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Roma, 21 set – “Ma la smettete di parlar male del Capo del governo?” la voce vigorosa di un giovane fascista classe 1926 richiamava un gruppo di napoletani in fila con la tessera alimentare in quel caldo agosto del 1943 carico di inquietudini per il futuro. Se si fa caso al mese il Capo del Governo di cui “non si può parlar male” non poteva che essere il maresciallo Badoglio; la voce era quella di un giovane che di lì a poco avrebbe fatto la sua scelta volontaria per la Repubblica Sociale, scelta che avrebbe segnato la sua vita fino agli ultimi giorni.
Enzo Erra mi raccontò quell’episodio dei suoi 17 anni per spiegarmi quale clima di incertezza regnasse in quell’Italia sospesa tra 25 luglio e 8 settembre. Da notare anche che la formazione patriottica e risorgimentale che caratterizzava Erra come tanti altri milioni di giovani fascisti impediva di cogliere quel motivo di forte discontinuità tra la fine del regime fascista e lo Stato italiano, che rimaneva in piedi – nella visione di quegli studenti – in tutta la sua hegeliana Eticità.
Erra era stato fino allora giovane fascista per educazione: “Ricordo il clima culturale degli anni Trenta quando si andavano a vedere le commedie uscite di fresco di Pirandello e si ascoltava il pensiero pensante di Mussolini”. L’espressione “pensiero pensante”, ad indicare un pensiero non astratto ma concentrato e carico di vitalità, era ricorrente nell’insegnamento di colui che sarebbe diventato in seguito il maestro spirituale di Erra, lo steineriano Massimo Scaligero.
Dopo l’8 settembre Enzo Erra divenne fascista combattente per scelta cosciente, superò infatti le linee di combattimento e si arruolò come allievo ufficiale nella Guardia Nazionale Repubblicana. Ma prima di allora “non si accorse” di qualcosa. Come lui stesso raccontava con schietto umorismo napoletano: “Ero a Napoli ma non mi accorsi che furono combattute le quattro giornate”. L’allusione carica di goliardia, poi di documentazione storiografica, era a quell’episodio di combattentismo resistenziale forse un pochettino gonfiato in anni successivi che veniva attribuito alla città di Napoli nei giorni di transizione in cui le truppe tedesche si ritiravano e gli americani prendevano possesso della città.
Nelle file del fragile esercito repubblicano Enzo Erra conobbe Rauti, fu anche commilitone di Paolo Ferrari, poi divenuto attore di prima grandezza del teatro e della televisione in bianco e nero. In carcere dopo la resa finale incrociò anche Pio Filippani Ronconi, ricavandone una impressione di ammirazione profonda.
Dopo aver aderito al primo MSI Erra fu animatore di riviste giovanili incandescenti. Conobbe soprattutto Massimo Scaligero, l’antroposofo, che gli trasmise la visione del mondo spirituale da cui – a differenza di Rauti che approdò al tradizionalismo evoliano – non si distaccò mai. Per Steiner le nazioni sono organismi spirituali rette da “Anime di Popolo”, e nel corso dei tempi popoli affini si compongono in civiltà ugualmente concepite come “Anime”. Pertanto di epoca in epoca bisogna cogliere il rapporto con il Divino che è adeguato ai tempi, senza irrigidirsi in forme tradizionaliste inevitabilmente ancorate al passato. Non osavo dirglielo, ma secondo me identificava troppo antroposofia e fascismo, che pure divergono su alcune fondamentali valutazioni.
La covata di “giovani spiritualisti” che aveva dato vita alle riviste di battaglia de “La Sfida”, “Imperium” si divise per varie strade. Egidio Sterpa si “moderò” aderendo al Partito Liberale Italiano, Pino Rauti fondando il Centro Studi Ordine Nuovo creò quella che sarebbe stata l’atmosfera psichica della futura destra radicale. Erra seguì un suo percorso che lo vide di volta in volta combattere all’interno del MSI la battaglia tra almirantiani e micheliniani, e successivamente uscito dal partito fondare una piccola lista quella del Movimento Nazionale Italiano che si ritrovò alleata al Partito Monarchico di Achille Lauro, sindaco di Napoli e mitico presidente della squadra azzurra. In queste convergenze, forse, più che l’ideologia poté la napoletanità…
E tuttavia per spiegarmi il senso di quelle scelte (e anche il motivo della sua ripugnanza per le svolte di Gianfranco Fini) mi disse: “Io sono sempre stato favorevole a ogni accordo pragmatico, purché noi rimaniamo noi stessi e ci viene lasciata la libertà di esserlo”. La verità è che Enzo, pur pragmatico nelle frequentazioni, era un collerico passionale nel carattere, e lui stesso confidò che a un certo punto Massimo Scaligero, per sottrarlo alle accese passioni della lotta politica, gli trovò lavoro nella redazione di una rivista di moda.
Negli anni del boom economico poteva accadere anche questo, ma fu fatale di lì a pochi anni Erra si ritrovasse caporedattore nel quotidiano di destra “Il Roma”, all’epoca diretto da Piero Buscaroli, altro bel caratterino. “Piero era una figura coltissima però era come quelle persone che possono mangiare solo pietanze prelibatissime e disdegnano invece la pasta e fagioli”. Cercai di interpretare: “Cioè nel senso che ascoltava solo Wagner e disdegnava ad esempio le canzoni napoletane?” … “No, macché! Schifava anche Verdi!”.
Sulla base di queste intransigenze più o meno condivise Erra negli anni Settanta, approfondendo i suoi studi di storiografia, cercò di rispondere a Renzo De Felice. Gli urtava che De Felice considerasse il fascismo una esperienza chiusa. Forse si sarebbe potuti essere più comprensivi riguardo al grande lavoro di ricucitura tra vicenda fascista e storia nazionale realizzata da quello storico che pure fu messo in croce dalla sinistra con l’accusa di revisionismo.
Come si è detto Enzo Erra conciliava, anzi identificava, un fascismo di stampo gentiliano e la visione sociale di Rudolf Steiner, con al centro il tema della tripartizione. Lo Stato platonicamente inteso come organismo spirituale si tripartiva per Steiner in una sfera spirituale libera, che presiedeva all’educazione, in un corpo politico-militare che garantiva essenzialmente la sicurezza del vivere civile e in una dimensione economica basata sulla cooperazione tra datori di lavoro e prestatori d’opera: la famosa sintesi tra capitale e lavoro.
Questa visione alta dello Stato non gli precluse l’adesione alla corrente molto pragmatica di Domenico Menniti, Proposta Italia, che chiedeva l’uscita del MSI tardo-almirantiano da un nostalgismo sempre più sterile e strizzava l’occhio, negli anni del piccolo boom degli anni Ottanta, al PSI di Bettino Craxi. Dopo tangentopoli, collaborò per pochi mesi con l’Alleanza Nazionale di Fini che probabilmente interpretava alla luce della vecchia idea anni Cinquanta della “Grande Destra”; ma ci volle poco per capire le reali intenzioni di Fini.
Si rifugiò nella scrittura e nella battaglia storiografica, grato a Vittorio Feltri che sulle pagine culturali de “Il Giornale” gli garantiva “di rimanere quello che siamo”. Si spense il 21 settembre di sette anni fa, dopo una malattia che ne aveva inchiodato le membra. Chi lo interpellava al telefono si stupiva tuttavia di come la voce fosse rimasta vigorosa, impetuosa, giovanile: la stessa del ragazzo di quel 1943 che richiedeva tanto coraggio.
Alfonso Piscitelli

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