Modena, 18 set – Modena ebbe la fortuna nel corso della sua storia di assistere alla nascita di geni e grandi personalità uniche nel loro essere: dal pittore barocco Francesco Stringa all’imprenditore e simbolo dell’automobilismo italiano, Enzo Ferrari. Ma tra tutti si erge a protagonista uno dei più grandi tenori del XX secolo: Luciano Pavarotti, il quale spirò 11 anni fa a causa di un incurabile tumore al pancreas. Questo “gigante buono” fu il simbolo della lirica del ‘900, tanto da riuscire ad avvicinare le masse a un genere da sempre interpretato come elitario o diretto a pochi destinatari.
“Quando Pavarotti nacque, Dio gli baciò le corde vocali”, commentò il noto giornalista Daniel Hicks sulle pagine del New York Times. L’esordio e l’affermazione avviene nel lontano aprile 1961 interpretando Rodolfo ne La Bohème dell’altrettanto sublime compositore Giacomo Puccini. La sua carriera è un excursus meraviglioso, un costante crescendo verso l’America, continente che l’ha sempre amato e seguito, come gli spettatori del Metropolitan di New York: in occasione dell’esecuzione dell’opera La Fille du Régiment di Donizetti, Pavarotti eseguì nove “do di petto” impossibili da emettere a voce piena, in maniera disinvolta e naturale, nell’aria “Ah mes amis”.
Ottenne una standing ovation mai vista che lo invocò al sipario 17 volte, aggiudicandosi un record finora imbattuto. Con Pavarotti abbiamo avuto l’onore di diffondere la voce dell’Italia in tutto il mondo. Ricordato come uno tra i massimi interpreti dell’opera lirica, è rammentato con commozione per la sua magnanimità e la sua spontanea generosità: con il Pavarotti & Friends (dal 1992 al 2003) ha offerto importanti quantità di denaro a luoghi in cui regnava la sofferenza e l’ingiustizia, come il primo avvenuto nel 1992 per combattere l’anemia del mediterraneo. A questo evento benefico di caratura mondiale, parteciparono gratuitamente artisti di fama indiscussa, considerandosi onorati di duettare con il Maestro modenese.
Un sodalizio importante fu quello sancito con gli spagnoli José Carreras e Placido Domingo, altri due esponenti indiscussi della lirica: in assoluto il primo caso nella storia della musica in cui tre cantanti lirici si esibirono contemporaneamente. Nel 1990 alle Terme di Caracalla nascono I Tre Tenori: in occasione della guarigione di Carreras dalla leucemia, il concerto (il cui ricavato sfociava nella fondazione contro la leucemia dello stesso Carreras) diretto dal maestro Zubin Mehta proclamò l’avvio ad un’avventura con eventi in tutto il mondo. Pavarotti era molto credente tanto da pronunciare la frase “Nella vita ho avuto tutto, davvero tutto. Se mi venisse tolto tutto con Dio siamo pari e patta”.
Fu un regalo del cielo quella voce così potente e chiara, paradossalmente da far tremare la terra con una coccola dolce, essendo i suoi acuti un melodioso terremoto benefattore. Ogni fraseggio sopraffino fu una velata carezza ma uno schiaffo improvviso fu quel lacrimoso addio nel così prematuro 6 settembre 2007. La mole imponente custodiva un gioiello encomiabile, come una solida torre per un principesco accento candido. Quel timbro che risuona tuttora tra i meandri del godimento, coincide con la sola e unica possibilità di raggiungere un’ebrezza metafisica e potente: un carisma trionfante sui palcoscenici del mondo ma soprattutto vincente nel teatro dei nostri cuori. Una casta bontà delineava il volto di questo raro scrigno di talento, intaccando l’animo solidale e premuroso.
Davide Chindamo

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