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Roma, 3 lug – Sì, il titolo è provocatorio, ovviamente, e servirà se non altro a selezionare preventivamente quelli a cui esso basterà per aggiornare le liste di proscrizione degli “atlantisti” da mettere al bando. Non sfuggirà, del resto, che la parola “geopolitica” vi è scritta tra virgolette. Non si tratta, ovviamente, di tagliar corto con “lo studio dei fattori geografici che condizionano l’azione politica”, secondo la definizione da dizionario di tale disciplina, ma con il feticcio che di essa si fanno alcuni ambienti, che credono di aver trovato la formula magica per comprendere la realtà che li circonda e che, invece, non è mai stata meno alla loro portata. Ecco, quindi, in ordine sparso, tutti i vicoli ciechi in cui ci porta una certa idolatria per le verità della cosiddetta “geopolitica”.

Azzeramento della complessità: malgrado tutta la retorica sulle complesse dinamiche internazionali da studiare, i fan della “geopolitica” si basano su uno schemino elementare che vede da una parte gli Usa, dall’altra l’Internazionale del Male, ovvero l’unione posticcia di tutti gli Stati, i leader, i movimenti che abbiano espresso un qualche antiamericanismo verbale o che godano di una qualche cattiva stampa sui media occidentali.

Totemismo moralistico: la maggior parte delle polemiche “geopolitiche” che si possono leggere in rete hanno una struttura molto semplice, si prende un gruppo o uno Stato che, per qualche ragione, sta antipatico e si cercano su google immagini dei suoi esponenti che stringono la mano a politici americani o israeliani. Punto. La strategia è tutta qui. Esiste il Male, e chi tocca il male è contagiato da esso. Ovviamente nessuna potenza realmente sovrana del passato ha mai ragionato sulla base di questo moralismo, ma questo poco conta: per i nostri “geopolitici” tutti sono impuri, tranne loro. Il tutto, ovviamente, documentato con lo stile da commissario politico, la cui diffusione in certe lande è l’unico risultato tangibile di certa infatuazione filo-russa nelle suddette.

Astrattismo impotente: gli scenari geopolitici reali sono dinamici, dialettici, basati su rapporti di forza concreti. Si può prendere realmente posizione soltanto se si è in grado di intervenire su di essi. I fan della “geopolitica”, al contrario, sono per lo più tifosi. Anzi, fedeli. Quando dicono di sostenere Putin non pensano a un’alleanza reale (con chi? A quali condizioni? A che scopo?), ma intendono dire che il leader russo si schiera in un ideale “Fronte della Tradizione”, contro l’opposto “Fronte della Sovversione”. Ovviamente la geopolitica reale non funziona così. Con un’Europa forte, Putin può essere filo-europeo, senza un’Europa forte può allearsi con altri soggetti e diventare anti-europeo. Noi non abbiamo alcuna possibile posizione da prendere nei confronti di Putin (o di chiunque altro) al di fuori di un rapporto dialettico con lui.

Riduzionismo piccolo-borghese: recentemente è morto Helmut Kohl, l’artefice della riunificazione della Germania. Su molti siti si è letto che, “geopoliticamente”, quel fatto fu una iattura per l’Italia. Tutto questo come se la “geopolitica” non avesse a che fare con l’ordine dei mezzi, ma con quello dei fini. Come se fosse fine a se stessa. Ma che razza di visione miserabile è questa, che subordina gli obbiettivi politici e addirittura spirituali ai presunti imperativi di una pseudoscienza? La riunificazione della Germania fu giusta di per sé, a prescindere, quali che fossero i costi. Il muro di Berlino era un monumento alla divisione e all’umiliazione dell’Europa intera, nessun calcolo utilitaristico può giustificarlo. Ma la “geopolitica” è così, è roba per ragionieri della politica.

Incatenamento alla contingenza: facciamo un esempio. Il Giappone di Shinzo Abe sta da anni operando una politica nazionalista che prevede anche il riarmo della sua nazione, come è noto confinata in un pacifismo obbligatorio dalla Costituzione dettata dagli americani dopo la guerra. Ora, in questa fase accade che Washington supporti le manovre di Abe, ritenendo il Giappone una pedina utilizzabile sullo scacchiere del Pacifico. Ma i meccanismi storici, una volta messi in moto, non si legano a questo tipo di dinamiche. Una volta che il Giappone si è riarmato, ha attraversato un punto di non ritorno, si tratta di una potenza che ritorna sulla scena mondiale. E, alla lunga, è più probabile che si facciano valere atavismi immortali piuttosto che alleanze transitorie. Il legame con gli Usa passa, l’anima eterna del Giappone resta.

Al di là di queste fisime, ovviamente, resta intatta la necessità di comprendere il mondo, la stessa che motivò i precursori che anni fa cominciarono a parlare di geopolitica a un mondo che peccava spesso per troppo romanticismo. Non immaginavano che, anni dopo, avremmo smesso di essere romantici continuando a non capire un cazzo della realtà.

Adriano Scianca

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