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poundRoma, 28 giu – È estate e si sa, il già non eccelso giornalismo italiano finisce spesso a raschiare il fondo del barile delle notizie per sfangare la giornata, fra cagnolini abbandonati, reportage dalle spiagge e notizie di gossip. Se poi l’ultima ricerca americana sulle proprietà dietetiche della caponata non permette di chiudere il giornale, si può sempre fare un salto al castello di Mary de Rachewiltz, la figlia si Ezra Pound: è in Tirolo, si sta freschi e un titolaccio su CasaPound lo si porta sempre a casa.

Succede più o meno una volta all’anno: un cronista si presenta, suona il campanello, fa una domanda all’anziana signora su quei cattivoni di Cpi e ogni volta scopre l’ovvio, ciò che ormai è assodato, e cioè che la de Rachewiltz CasaPound la odia. Tra un anno sarà di nuovo così, qualcuno “riscoprirà” la notizia e un’altra paginata sarà riempita. In fondo è sempre meglio che lavorare.

Del resto la motivazione nobile non manca: c’è da salvare la poesia, capite? Poi però la parte dell’intervista in cui si parla davvero di poesia finisce in coda al pezzo, oscurata dai titoloni su CasaPound, perché ovviamente della poesia non frega un cazzo a nessuno, anche se di fronte alla signora si finge un certo slancio lirico alla bisogna.

L’ultimo rimestatore dell’ovvio è stato, su La Stampa, tale Andrea Colombo, giornalista, già noto per aver tentato un’implausibile lettura cattolica di Pound.

Cosa che, ovviamente, non rappresenta un “tradimento” del poeta, ci mancherebbe altro. Nessuno tradisce mai Pound: non gli accademici, gli editori, gli operatori della cultura con cui egli litigò tutta la vita e su cui ha lanciato parole di fuoco. Non gli eredi politici delle due canaglie con il fazzoletto al collo che lo andarono a prelevare a casa, non la sinistra, gli antifascisti, i benpensanti, non la cultura finanziata dalle banche e i giornali del grande capitale.

Il nome di Pound, a detta degli esegeti accreditati, sembra essere impermeabile a qualsiasi tipo di tradimento, offesa, travisazione: se ne può parlare dalle colonne dei giornali di grandi gruppi finanziari senza avvertire contraddizione alcuna con il fatto che per tutta la sua vita Pound ha messo in guardia dall’informazione al servizio del capitale.

Si può fare tutto, con il nome di Pound. L’unica cosa che non si può fare e dargli una casa. Una casa che ha il torto di essere abitata idealmente da un gruppo di uomini, donne e giovani che non hanno santi in paradiso e non piacciono nei salotti e quindi non concedono “autorevolezza” che possa placare quell’ansia psicanalitica di riconoscimenti a cui sembra destinato il poeta ribelle dai monopolizzatori della sua eredità.

Per Pound, Adolf Hitler “era un santo” e quando gli squadristi salvavano la nazione dal comunismo, il poeta parlava di un’Italia “in pieno risveglio”. Eppure ci dicono che oggi si sarebbe indignato perché dei ragazzi, per difendere il proprio diritto di fare politica e di esistere, hanno affibbiato qua e là qualche manrovescio.

È certo, ce lo assicurano gli interpreti belli e buoni, quelli con l’accredito da poundiano conseguito a Brunneburg, che il poeta che amava la Rsi oggi avrebbe chiesto punizioni esemplari per gli ultimi patrioti di questa nazione perché magari attaccano i manifesti fuori spazio.

Pound era un fautore dell’incontro fra le civiltà, spiega Mary. Che non sa cosa CasaPound abbia mai avuto da dire in merito. Colombo lo sa, e il tacerlo lo qualifica.

Ovviamente, in tutto questo miserevole teatrino, la diffamazione sistematica di un movimento politico è davvero l’ultimo dei problemi. Un po’ più grave è già lo sfruttamento, ai fini di bassa cucina politica, delle fissazioni di un’anziana donna geniale e difficile, saggia ma complessa, stratificata e labirintica, una donna che ha cercato per tutta la vita un padre che gli è sempre sfuggito e che quindi ha finito per proiettare questa gelosia anche oltre la morte di lui, cercando di gettare sul nome quel monopolio che non gli era riuscito di erigere sull’uomo.

Ma quel che è decisamente più grave di tutti è la neutralizzazione di Ezra Pound come figura di poeta outsider, orgogliosamente “dilettante”, francamente ribelle, Pound anti-accademico, Pound anticonformista, Pound che rischia per le proprie idee perché sennò non vale lui o non valgono le idee, Pound il non accreditato, il non titolato, la coscienza scomoda, l’eterno fuori posto.

Trasformare questo poeta in un gingillo per bambocci politicamente corretti, in argomento per riviste patinate e professoroni democratici (o giornalistucoli ambiziosi), Pound messo dentro a un recinto, Pound rinchiuso di nuovo in una gabbia da zoo, stavolta per essere mostrato nel salotto buono della cultura (“Fai un salto, Ezra! Fai una capriola, Ezra! Fai l’ecologista! Fai il democratico! Mostra a tutti come sai fare lo sponsor dell’immigrazione, Ezra, e vedrai che avrai delle noccioline”): questo è il crimine più grande. Non nei confronti di CasaPound, forse neanche nei confronti di Pound stesso, ma nei confronti della cultura, della poesia e della libertà.

Adriano Scianca

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