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garbatellaRoma, 22 mag – Qualche giorno fa in un talk show politico sentivo l’ex sindaco di Roma, Ignazio Marino, rivendicare orgogliosamente la sua azione amministrativa nella Capitale. Nella fattispecie rivendicava di aver impedito milioni di metri cubi di edificazioni nell’Agro Romano. Si deve – sosteneva Marino – recuperare l’esistente: caserme dismesse e fabbriche abbandonate. Questa posizione apparentemente “deliziosamente ecologista” è in realtà una posizione ideologica che con l’ecologismo non ha nulla a che fare, tipica del pensiero “radical chic” di sinistra e concausa di una serie di malanni strutturali che ci vanno affliggendo. Il primo risultato è quello di mettere al tappeto tutto il settore delle costruzioni: edilizia, strade, impianti, servizi, che è trainante nell’economia romana e nazionale. A Roma le imprese del settore sono semplicemente al collasso. Il secondo risultato è quello di compiacere gli interessi di chi di case ne ha più di una e se le affitta (per la legge italiana “piccolo proprietario” è chi possiede fino a 99 appartamenti) e che vi chiede cifre da mille euro al mese in su, purché possiate fornire anche referenze e fidejussione bancaria. Il terzo (caserme e fabbriche) compiace le onlus di Mafia Capitale, perché è ovvio che né le giovani coppie né le famiglie sotto sfratto, ci potranno andare. Caserme e fabbriche, debitamente ristrutturate con investimenti privati saranno poi adibite a ricovero per i migranti, con i famosi 35 euro al giorno a carico dei contribuenti che assicurano la redditività dell’investimento (rendono più della droga! ci dice un esperto del settore).

E gli italiani che la casa non ce l’hanno? Beh, se la comprano. Altrimenti si arrangino ma non si lamentino, altrimenti sono automaticamente fascisti razzisti nazisti, e in più vogliono fare scempio dell’Agro Romano “consumando il suolo” che deve rimanere a prato per le amene passeggiate in bicicletta di benestanti ecologisti, o a cavallo per chi vanta vicinanza con la nobiltà. Ma poiché siamo in piena campagna elettorale, lasciando i radical-chic ai loro deliri politico-ideologici, vediamo le proposte in tema “casa” dei principali candidati alla “responsabilità” (piantiamola di dire “poltrona”, c’è poco da impoltronarsi ormai) di sindaco della Capitale.

Raggi: Azzeriamo gli affitti passivi, facciamo manutenzione per le case pubbliche inagibili e favoriamo l’auto-recupero degli immobili coinvolgendo la cittadinanza attiva. Migliaia di cantieri aperti alle piccole imprese per il recupero degli alloggi perduti.
Giachetti: Avvieremo una politica per la casa che  la  garantisca  a  tutti  quelli  che  ne  hanno diritto.
Meloni: Se il Comune di Roma vendesse gli 8mila alloggi di edilizia immobiliare – “le case di pregio in cui le persone vivono a otto euro al mese, perché sono gli amici degli amici” – con i soldi incassati si può procedere alla costruzione di nuove case popolari.
Marchini: Se noi vinciamo entro la fine dell’anno risolviamo il problema dell’emergenza abitativa. Lo pianifichiamo, perché so esattamente come fare. Il Comune deve fare un accordo tra banche, costruttori e persone cercando di agevolare chi compra con acqua, gas e luce, in modo da allineare domanda e offerta e ripartire.
Di Stefano: Nuovi quartieri con la formula a Mutuo Sociale (case vendute a prezzo di costo e direttamente dal comune, senza passare attraverso le banche, con una rata che non può superare 1/5 delle entrate familiari) che siano risolutivi dell’emergenza e nel contempo di apprezzamento del tessuto urbano”

Solo Meloni e Di Stefano indicano espressamente nei loro programmi il “Social Housing” o Case Popolari che dir si voglia, e in questo dibattito è necessario far intervenire un fattore evocato pochi giorni fa dal ministro Lorenzin: l’Apocalisse. “Negli ultimi 5 anni abbiamo perso oltre 66mila nascite, una città più grande di Siena. Andando avanti così, nel 2026 avremo il 40% di nascite in meno, un’apocalisse”, “la vera emergenza italiana. Se leghiamo tutto questo all’aumento degli anziani e delle malattie croniche, abbiamo il quadro di un paese moribondo”. E si tratta in effetti del maggior calo di nascite registrato dall’Unità d’Italia del 1861. “Apocalisse” è il termine appropriato, basta guardare il grafico e mai in Italia, a parte gli anni della Prima Guerra Mondiale e soprattutto della terrificante epidemia della “febbre spagnola”, le morti avevano superato le nascite. Nemmeno durante la Seconda Guerra Mondiale.

E’ chiaramente un problema nazionale che si inquadra nella generale decadenza del paese accelerata dalla pretesa “Seconda Repubblica”, in un quadro di esclusione sociale e marginalizzazione economica di giovani e impoveriti, che l’ideologia radical-chic accentua e accelera a dismisura impedendo il più naturale fattore di crescita, le nascite, e impedendo i più naturali fattori di sviluppo economico, la formazione delle famiglie e il lavoro. E’ ovvio che i giovani disoccupati o precari, o gli impoveriti disoccupati o precari, non potranno mai acquistare le case evocate dal candidato Marchini. Né affittarsi o comprarsi le case ristrutturate evocate dal candidato Raggi, e nemmeno contare sull’eterno “faremo e daremo” (ma solo “a chi ha diritto”) del candidato Giachetti. Restano le case popolari della Meloni (almeno è un programma!) però condizionato alla vendita delle case popolari già esistenti. A chi le vendiamo? Agli attuali inquilini che faticano a mettere insieme pranzo e cena e verrebbero spernacchiati in banca, o magari agli “investitori internazionali” che poi ci organizzano saporite speculazioni finanziarie con l’emissione di derivati cacciando gli attuali inquilini? citta-fondazione

Lasciare i giovani nella “mortifera sterilità” e gli impoveriti dalla crisi (trasferimento di fabbriche all’estero, disoccupazione, “apertura ai mercati”, etc) al bricolage sembra ancora la soluzione più comoda, ma poiché l’idea di sostituirli con gli immigrati (ci pagheranno le pensioni!) si è rilevata quello che era (una buffonata per mascherare il business del “rendono più della droga”), e non c’è speranza di far cambiare registro ai “moderati” di tutte le sfumature, sarebbe il caso che almeno le vittime comincino a ragionare. Perchè la soluzione dei problemi dei “giovani” può venire solo dai “giovani”, certamente non da chi avendo superato i sessanta si avvicina al traguardo dei settanta per approdare felice e pasciuto agli ottanta. Tra le proposte  volte a risolvere al tempo stesso il problema abitativo e quello dell’esistenza stessa del popolo italiano a rischio sostituzione, va registrata quella che CasaPound nel 2011 fece alla Regione Lazio, ovvero della costruzione di un nuovo quartiere caratterizzato da bassi costi di costruzione, (formula del Mutuo Sociale) e dai più moderni parametri ecologici (Energia zero, Emissioni Zero e Acqua zero) denominato “Villaggio Energia”, un insediamento da 3 mila abitanti di cui era stata fatta tutta la modellizzazione energetica ma di cui per la realizzazione pratica si sarebbe fatto un concorso di idee per la progettazione architettonica riservato a gruppi di studenti universitari comprendenti le diverse discipline (come si faceva nel Ventennio affidando le opere ai “giovani” architetti). Poteva, all’epoca, essere finanziato con la cartolarizzazione dei crediti accordati agli incentivi per il solare fotovoltaico che nel 2011 erano ancora ampiamente disponibili.

Se realizzato e destinato alle giovani coppie (i figli si fanno da giovani, non a quaranta anni) ormai ci sarebbero (potenzialmente) nati quasi 2 mila bambini. Naturalmente non se ne fece niente, l’ampolloso “Piano Casa Regionale” fu affidato agli interessi dei grandi costruttori che ben lontani dall’idea di costruire case a basso costo risolsero tutto in un niente di fatto, dovendosi fermare di fronte alle case invendute. E trascinando tutto il settore nella recessione. Certo, i radical-chic potrebbero muovere l’accusa di nostalgismo, ma se ripensiamo ad esempio a Sabaudia (oggi 20 mila abitanti) edificata nel 1934 in soli 253 giorni, per redimere qualla terra da mortifera sterilità, qualche nostalgia l’abbiamo.

Giuliano Lebelli

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