Roma, 20 gen – Il Perù non trova pace da ben oltre un mese, tra scontri e morti che continuano ad insanguinare il Paese. Un Paese che appena otto giorni fa aveva dovuto esibire la storia agghiacciante di un poliziotto bruciato vivo e che non riesce a trovare una stabilità che ponga fine alle violenze.

Perù tra scontri e morti: cosa succede

L’ultimo giorno insaguinato è stato quello di ieri, come riporta SkyTg24. Un giorno di scioperi e proteste in un tutto il Paese. Proteste e critiche contro il presidente Dina Boluarte. Il saldo finale è ancora una volta terribile: 38 feriti, ma anche un morto, secondo quanto comunicato dal ministro dell’Interno Vicente Romero. Il quale ha provato – almeno sulla carta – a gettare acqua sul fuoco, chiedendo ai manifestanti di “abbandonare la violenza”. Il manifestante deceduto stava partecipando agli scontri con le forze dell’ordine avvenuti vicino all’aeroporto della città di Arequipa, nel sud. Il bilancio delle vittime sale così a 52 persone.

Gli scontri di Lima

Anche Lima è stata teatro di violenze, per la prima volta da quando è iniziata la crisi. Un corteo di un centinaio di persone ha cercato di forzare un cordone di polizia attorno al palazzo del Congresso. Il presidente Boluarte, in un messaggio video, ha detto che “gli atti di violenza non rimarranno impuniti”.

Cosa chiedono i manifestanti

La protesta è montata dopo la destituzione del presidente Pedro Castillo, ed è proprio da lui che partono le richieste dei rivoltosi, che ne chiedono la liberazione, insieme alle dimissioni immediate di Boluarte. Le proteste sono state indette dai sindacati e dalle organizzazioni sociali: inzialmente, si erano mosse dalle province più periferiche e povere del Paese, per poi estendersi alle città e ai palazzi istituzionali.

Alberto Celletti

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