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Roma, 21 set – Ci sono parole che descrivono la realtà. Ce ne sono altre che la realtà la creano. Altre ancora, infine, con la realtà non hanno minimamente a che fare: sono solo materiale inerte allo stato gassoso, buono per riempire alcune bolle sociologiche della sola aria che i suoi abitanti riescano a respirare.
“Rossobrunismo”, e tutti i suoi derivati, è una parola di quest’ultimo tipo. Rossobrunismo non vuol dire niente, non descrive nulla, non ci dà alcuna indicazione su qualcosa che avvenga nel mondo. Eppure se ne parla tanto. Perché? Semplice, perché è una parola che “serve” nella bolla liberal e massmediatica dove si rifugiano i commentatori, i giornalisti e gli intellettuali in fuga da una realtà divenuta incomprensibile. Ed ecco spuntare, alla bisogna, la parolina magica: ma che cos’è quel gran trambusto là fuori? Ah, già, sono i rossobruni, lanciamo un allarme di rito e poi torniamo a occuparci di ciò che più ci sta a cuore.
In questi giorni ci è tornato su anche Rolling Stone, come già abbiamo segnalato, ma è solo l’ultima epifania del termine maledetto. Il rossobrunismo sarebbe quindi un grande calderone in cui finirebbero, in base a non si sa bene quale criterio, Fassina e Fusaro, Chiesa e Bagnai, Di Stefano e Dughin. Un po’ come “la grande chiesa che passa da Che Guevara e arriva fino a Madre Teresa” di jovanottiana memoria, solo che stavolta l’album di figurine raccoglierebbe la squadra del male.
Quale sarebbero le caratteristiche giuste per entrare nel club? Per esempio provenire da sinistra ma tenere in un qualche conto l’idea di nazione. Il che significa, sostanzialmente, non essere apertamente e fideisticamente no border. Oppure bisogna venire da destra ma non accettare supinamente i dogmi del libero mercato. Ma chi chiama questo “rossobrunismo” si è solo perso un paio di secoli di storia delle idee. Che vuoi che sia. Rossobrunismo è anche detestare Soros, ma c’è voluto un Enrico Mentana (rossobruno anche lui?) per ricordare che va bene tutto, ma è pur sempre di uno spietato speculatore che stiamo parlando. Rossobrunismo è non essere antifascisti. O al limite anche esserlo, ma con quel minimo di lucidità che ti fa impostare l’agenda politica sui temi del 2018 e non su quelli del ’44. Rossobrunismo è criticare la globalizzazione, cosa che peraltro può essere fatta da punti di vista molto differenti tra loro, no global o iper global. Rossobrunismo è conoscere l’abc del dibattito delle idee, senza confondere un invito con un arruolamento e un dialogo con uno sdoganamento.
Rossobrunismo, in una parola, non è nulla, è una parola senza contenuto, in cui si annidano solo gli incubi confusi della casta giornalistica. Del resto tutta la storia, sia dei “rossi” che dei “bruni”, è già di suo costantemente innervata di commistioni, contaminazioni, confronti, ambiguità, cedimenti, fascinazioni, conversioni, tradimenti, egemonie fra l’uno e l’altro ambito, proprio perché la realtà non rientra affatto nel bignamino sbirresco di questi custodi di ortodossie immaginarie. Rossobrunismo è però un termine rassicurante, in qualche modo, perché dà l’idea che non sia il mondo a essere cambiato, che non occorra aggiornare l’agenda e il modo di comunicarla, ma che sia semplicemente in corso un complotto delle estreme destre e delle estreme sinistre contro gli aperitivi, la Costituzione o qualche altra amenità del genere. Un caro e vecchio appello alla vigilanza, come ai bei tempi, e passa la paura. Perché, al fin dei conti, è di questo che si parla. Di paura.
Adriano Scianca

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