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Roma, 8 mar – Non si salva proprio nessuno dal triacarne politicamente corretto. Il New York Times mette all’indice la puzzola dei Looney Tunes Pepe Le Pew perché “promuove la cultura dello stupro”. Che fumetti e cartoni animati non fossero destinati a venir risparmiati dalla furia iconoloclasta del politicamente corretto lo si era ampiamente capito quando la Disney era riuscita ad auto-censurarsi bollinando in rosso tre dei suoi capolavori. Dumbo, Gli Aristogatti e Peter Pan, eliminando addirittura la possibilità di visione per i minori di anni sette.

La gravissima colpa dei tre cartoni animati era quella di presentare, variamente, dei contenuti definiti come ‘discriminatori’ o razzisti’. Gli episodi incriminati sono davvero surreali, ma per i cantori del politicamente corretto rappresentano senza ombra di dubbio la prova provata del bieco razzismo di Peter Pan, dei gattoni e dell’elefantino dalle orecchie giganti.

E’ il turno sulla graticola per Pepe le Pew

Ed ora è il turno della simpatica puzzola francese Pepe the Pew, uno dei personaggi più amati dei Looney Tunes, creata nel 1945 da Chuck Jones, Tedd Pierce e Michael Maltese . La polemica, nata quasi in sordina e poi velocemente assurta all’olimpo dei dibattiti da social media, è stata innescata dall’editorialista del New York Times, Charles M. Blow. Il giornalista ha dedicato un intero pezzo al fatto che a suo dire i comportamenti della Puzzola sancirebbero un autentico inno alla cultura dello stupro.

Il tweet di condanna

Secondo il giornalista, esporre dei minori a messaggi così pericolosi potrebbe portare a una desensibilizzazione rispetto alla possibilità di autodeterminazione e di scelta delle donne. Dopo essere stato letteralmente subissato di critiche e di pesanti ironie, Blow ha tentato di ribattere sui propri social, scrivendo «i blog online sono impazziti perché ho detto Pepe Le Pew inneggia alla cultura dello stupro. Vediamo.
1. Afferra/bacia una ragazza/sconosciuta, ripetutamente, senza il suo consenso consenso e contro la sua volontà. 2. Lei lotta strenuamente per allontanarsi da lui, ma lui non la libera.
3. Chiude a chiave una porta per impedirle di fuggire».

Blow ha poi aggiunto in un successivo tweet: «questo ha aiutato a insegnare ai ragazzi che ‘no’ in realtà non significa no, che fa parte del ‘gioco’. Ha insegnato che superare le strenui, anche fisiche obiezioni di una donna, è normale, adorabile, divertente. Non hanno nemmeno dato alla donna la possibilità di parlare».

La violenza fa parte del mondo (e i cartoni animati la ritraggono per quella che è)

Non si sa se l’episodio sia direttamente collegato a questa polemica ma Pepe le Pew è stato tagliato dal montaggio finale del film animato Space Jam 2. Vero è che, e bisognerebbe farlo notare agli indignati come Blow, da sempre i cartoni animati veicolano messaggi controversi, paradossali, spesso violenti. Esattamente come prima di loro erano soliti fare molte fiabe come quelle dei Grimm, il tutto per fini pedagogici. La realtà è che il messaggio veicolato da un cartone animato, lungi dal celebrare la violenza in modo autoreferenziale, molto spesso riproduce semplicemente la realtà per come è davvero, senza troppo zucchero filato.

Se poi l’alternativa è far crescere i bambini in una campana di vetro, eliminando la brutalità dai cartoni animati – ma di certo non eliminandola dalla realtà di ogni giorno – le conseguenze possono essere assai spiacevoli. Ad esempio, la crescita di generazioni che incapaci di capire l’esistenza della violenza rischieranno di andare, letteralmente, al massacro.

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