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Fede e Onore: così i romani celebravano il mese di Ottobre

by La Redazione
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OttobreRoma, 3 ott – Il mese di Ottobre, nel calendario religioso dell’antica Roma, si apriva con le celebrazioni di Fides e Honor.

Fides era una delle divinità principali che teneva bel saldo il legame tra i cittadini romani, così come Pietas regolava il rapporto con gli Dèi. Riprendendo una citazione del professor Filippani Ronconi:”Ora, considerate che ogni uomo romano portava sulle sue spalle, oltre ai vectigalia e le cose per mangiare, quattro o cinque pali semplicemente per fare lo steccato la sera. Perché quando calava il sole i Romani ricostruivano fisicamente una fortezza. Ma questo non era tanto per pararsi da attacchi improvvisi, quanto per possedere il terreno e consacrarlo. Il piantare un palo, l’impiantamento, come si dice in latino?, pactio, proprio pactio, come pactus, cos’era? Il rapporto che io ho con gli altri e con gli Dèi. Quindi la fides, poi con il mondo degli Dèi. Nel campo degli uomini quello che domina è lo ius, nel campo degli Dèi ciò che domina è il fas. Sono i due piani, il piano terrestre e il piano celeste. Ora, quello che realmente, su cui conviene riflettere, è questo senso profondo di interiorizzazione dell’ambiente e allo stesso tempo di proiezione della propria interiorità sul luogo dove ci si trova. La Roma antica e la natura dell’essere romano non nasce dalla natura animale: è stato un atto di volontà. Un atto di volontà che è stato consacrato da due atti: un atto giuridico per cui gli uomini si son dati reciprocamente la fides e un atto sacrale che era la pax deorum. Pax in latino non significa la “pace” e tantomeno significa l’ipocrita anglosassone peace, invocato dai vari tiranni che vanno dall’India fino al cuore dell’Africa. La “pace” significa un’altra cosa: lo “stare in rapporto con gli Dèi”, la pax deorum.”

Fides veniva celebrata dai tre Flamini maggiori (i sacerdoti cioè addetti al culto di Giove, Marte e Quirino) riuniti , che si recavano al suo tempio su di un carro coperto, trainato da due cavalli. I flamini officiavano il culto con le mani coperte fino alle dita, come simbolo della custodia della fede. Era un momento di straordinaria unità del popolo romano e di esso con i suoi Dèi: tutti erano assolutamente certi che ognuno stesse svolgendo la sua funzione nel miglior modo possibile.
E non è un caso che pochi giorni dopo, il 7 di ottobre precisamente, si ricordasse Giove folgoratore: era proprio la folgore che avrebbe colpito i colpevoli di spergiuro.
A tal proposito, Tito Livio, ci tramanda l’episodio di Mezio Fufezio, comandante di Alba Longa. Il vittorioso combattimento degli Orazi, guerrieri rappresentanti Roma, contro i Curiazi , che si battevano per Alba Longa, aveva appena stabilito che l’Urbe avrebbe avuto la supremazia tra le due città, legate comunque da antichissimi vincoli. Nella guerra che Roma aveva intrapreso subito dopo contro Vejo e i fidenati però, Mezio Fufezio anziché schierare le truppe di Alba Longa sin da subito in campo con gli alleati romani, aveva preferito starsene in disparte per capire prima chi avrebbe vinto la battaglia. Dopo che la Vittoria fu ottenuta dai romani, il Re di Roma Tullo Ostilio invitò gli albani a condividere lo stesso accampamento, per i festeggiamenti. Ma quando gli albani vi entrarono disarmati, per assistere all’assemblea pubblica di ringraziamento, Tullo Ostilio li fece circondare dai propri soldati armati, e pronunciò un discorso, in cui accusò Mezio Fufezio di tradimento:
« Mezio Fufezio, se tu fossi in grado di apprendere la lealtà e il rispetto dei trattati, ti lascerei in vita e potresti venire a lezione da me. Ma siccome la tua è una disposizione caratteriale immodificabile, col tuo supplizio insegna al genere umano a mantenere i sacri vincoli che hai violato. Pertanto, come poco fa la tua mente era divisa tra Fidene e Roma, ora tocca al tuo corpo essere diviso. »
Il suo corpo fu legato a due cavalli, spronati a correre in direzioni opposte: Mezio Fufezio morì squartato, Alba Longa fu distrutta, e i suoi abitanti furono portati a Roma, sul colle Celio.Ottobre

Dagli esempi del nostro passato si devono trarre insegnamenti per il nostro vivere quotidiano. Oltre all’inevitabile condanna per chi non è in grado di mantenere fedeltà ai patti, dobbiamo ritrovare, anzi proprio ricreare quel legame univa tutti i romani, partendo dalle piccole cose: ad esempio tenere fede alla parola data, anche nelle situazioni più banali. Avere la consapevolezza che agire nel mondo incarnando queste forze, corrisponde ad accrescerle e a renderle manifeste. Fides raccoglie le tre funzioni principali e le salda in un legame che ha come riflesso la Vittoria che si manifesta su tutti i piani superiori e inferiori.
L’augurio per la nostra stirpe è che possano risuonare ancora le strofe del Carmen saeculare di Orazio: “Iam Fides et Pax et Honos Pudorque – priscus et neglecta redire Virtus – audet adparetque beata pleno – Copia cornu”:
Già Fede e Pace, e Onore e il Pudore prisco
e la Virtù negletta osano tornare;
e già beata col suo corno pieno
viene l’Abbondanza.

Marzio Boni

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2 comments

Dino Rossi 4 Ottobre 2016 - 9:36

Altro che giornata dei migranti e minchiate buoniste, i nostri ragazzi dovrebbero imparare questo a scuola. Ma chissà come la prenderebbero la Boldrini&Co.

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Nessuno 10 Ottobre 2016 - 1:48

Stupendo.

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