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Roma, 4 nov – Troppo spesso si crede che l’avanzata italiana dopo la firma dell’armistizio di Villa Giusti si stata solo una passeggiata militare. così non fu. Non tutti i reparti austriaci ed ungheresi gettavano le armi e si arrendevano: e come vedremo gli ultimi, accaniti combattimenti ebbero luogo proprio negli ultimi cinque minuti di guerra.
La 3a divisione di cavalleria alle undici di mattina del 4 novembre era giunta con tutti i suoi reggimenti a Udine e si diresse verso Cividale; alle ore 15 alcuni suoi elementi avevano raggiunto Robic.
Alle 15 del 4 novembre elementi celeri della 4a divisione di cavalleria erano a Cormons, Manzano e Buttrio. La 2a divisione da Pordenone raggiunse con la 3a brigata, lo stesso giorno, il Tagliamento, lo guadò, puntò per Codroipo su Palmanova, scompaginò la resistenza di una retroguardia austriaca asserragliata in Morsano ed entrò alle 15 in Montegliano, superando il confine del 1915.
Elementi avanzati avevano oltrepassato Palmanova e raggiunto Joanniz. Una colonna celere che precedeva la 4a brigata, formata da ciclisti di cavalleria, bersaglieri ciclisti, autoblindate e più tardi due squadroni del 2° reggimento Piemonte Reale, dopo aver  annientati diversi nuclei avversari che ancora resistevano, occupava prima delle ore 15 del 4 novembre Cervignano e Grado.
Bersaglieri dell’8° e del 12° e Cavalleggeri dell’Aquila passarono il fiume Tagliamento sul ponte, ancora in piedi seppure danneggiato di Madrisio di Varmo. Giunsero fino ad Ariis di Rivignano, dove però trovarono demolito il ponte sul torrente Stella, e dovettero riattarlo, nonostante il fuoco delle mitragliatrici ungheresi proveniente dalla riva sinistra del fiume. Terminata l’opera di guado, transitarono sull’altra sponda del fiume, inseguendo il nemico fino nella borgata di Paradiso.
Tra Muzzana e Castion di Strada, al trivio del Paradiso, mancavano cinque minuti alle 15, ora della fine del conflitto, quando uno squadrone del 27° reggimento Cavalleggeri dell’Aquila venne fatto segno al tiro di nidi di mitragliatrici ungheresi dell’11. Husarenregiment “König Ferdinand I der Bulgaren”, che uccidevano il tenente Achille Balsamo di Loreto, il caporale Giulio Marchesini, i cavalleggeri Carlo Sulla, Giovanni Quintavalli e Giovanni Biancherini ; il tenente ventunenne Augusto Piersanti, umbro di Norcia, ordinò la carica contro le mitragliatrici, sciabolando i serventi ma venendo ucciso a sua volta.
Come recita la motivazione della Medaglia d’Argento alla memoria,
In una carica contro mitragliatrici avversarie col suo nobile entusiasmo si portava alla testa dello squadrone incitando con voce alta i propri dipendenti: con mirabile sprezzo del pericolo attraversava un largo spazio scoperto e fortemente battuto, non arrestandosi che sul nemico raggiunto e finché cadevano colpiti a morte cavaliere e cavallo.
D’Annunzio così ne ricorderà la morte, nel discorso in Campidoglio del 5 maggio 1919:
Al trivio di Paradiso era l’ultima resistenza. Il nemico era protetto da fitte siepi di mitragliatrici e spazzavano la strada. In un attimo fu deliberato l’assalto, fu deliberata la carica. Il fante cercava di superare il cavaliere, il cavaliere portava in rotta la potenza del fante; mai tanta fraternità d’armi fu più gloriosa. L’ora scoccò. Il vinto alzò bandiera bianca. I nostri morti coprivano la polvere, coprivano l’erbe. Per manifestare quel che oggi i sepolcri domandano e comandano al popolo italiano, mi basta di evocare gli Eroi di Paradiso (…)
Tenetelo a mente non lo dimenticate più. Augusto Piersanti volle morire per coprire del suo corpo e del suo amore la sua terra qualche palmo più in là. La sua manoera impigliata nella criniera del suo fedele. Non gli decretate una statua equestre. Non ha bisogno del bronzo per essere eternato. E’ più potente del metallo imperiale. E’ vivo…
Pochi minuti prima, alle 14.45, ad Ariis, a pochissima distanza da Paradiso e da Castions, era caduto il sottotenente Alberto Riva di Villasanta, diciottenne, figlio di un maggiore delle Brigata Sassari e nipote dell’Aiutante di Campo del Duca d’Aosta, ufficiale degli arditi reggimentali dell’8° Bersaglieri. Riva di Villasanta cadde mentre guidava i propri arditi contro il campanile di Torsa da dove gli austriaci tiravano sui bersaglieri, in testa ai quali erano appunto gli arditi reggimentali.
Alla 17 anni Alberto fuggì da casa arruolandosi nel 90° fanteria Salerno.,  nelle cui fila combatté durante la ritirata di Caporetto, ma a ripiegamento avvenuto, scoperta l’età, gli fu imposto di frequentare un corso ufficiali per allontanarlo dalla prima linea. Promosso sottotenente, venne destinato  all’8° Bersaglieri e durante la battaglia del Solstizio combattè a Fagarè, non ancora diciottenne. In agosto Riva di Villasanta venne decorato di Medaglia d’Argento per la conquista dell’Isola Caserta.
Ad Ariis ebbe la Medaglia d’Oro alla memoria:
Adolescente ancora, trasse volontario alla guerra assumendone i rischi maggiori. Comandante gli arditi di un reggimento bersaglieri, fu valoroso fra i valorosi. Delle più rischiose imprese, primo a chiedere l’onore, spesso prevenne l’ordine con l’esecuzione, ed al suo reparto, provato ad ogni cimento, fu ognora esempio di sublime eroismo. Con fede ardente nella vittoria, nei giorni che precedettero l’offensiva della riscossa riuscì a trasfondere nei suoi uomini quella forza ed energia combattiva che fu consacrata sul campo da una magnifica gara di eroici ardimenti. Nel passaggio dei Piave e della Livenza, respinti, con infrenabile ardore, violenti contrattacchi, sempre primo fra i primi, bello di sublime furore, seppe con audace fermezza trascinare le sue truppe in vari travolgenti assalti, sbaragliando ovunque il nemico. Pochi istanti prima della cessazione delle ostilità, infrante in un supremo attacco le disperate difese avversarie, cadde gloriosamente sul campo, esempio magnanimo di sacrificio per la grandezza della Patria.
Piave – Livenza – Tagliamento, 27 ottobre -4 novembre 1918.
Il bersagliere Dionigi Annovi così ricorda nel proprio diario l’ultimo giorno di guerra:
Alle cinque del mattino del 4 novembre demmo l’assalto alla trincea nemica. Avemmo 17 soldati morti, due Ufficiali e 15 soldati feriti contro più di 150 tra morti e feriti nemici. Sentimmo molto la mancanza dei compagni morti ed il Tenente, pensando che ormai era finita, ci disse di continuare la marcia, attraversando i campi in direzione di un paesetto chiamato “Paradiso” (oltre lo Stella).
Il nemico fuggiva senza opporre grande resistenza; vi erano piccole scaramucce di pattuglie qua e là finché trovammo la strada che portava a questo paesino. I tedeschi si erano postati sulle case, sui campanili con le mitraglie e fucili; noi venivamo avanti in tutte le direzioni della campagna che circondava il paese per distrarre l’attenzione dalla strada: quando ormai non ci restavano che cinquecento metri per arrivare al paese ci appostammo dietro una siepe in fondo ad un fossato che, fortunatamente, trovammo.
Il nemico ci aveva avvistati e allora noi un po’ dalla campagna e un po’ dal centro incominciammo una sparatoria infernale: sputava fuoco da tutte le finestre e dalie torri mentre la nostra cavalleria passava alla carica: due ore di combattimento poi riuscimmo ad accerchiare il paese. Andammo ad ispezionare tutte le case dove vi erano ancora le mitraglie in mano ai tedeschi: disarmati e fatti prigionieri man mano che venivano consegnati per portarli via al Comando, ci ricordavamo di quello che avevano fatto ai nostri compagni e del giuramento di vendicarli. Così anche quel paese fu liberato dall’oppressore tedesco. La gente del posto ci raccontò poi delle barbarie fatte dai tedeschi: avevano portato via i viveri, bestiame, biancheria, avevano violentato le giovani donne e i genitori che si opponevano venivano uccisi.
Liberato il paese continuammo la marcia e ci fermammo a 500 metri dal paese stesso dove vi era un canale. Continuando la marcia ci spostammo dietro l’argine. Erano le 3 del pomeriggio del 4 novembre. Mentre eravamo in quel posto ci trasmisero la notizia che stava per passare ‘una commissione del comando supremo dei nostri Generali con quello Austrotedesco con la fanfara in testa. Infatti dopo un quarto d’ora vedemmo ‘uno spettacolo che ci mise addosso una tale contentezza che molti piangevano dalla gioia. Il comando austroungarico e tedesco con bandieroni bianchi e la fanfara che suonava a tutto fiato veniva ad incontrare, il nostro, anch’esso con bandiere bianche, in segno di pace. Era la fine della dolorosa guerra, l’armistizio che fu poi firmato, la pace. Non riesco a descrivervi la grande gioia di coloro che per 44 mesi furono soggetti a tutte le privazioni, al freddo, alle piogge, alla neve, al fango della trincea, alla fame e alla sete e, sopra ogni altra cosa, alla morte che, in questo momento tanto gioioso, coloro che si erano salvati, dimenticarono[1].
Ancora oggi una lapide ricorda gli ultimi combattimenti del quattro novembre:
QUI – NELL’ULTIMO BAGLIORE DELLA LOTTA – I BERSAGLIERI DELLA 23a DIVISIONE – ED I CAVALLEGGERI DI AQUILA – CARICANDO IL NEMICO – CON LA RADIOSA VISIONE DELLA VITTORIA – DONARONO ALLA PATRIA LA LORO FIORENTE GIOVINEZZA-
ORE 15 DEL 4 NOVEMBRE MCMXVIII
I COMPAGNI D’ARME DEL XXVIII CORPO D’ARMATA
paradiso battaglia
Quanto avvenuto smentisce le ricostruzioni denigratorie che vorrebbero gli imperiali pronti solo ad arrendersi ed a abbandonare le linee senza combattere; la realtà è ben più complessa. insieme a reparti che avevano perso volontà combattiva e coesione ve ne erano altri che conservavano invece la voglia di battersi sino all’ultimo, così come vi erano reparti ungheresi come l’11. ed il 10 Husarenregiment che rifiutavano di obbedire al cessate il fuoco ordinato il due dal parlamento magiaro e continuavano a mantenersi fedeli a Carlo I ed alla dinastia asburgica. E’ poi da notare che questi reparti si fermarono ad aspettare gli italiani in prossimità del vecchio confine del 1866, al preciso scopo di impedirne l’ingresso in quello che ancora consideravano territorio dell’impero.
Gli ultimi scontri del quattro novembre vennero così riassunti da Giuseppe Rotolo, all’epoca giovanissimo ufficiale dei Bersaglieri:
La mattina del 4 novembre la Terza Armata attaccò. Prima di attraversare il Tagliamento venimmo a sapere che alle ore 15 sarebbe scoccata l’ora dell’armistizio. Provammo una grande gioia mista a sgomento. L’idea della fine della guerra a breve distanza di ore ci parve perfino assurda.
La verità era (ma noi non potevamo saperlo) che i nostri comandanti avevano ricevuto l’ordine perentorio di accelerare la marcia perchè l’armistizio ci cogliesse quanto piu’ vicino possibile al vecchio confine. 
“Domani la 23esima Divisione preceduta dai cavalleggeri Aquila, punti su Gradisca per la direttrice Madrisio – Rivignano – Castion di Strada – Versa – Gradisca.”
E allora avanti verso il vecchio confine!. Bersaglieri e cavalleggeri si rimettono in marcia.
Ad Ariis, oltre il piccolo ma profondo fiume Stella, gli austriaci ci attendevano al varco. Cavalleggeri, ciclisti e nostri arditi reggimentali, al comando del sottotenente Alberto Riva di Villasanta, misero in fuga il nemico; il piccolo ponte venne riparato e il reggimento pote’ riprendere la marcia verso Torsa, all’avanguardia era Riva con i suoi arditi. Dal campanile di Torsa, gli austriaci tenevano sotto controllo la strada di accesso al paese e quando gli arditi dell’Ottavo si lanciarono all’attacco per neutralizzare la resistenza nemica una pallottola colpì alla fronte il coraggioso comandante. Alberto Riva cadde mezz’ora prima dell’armistizio, aveva 18 anni.
A Torsa il Comando decise di accelerare l’inseguimento degli austriaci che frattanto si erano asserragliati a Paradiso, con l’impiego anche della cavalleria. Erano le 14,45.
L’8° Reggimento Bersaglieri riprese la marcia verso Paradiso, in testa era il 12° battaglione. Paradiso, un mucchio di case contadine nella campagna bassa di erbe e di sterpi, sorge tra Muzzana del Turgnano e Castion di Strada, cinquecento metri più a nord v’e’ un trivio (il trivio di Paradiso, appunto).
Quando sulla strada per Paradiso fummo raggiunti dalla cavalleria al galoppo ci buttammo nei fossati laterali gridando: “Viva la cavalleria!”. Sembravamo ragazzi che giocavano alla guerra e avevamo dimenticato che la morte era li’ a due passi… Mentre i bersaglieri aggiravano il paese catturando i tenaci cecchini asserragliati nelle case, i cavalleggeri, superato il rettifilo che taglia il paese, raggiunsero il trivio dove li attendeva, armi alla mano, un battaglione di mitraglieri magiari: la pazza eroica galoppata scaglio’ contro la resistenza nemica l’ultimo sacrificio dell’esercito vittorioso. Caddero nell’ardimentosa corsa i tenenti Augusto Piersanti e Achille Balsamo di Loreto, il caporale Giulio Marchesini, i cavalleggeri Sulla Carlo, Quintavalli Giovanni e Biancherini Giovanni, cavalleggeri dell’Aquila, tutti ragazzi diciannovenni dell’ultima leva. Alle ore 15, mentre qua e la’ si sparava ancora, echeggio’ uno strano suono di tromba: era il segnale austriaco dell’armistizio[2].
Alle 15 le linee vennero sorvolate da aerei italiani che lanciarono un razzo verde, mentre dalle linee austriache si levò uno squillo di tromba. Era il cessate il fuoco.
Un nostro velivolo, col tricolore fluente dalla carlinga, sbucò dalla nebbia con un lungo suono di sirena così annunziando la fine della guerra. Ci abbracciammo l’un l’altro, pazzi di gioia. Per dare sfogo all’improvvisa felicità consumammo la scorta dei razzi di segnalazione e il cielo si animò di festosi colori. Più tardi, il reggimento schierato, battaglioni affiancati, ricevette il saluto e il plauso del comandante la divisione generale Fara. Il giorno dopo, nella piazzetta del paese, io ebbi la ventura, col mio plotone, di rendere gli onori delle armi agli ultimi caduti della guerra. Solo in quel momento, anch’io ragazzo appena diciannovenne, compresi appieno che ero sopravvissuto a quella che allora appariva la più terribile guerra della storia[3].
Pierluigi Romeo di Colloredo Mels
Tratto da Vittorio Veneto 1918. L’ultima vittoria della Grande Guerra, Italia Storica 2018
[1]Il diario di Annovi è consultabile su https://digilander.libero.it/frontedeserto/diari/annovi.htm
[2]G. Rotolo, Quattro Novembre. Gli ultimi caduti
[3]Ibid.

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