vado a letto presto”, rispose ai giornalisti.

Un uomo libero e le accuse di fascismo

Lui che con Battisti è sempre stato accusato di “fascismo” per la sola colpa di non essersi schierato negli anni sessanta e settanta dell’impegno politico, nel 2018 non si unì al coro degli artisti in lacrime per la Lega e il M5S al governo, anzi: in una intervista rilasciata al quotidiano La Verità, Mogol dichiarò: “Quando c’è un cambiamento il fuoco di sbarramento c’è sempre. Il bilancio del governo Pd non è stato positivo. Ora ai partiti tradizionali è subentrata questa nuova alleanza, ma credo che un paio di mesi siano troppo pochi per valutarne l’operato”. D’altronde è sempre uno che ha scritto Il mio canto libero, quindi figuriamoci se si mette a frignare per un cambio al governo.

L’appoggio alla radio “sovranista”

Nel 2019, inoltre, appoggiò apertamente in veste di presidente della Siae (Società Italiana degli Autori ed Editori) la proposta di legge del deputato della Lega Alessandro Morelli, che si proponeva di “riservare” un terzo della programmazione radiofonica alla musica prodotta ed interpretata da artisti italiani. E lo fece mettendoci la faccia, scrivendo una lettera a tutti gli associati Siae, chiedendo esplicitamente ai suoi colleghi di supportare la proposta del leghista (anche direttore di Radio Padania). Come a dire che la cosa più importante era, è ed è sempre stata la musica: a Mogol non interessa da chi arriva la proposta, basta che tuteli le canzoni italiane. Purché non siano usa e getta …

Ilaria Paoletti

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3 Commenti

  1. È vero, il Sommo poeta della canzone italiana del Novecento fu fortunato nell’incontrare Battisti, al quale va dato il giusto tributo, ma resta il fatto che capolavori assoluti come il summenzionato “Il mio canto libero” hanno avuto origine nella sua testa.
    Ma oggi, per citare loro due, “tutto questo non c’è più!”
    L’erede o gli eredi chi sarebbero? Fedez, Achille Lauro ecc.⁉⁉ Poveri noi, povera musica.

  2. Alla faccia di Fedez e inutili scroti similari, ascolto or ora ancora Van De Sfroos… quando ho piacere alla “leggera”. Sursum Corda.

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