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Pensala come vuoi ma pensala come noi: il debanking come arma di persuasione di massa

by admin
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Debanking

Roma, 25 feb – Abbiamo ancora tutti, inciso nella memoria, il ricordo del covid con le sue assurde restrizioni, l’obbligo vaccinale, la neo lingua orwelliana e la relativa propaganda del terrore, le multe, le file per farsi il tampone, le mascherine, ma soprattutto, il divieto di esprimere un pensiero non in linea con la narrativa governativa, sia pure per sollevare un legittimo dubbio o una perplessità. Per i più, forse, si riteneva che mettere in discussione l’operato della macchina statale, in un momento delicato in cui le infermiere soffrivano, mostrando su tiktok i segni delle mascherine sul volto come fossero eroiche ferite di battaglia, e i “cadaveri” si accatastavano nelle chiese e nei capannoni, fosse un’indecenza. Sempre che si voglia credere a tutta la necrofilia mandata in onda sul tg.

Debanking, illusione di massa

Per chi, invece, ha sospettato qualcosa sin dai primi momenti o, semplicemente, non aveva la tv per raccontargli cosa stava accadendo, è partita la gogna rituale che affligge tutti quelli che rifiutano il politicamente corretto e che vengono additati nei modi più spregevoli e spinti ai margini della società: untori, sabotatori, revisionisti. Ma, a ben pensarci, il loro crimine peggiore è quello di non partecipare all’orgia collettiva, alla catarsi dello Stato mammone, ai balletti nei reparti e, cosa ancora più grave, il fatto di essere lì, a testimoniare che un pensiero differente è possibile e ad instillare il dubbio che forse quello che ci stanno raccontando non risponde a verità.

Le multe, i divieti, i carabinieri che rincorrevano un poveraccio sulla spiaggia, le zone rosse, i selfie negli hangar vaccinali, dimostrano il pugno di ferro dello Stato che, sentendosi forse come il bieco Corolianus di Hunger Games, si schiantava contro ogni velleità non diciamo rivoluzionaria, ma almeno contestataria.

Repressioni

Repressione e civiltà! Come diceva Gian Maria Volonté, in Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto. L’hanno sentita forte e chiara la virata totalitaria di Justin Trudeau, primo ministro canadese che, per mettere la parola fine alle proteste del 2022 (relative al covid) – ricorderete le immagini dei camionisti arrivati ad Ottawa, la capitale e sede del parlamento canadese – ebbe l’ardire di chiudere i conti in banca ai rivoltosi, in uno dei colpi di mano più gravi della storia delle “democrazie occidentali”.

Ma non è una storia solo canadese; negli ultimi due anni, infatti, le banche del Regno Unito hanno chiuso in modo arbitrario e unilaterale i conti correnti di più di 300mila persone. In Francia, invece, mentre Macron, faceva mettere fuori legge decine di associazioni militanti (Alvarium, la Citadelle, Academia Christiana, Bastion Social, Civitas, Génération Identitaire, ecc), gli istituti creditizi si arrogavano il diritto di chiudere conti correnti associativi e personali considerati “a rischio”. Il problema di questa pratica che si chiama Debanking, è che le banche parlano tra di loro e si scambiano le liste di proscrizione. Per cui se una banca X decide unilateralmente e arbitrariamente di chiuderti il conto corrente (congelando la liquidità dello stesso per mesi e mesi), la banca Y lo verrà a sapere e ti chiuderà automaticamente le porte del risparmio in faccia.

In un mondo in cui se non hai un conto in banca non sei nessuno e non puoi fare niente (farti accreditare lo stipendio, fare pagamenti, accedere ad un mutuo o ad un prestito, ricevere un’eredità o una donazione, ecc), il debunking può significare una cosa sola: la morte sociale.

E se le banche fanno debunking un po’ ovunque (in America è in atto un forte dibattito sull’argomento), potremmo legittimamente pensare che in Italia non corriamo simili pericoli. L’accesso al credito e il servizio di risparmio è infatti tutelato dal primo comma dell’articolo 47 della nostra “sacra” Costituzione, che riporta: La Repubblica (papparapà!) incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme, disciplina coordina e controlla l’esercizio del credito.

Come? Non ci credete? Fate bene. L’ABI (Associazione dei bancari italiani) infatti, pare non si sia proprio posta il problema in tema di debanking. Allora andiamo più in alto, a via Nazionale e Roma, dove ha sede la Banca d’Italia, per gli amici Bankitalia, la banca centrale della Repubblica Italiana. Quella che – tra le altre attività – rappresenta l’organo di controllo e vigilanza sull’operato di tutte le altre banche. Sulla carta tutto molto bello, ma nella realtà qualcuno ha sollevato negli anni un “piccolo” problema di conflitto di interesse non ancora risolto: si da’ il caso che la proprietà del capitale di Bankitalia sia posseduto da quegli stessi istituti creditizi sui quali dovrebbe vigilare. In poche parole il controllore è tenuto per le palle dal controllato.

Ma se il governo o il parlamento non decidono di intervenire per rimuovere questo conflitto di interessi, si potrebbe ancora pensare ad un altro organo, l’AGCM, che è l’autorità della concorrenza e del mercato; il suo compito non è solo quello di difendere i correntisti da pratiche scorrette come il debanking, ma anche quello di individuare e correggere eventuali conflitti di interesse. Anche qui, però, andiamo a sbattere contro un muro, perché nessuna azione è mai stata condotta in merito.

Quali sono allora, concretamente, gli strumenti previsti dalla legge per proteggersi contro la chiusura arbitraria di un conto corrente? Nonostante il cliente possa accedere ad una procedura di reclamo presso l’istituto creditizio colpevole di debanking, sarebbe la banca stessa a gestirlo secondo le istruzioni di vigilanza; un non fatto dato che nessuna banca si sente in dovere di dare una motivazione o di fare marcia indietro sempre per colpa del già citato conflitto di interesse. A questo punto ci si potrebbe rivolgere ad un Arbitro che assuma le vesti di organismo di risoluzione delle controversie, per una possibile soluzione extragiudiziale. Il terzo e ultimo step è la tutela giudiziale, ovvero l’avvio di un’azione legale contro la banca. Come potete immaginare, questo è un percorso molto complesso che richiede l’assistenza di un avvocato specializzato in diritto bancario e finanziario, a fronte di una spesa non indifferente, di un iter infinito e di un risultato incerto.

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