Andezeno, 12 dic – Un altro brutto colpo, alla vigilia di Natale, per l’economia italiana. Dopo oltre 60 anni il caffè Hag e Splendid chiude i battenti e trasferisce la produzione all’estero, lasciando senza lavoro i 57 dipendenti. A comunicare la decisione già ventilata nel settembre scorso, è stata la multinazionale, JDE, proprietaria in Italia dei marchi Caffè Hag e Splendid, confermando la definitiva chiusura del  sito produttivo di Andezeno (To).

I dipendenti perderanno il lavoro il prossimo 31 gennaio, e non avranno diritto alla cassa integrazione ma solo alla Naspi. Chi uscirà volontariamente dall’azienda prima del termine ultimo verrà ricompensato con un incentivo economico. La produzione verrà trasferita nelle altre fabbriche europee della multinazionale, in particolare nello stabilimento di Berlino.

Ieri si è svolto un incontro al Parlamento Europeo, dove era presente una delegazione dei lavoratori per “per denunciare l’ennesimo caso di delocalizzazione di uno stabilimento italiano all’estero”. Il presidente dell’Auroparlamento Antonio Tajani ha dichiarato di prendere a cuore la vicenda: “Cercherò di convincere la proprietà a cambiare idea. Non sarà facile, ma bisogna sempre battersi finché non si raggiunge l’obiettivo e io ce la metterò tutta”. Tajani ha anche sottolineato che non si capisce il motivo di questa delocalizzazione dal momento che l’azienda non è in difficoltà.

La scelta di chiudere la fabbrica in provincia di Torino è stata ritenuta dai lavoratori e dalle sigle sindacali “scellerata”. Ma l’azienda, che ha sede nei paesi baschi, non ha sentito ragioni e ha deciso di dare lo stop alla produzione per trasferire tutto all’estero, in nome di un calo dei consumi di caffè tradizionale a favore delle capsule. Nonostante questo, da quando la JDE ha rilevato il marchio nel 2015 i bilanci sono sempre stati all’attivo. La trattativa per evitare la chiusura, a settembre scorso, era durata diverse settimane aveva coinvolto anche il ministero dello sviluppo economico.

Per i lavoratori c’è ben poco da fare. La multinazionale sostiene di non voler lasciare a casa nessuno, ma di provvedere al loro ricollocamento. Ma non in Italia, ad eccezione di due posti nella sede di Milano. Altri posti, due, sono stati messi a sisposizione in Spagna, a Mollet del Vallès, e 15 nello stabilimento di Andrezieux in Francia. Per gli altri l’azienda dice di voler creare percorsi di reinserimento nel settore del lavoro, con corsi di formazione e riqualificazione professionale. La maggior parte dei lavoratori, infatti, ha tra i 40 e i 50 anni: troppo giovani per la pensione, troppo vecchi per ricominciare.

Anna Pedri

 

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