Mosca, 29 giu – Spesso i detrattori del calcio lo hanno definito l’«oppio dei popoli», quasi fosse una religione. Per molti complottisti è il motivo per cui milioni di italiani non si ritrovano sotto il parlamento in una sorta di assalto al Palazzo d’Inverno. Ma mai come quest’anno il calcio è anche lo specchio della salute dei popoli. La Fifa garantisce ormai da anni un buon numero di rappresentati alla Caf (Confédération Africaine de Football): dai due posti al Mondiale di Italia 1990 si è arrivati a cinque rappresentative africane per Russia 2018, quota confermata anche per Qatar 2022 e aumentata a nove per i Mondiali del 2026.
A questo aumento di numeri, tuttavia, non è corrisposta una crescita del fenomeno calcistico africano. Anzi, è al contrario palese una decrescita della qualità delle nazionali africane di anno in anno. Solo tre rappresentative hanno raggiunto i quarti di finale (l’ultima il Ghana nel 2010, preceduta da Senegal nel 2002 e Camerun nel 1990) e in sole 10 occasioni una squadra africana ha passato i gironi. Quest’anno la débâcle è ancora più evidente: Nigeria, Egitto, Senegal, Marocco e Tunisia non sono riuscite a passare la fase a gironi e solo il Senegal ha avuto una possibilità reale di approdare agli ottavi.
E dire che i campionati europei sono popolati di numerosi giocatori di origine africana. E allora cosa sta succedendo? Semplicemente, i giocatori che ne hanno la possibilità preferiscono giocare con le nazionali europee d’adozione grazie alla doppia nazionalità (spesso acquisita con lo ius soli) abbandonando le loro nazioni di origine. Esattamente quello che – con qualche milione di euro in meno – fanno migliaia di disperati con i barconi che impoveriscono la loro regione di origine di forze lavorative. In pratica, quello che gli identitari dicono da anni, cioè che l’immigrazione africana in Europa danneggia anche i Paesi di origine privandoli della loro componente giovanile, trova un riscontro evidente anche nel mondo del calcio.
Per ironia della sorte, tra l’altro, la miglior squadra del continente africano è quella che è riuscita a recuperare il maggior numero di «espatriati». Il Senegal, infatti, schiera Abdoulaye Diallo, Kalidou Koulibaly, Youssouf Sabaly, Alfred N’Diaye, Moussa Sow e M’Baye Niang, i quali hanno giocato per larghissima parte nelle selezioni giovanili della nazionale francese, e solo nel passaggio alla selezione maggiore hanno scelto il Senegal. Come Alfred Gomis, portiere della Spal, che è stato schierato più volte nelle giovanili della nazionale italiana, ma che ha poi preferito la rappresentativa del suo Paese di origine. Come a dire: l’identità paga. Anche nel calcio.
Luca Sensi

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