denzel-halle-oscarsRoma, 17 gen – «La statuetta sarebbe stata importante non solo per me, per tutta la mia gente, che ogni giorno lotta contro 400 anni di storia razzista». Le parole pronunciate da Denzel Washington ai tempi del mancato Oscar ad Hurricane ci pongono nel cuore della questione: ma è davvero questo che deve fare l’Academy? Farsi carico delle ingiustizie del mondo, compensare l’iniquità della storia, anche se magari c’è un altro film più bello? Il problema è tutto qui e, per l’appunto, non è nuovo (la citazione di Washington è del 1999). Solo che qualche anno fa non c’era Twitter a rilanciare l’hashtag #OscarsSoWhite (gli Oscar sono così bianchi).

Il 14 gennaio, infatti, sono state annunciate le nomination agli Oscar del 2016, la cui cerimonia di premiazione si terrà il 28 febbraio. Nelle categorie più importanti (cinque nomination a testa per miglior attore, migliore attrice, miglior attore non protagonista e migliore attrice non protagonista) non c’è neanche un nero. Era accaduto anche l’anno scorso. E allora via con la polemica sul riconoscimento razzista. Da quando esistono gli Oscar, solo quattro volte il premio di migliore attore è andato a un nero: Sidney Poitier, Morgan Freeman, Denzel Washington e Forest Whitaker. Il Washington Post ha calcolato che in tutte le edizioni, nelle quattro categorie dedicate agli attori, ci sono stati nella storia degli Oscar 66 nominati afroamericani in tutto.

Va del resto riconosciuto che per gran parte della vita della statuetta, i neri hanno effettivamente subito restrizioni importanti, negli Usa: difficile essere premiato come migliore attore se non puoi neanche sederti nei posti davanti degli autobus. I numeri sull’intero arco di vita del premio lasciano quindi il tempo che trovano, forse tali statistiche hanno un senso solo a partire dalla raggiunta eguaglianza giuridica della popolazione afroamericana. In ogni caso il presidente – un nero, fra l’altro – dell’Academy ha già annunciato un piano quinquennale per spingere gli studios a considerare maggiormente le varie minoranze.

Tutto molto bello, ma in che modo? Stabilendo delle quote etniche per i premi? E perché pensare solo ai neri, estendiamole anche agli ispanici o agli asiatici. E ovviamente alle donne, ai gay, ai transessuali, agli intersessuali… Così non se ne esce. Se poi un attore bianco sembra meritare la statuetta, come essere sicuri che venga premiato per via della sua interpretazione e non per il fatto di essere di pelle chiara? Magari i giurati lo premiano perché sono razzisti. O magari credono essi stessi di non esserlo ma replicano inconsapevolmente schemi etnocentrici. No, meglio non rischiare, tanto vale optare sin da subito per un interprete nero. Con il risultato che in quel caso sarebbe il suo, di premio, a sembrare attribuito in base al colore della pelle: è vero Oscar quello vinto in base al manuale Cencelli delle razze? Insomma, è un vero ginepraio e una volta imboccato il piano inclinato dei ricatti incrociati non ci si ferma più. La soluzione? Semplice: il più bravo vince, bianco, nero o giallo che sia. A meno che non si ritenga che anche il merito, sotto sotto, sia una caratteristica razzista.

Adriano Scianca

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