Roma, 6 mag – La Roma è in finale di Conference League, dopo la vittoria sul Leicester riportata anche dalla Gazzetta dello Sport. Un risultato da “tenere sott’occhio”, seppur in un torneo definito dai più – e anche giustamente – di secondo piano.

La Roma e il valore della finale di Conference League

La Roma di Jose Mourinho, dunque, ce l’ha fatta. Battendo per 1 a 0 il Leicester di Brendan Rodgers, i giallorossi si qualificano per la finale di Conference League contro gli olandesi del Feyenoord, che si disputerà il 25 maggio a Tirana. Un fatto forse passato in secondo piano rispetto ai titoloni dei giornali sull’impresa di Carlo Ancelotti alla guida del Real Madrid che, poco prima, ha ottenuto l’ennesima finale di Champions League. Tutto bello, tutto giusto, e complimenti a mister Carletto. Che però guida pur sempre un club straniero, il che muta molto poco la situazione di crisi nera delle formazioni italiane nelle competizioni europee, pur ribadendo la relativa felicità per i successi del mister e della sua connazionalità.

Per dirla in soldoni, nessuno di noi, tra tifoserie divise, vince qualcosa da più di un decennio. Che un allenatore italiano abbia successo all’estero fa anche piacere, ma non esageriamo. Noi vogliamo le coppe. A questo punto, realisticamente, a prescindere dall’importanza, visto che non ne alziamo una da un pezzo, a livello di club (discorso diverso per la nazionale che, pur non qualificatasi tragicamente ai mondiali, per lo meno ci ha fatto esultare appena l’estate scorsa, e con un torneo di enorme prestigio).

I club italiani non vincono in Europa da più di dieci anni

L’importanza di ottenere una vittoria è sempre rilevante, specialmente per un movimento, come quello dei calcistico italiano, che non porta a casa un successo internazionale dai tempi del triplete dello stesso Mourinho, all’epoca allenatore dell’Inter vincitrice della Champions League nell’ormai lontano 2010, dunque ormai dodici anni fa. Portare a casa un trofeo, pur giovane ed enormemente meno prestigioso come la Conference League, dunque, è qualcosa a cui guardare con favore, se si parla di calcio e non di angeli del cielo.

E anche sulla questione del prestigio, ci sarebbe da muovere qualche osservazione: il livello maggiore delle competizioni europee si è concentrato, sostanzialmente, sulla Champions League da circa vent’anni. Ma in molti hanno dimenticato il periodo precedente, in cui le competizioni Uefa erano ancora tre (Coppa dei Campioni, Coppa Uefa e Coppa delle Coppe) e tutte, in un modo o nell’altro, erano considerate a un certo livello. La Uefa era addirittura il più complicato dei tre tornei, pur non essendo il più prestigioso, per via dell’accorpamento costante di squadre di vertice di tutti i campionati maggiori (mentre invece la Coppa dei Campioni, includendo solo i vincitori, annorevava per una buona metà formazioni appartenenti a leghe minori).

Non siamo in quella situazione, ovviamente, perché trasformando la Coppa dei Campioni in una competizione “quasi simile” alla vecchia Coppa Uefa, il livello qualitativo maggiore si è concentrato tutto lì. Ma non è detto che in futuro gli altri due trofei non assumano prestigio maggiore, a prescindere dalle cause che li hanno portati ad essere disputati (come è logico, prettamente economiche, il che però non cancella che siano competizioni a squadre e che soltanto una possa vincere, in qualsiasi regime si viva).

E, in ogni caso, una vittoria può essere sempre – anche se non è per nulla scontato – un piccolo germe di ottimismo su cui costruire un futuro migliore per dei club, come quelli italiani, che rimangono bocca asciutta da troppo tempo. Chi si deprime o chi rosica è tendenzialmente un mediocre, almeno fino a quando non alzerà una Champions dimostrando a noi poveri mortali una giustificazione plausibile della sua ridicola spocchia. Nel frattempo, il 25 maggio, si tiferà Roma (e chi scrive è tutto meno che romanista, anzi). Nella speranza che sia un piccolo spunto, un inizio di una risalita anche per gli altri club italiani.

Stelio Fergola

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