Roma, XX ago – La Repubblica Italiana, orfana della leva monetaria ceduta alla Bce già alla fine degli anni ‘90 e totalmente vincolata, per quanto concerne la leva fiscale, agli impegni assunti con il “Patto di Stabilità e crescita” del 1997, con il “Trattato di Lisbona” del 2007 e con il “Patto di bilancio europeo” o “Fiscal Compact” del 2012, da molti anni ha rinunciato a qualsiasi forma di sostegno alla domanda aggregata, con effetti macroeconomici deleteri.

È noto che, secondo la dottrina di Keynes, per ogni punto di spesa pubblica in più il cosiddetto “moltiplicatore” incrementa il Pil in modo più che proporzionale rispetto allo stock di debito, di modo che il rapporto debito/Pil migliora. Per ogni punto di spesa pubblica in meno, invece, il c.d. “moltiplicatore” riduce il Pil in modo più che proporzionale rispetto allo stock di debito, di modo che il rapporto debito/ Pil peggiora. Uno studio del 2012 del Fondo monetario internazionale, a cura di Nicoletta Batini, Giovanni Callegari e Giovanni Melina, conferma che un taglio della spesa pubblica dell’1% del Pil provoca un calo del Pil dall’1,4% all’1,8% per l’Italia, fino al 2,56% per l’Eurozona, del 2% per il Giappone e del 2,18% per gli Stati Uniti. I dati storici della finanza pubblica italiana degli ultimi tre anni confermano decisamente questo assunto. Se il governo Berlusconi (2011) aveva lasciato un rapporto debito/Pil del 120,10%, le politiche di austerità dei governi Monti, Letta, Renzi e Gentiloni hanno sensibilmente peggiorato tale rapporto portandolo al 132,60% (2016). Una politica economica espansiva, al contrario, non solo avrebbe prodotto effetti virtuosi sul rapporto debito/Pil, ma avrebbe anche cagionato un aumento del gettito tanto delle imposte erariali, quanto della contribuzione Inps, in conseguenza dell’accrescimento della base imponibile. In tal modo, sarebbero stati superflui gli aumenti della pressione fiscale e i tagli alla spesa pubblica, in particolare le immancabili riforme della previdenza con relativo aumento dell’età pensionabile, nonostante un bilancio Inps la cui tenuta di lungo periodo è stata confermata anche nel febbraio 2014 dall’Istituto.

Le politiche di austerità, a livello teorico, su fondavano sul noto studio del 2010 di Rogoff e Reinhart sul rapporto tra crescita e debito pubblico, clamorosamente confutato dal successivo studio di Thomas Herndon, Michael Ash e Robert Pollin dell’Università di Amherst del Massachusetts.

In Italia, i sostenitori dell’austerità si sono basati anche sull’errato argomento secondo cui il debito pubblico dipende da un eccesso di spesa pubblica. Per quanto concerne, ad esempio, la spesa per il pubblico impiego, un recente studio ha dimostrato che la quota di dipendenti pubblici in Italia è solo del 5,8% sul totale della popolazione, contro il 9,2% del Regno Unito e il 9,4% della Francia.  Ma l’argomento più forte è sempre fornito dai dati storici: dal 1991 al 2008, l’Italia ha costantemente registrato un avanzo primario, cioè una differenza tra entrate e spese dello Stato, al netto degli interessi passivi, in costante attivo. L’attuale stock di debito pubblico si è formato negli anni ’80 esclusivamente in conseguenza di un evento storico ancora poco conosciuto, ma di fondamentale importanza nella storia economica e politica dell’Italia unitaria: il famigerato divorzio Tesoro – Banca d’Italia.

Fino al 1981, l’Italia godeva di una piena sovranità monetaria garantita dalla proprietà pubblica dell’istituto di emissione, ente di diritto pubblico ai sensi della legge bancaria del 1936, controllato dallo Stato per il tramite delle banche di interesse nazionale e degli istituti di credito di diritto pubblico. Dal 1975 la Banca d’Italia si era impegnata ad acquistare tutti i titoli di Stato non collocati presso gli investitori privati. Tale sistema garantiva il finanziamento della spesa pubblica e la creazione della base monetaria, nonché la crescita dell’economia reale. Lo Stato poteva attingere, fino al 1993, a un’anticipazione di tesoreria presso la Banca d’Italia per il 14% delle spese iscritte in bilancio e deteneva, fino al 1992, il potere formale di modificare il tasso di sconto. E’ peraltro degno di nota che fino al 1981, contrariamente al luogo comune che la vorrebbe “spendacciona” e finanziariamente poco virtuosa, l’Italia aveva la quota di spesa pubblica in rapporto al Pil più bassa tra gli Stati Europei: il 41,1% contro il 41,2% della Repubblica Federale Tedesca, il 42,2% del Regno Unito, il 43,1% della Francia, il 48,1% del Belgio e il 54,6% dei Paesi Bassi. Il rapporto tra debito pubblico e Pil era fermo nel 1980 al 56,86%.

Il 12 febbraio 1981 il Ministro del Tesoro Beniamino Andreatta scrisse al Governatore della Banca d’Italia Carlo Azeglio Ciampi una lettera che sancì il “divorzio” tra le due istituzioni: da allora in poi, i titoli del debito pubblico italiano rimasti invenduti sul mercato non sarebbero stati più acquistati dalla Banca d’Italia. Il provvedimento, formalmente giustificato dall’intento del controllo delle dinamiche inflattive generatesi a partire dallo shock petrolifero del 1973 e susseguente all’ingresso dell’Italia nel Sistema Monetario Europeo (Sme), ebbe effetti devastanti sulla politica economica italiana.

divorzio tesoro - banca d'italia mef
L’attuale Ministero dell’Economia e delle Finanze

Dopo il divorzio Tesoro – Banca d’Italia, lo Stato dovette collocare i titoli del debito pubblico sul mercato finanziario privato a tassi d’interesse sensibilmente più alti. In conseguenza di ciò, durante gli anni ’80 si assistette a una vera e propria esplosione della spesa per interessi passivi. Se alla fine degli anni ’60 essa si assestava poco sopra il 5%, nel 1995 aveva raggiunto circa il 25%. Il tasso di crescita della spesa per interessi tra il 1975 e il 1995 fu del 4000%. In valori assoluti, la spesa per interessi passivi, sostanzialmente stazionaria fino a quell’anno, passò dai 28,7 miliardi di lire del 1981 ai 39 dell’anno successivo, fino ai 147 del 1991. Negli anni ‘80 il rapporto tra spesa pubblica e crescita del Pil fu praticamente stabile. Il deficit salì invece, proprio nell’anno del divorzio Tesoro – Banca d’Italia (1981), al 10,87 % rispetto al 6,97% del 1980, mantenendosi su tale valore per tutto il decennio successivo. La crescita del deficit annuo rispetto al Pil, derivante dalla spesa per interessi passivi, portò in pochi anni il rapporto debito/Pil dal 56,86 del 1980 al 94,65% del 1990, fino al 105,20% del 1992. Tale rapporto, nonostante le politiche di austerità degli ultimi 20 anni, non è diminuito ma è rimasto stabile fino alla crisi finanziaria del 2008.

I dati macroeconomici della crescita del deficit e del debito rispetto al Pil, non dipendono dunque da aumenti della spesa corrente o per investimenti, ma sono interamente imputabili alla spesa per interessi passivi esplosa in conseguenza del divorzio Tesoro – Banca d’Italia, il cui ruolo nella crescita dello stock di debito pubblico veniva ammesso dallo stesso Andreatta nel 1981: “Naturalmente la riduzione del signoraggio monetario e i tassi di interesse positivi in termini reali si tradussero rapidamente in un nuovo grave problema per la politica economica, aumentando il fabbisogno del Tesoro e l’escalation della crescita del debito rispetto al prodotto nazionale. Da quel momento in avanti la vita dei ministri del Tesoro si era fatta più difficile e a ogni asta il loro operato era sottoposto al giudizio del mercato”. Come riconosciuto da Andreatta, il divorzio nacque come “congiura aperta” tra ministro del Tesoro e governatore della Banca d’Italia, “nel presupposto che a cose fatte, sia poi troppo costoso tornare indietro”. Esso segnò una tappa importante in quel processo eversivo della nostra Costituzione economica, iniziato nel 1979 e culminato tra il 1992 e il 2002 con la firma del Trattato di Maastricht e la definitiva introduzione dell’euro. Una nuova concezione della politica economica non più indirizzata verso i valori fondamentali del moderno Stato nazionale, ovvero la tutela della sovranità, il controllo delle leve macroeconomiche, la piena occupazione e l’estensione della sicurezza sociale, ma unicamente verso principi quali l’indipendenza delle banche centrali, la stabilità dei prezzi, il pareggio di bilancio, la libera circolazione di persone, merci e capitali nel mercato globalizzato e la banca universale dedita simultaneamente all’attività di deposito e risparmio da un lato, e di speculazione finanziaria dall’altro. Una concezione economica in cui il ruolo centrale in economia è ormai svolto dal “mercato” e dalle banche, ormai titolari incontrastate del controllo della leva monetaria in un sistema in cui la moneta bancaria soppianta la moneta statale e in cui la speculazione finanziaria muove un giro d’affari pari a molte volte il Pil delle principali nazioni del mondo.

Luca Cancelliere

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